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Recensione a “I Grandi Miti Greci”: siamo oltre la metà!

Recensione a “I Grandi Miti Greci”: siamo oltre la metà!

Care amiche e cari amici,

già da diverso tempo ci siamo prefissati di recensire la bella collana I Grandi Miti Greci, composta da trenta agili volumetti che introducono nuovi lettori, ma che sono allettanti anche per gli esperti, ai grandi protagonisti del mito greco (un po’ sottorappresentate le protagoniste femminili a dir la verità. Dieci titoli su trenta: si può fare meglio), e di recensirla fornendo in altri post un ricco apparato delle storie mitologiche trattate nei volumi. Settimana scorsa abbiamo concluso il sedicesimo volume: siamo oltre la metà. PER VOSTRA COMODITÀ TROVATE QUA SOTTO L’ELENCO DEI POST PUBBLICATI AD OGGI, CON TUTTI GLI APPROFONDIMENTI (circa una sessantina). BUONA LETTURA, AMICHE E AMICI! Noi intanto proseguiamo imperterriti nelle recensioni e negli approfondimenti!

La presentazione ufficiale della collana: “Dalle avventure di Eracle alla tragedia di Antigone, dagli enigmi della Sfinge al giudizio di Paride: vi presentiamo I Grandi Miti Greci, una collana di monografie dedicate agli eroi e agli dèi della mitologia ellenica, appositamente scritte da autorevoli docenti universitari con la curatela di Giulio Guidorizzi. In ogni libro, la ricostruzione del mito, gli autori e le opere che nei secoli se ne sono occupati, una sezione antologica con i testi più rappresentativi e utili apparati critici. Immergiti in un mondo di storie antiche quanto la cultura occidentale, imprese intramontabili e personaggi mitici che da più di due millenni nutrono il nostro immaginario. Le grandi storie sono eterne.”

Una lettura che vale proprio la pena. In una prima sezione vi è il racconto sintetico e l’analisi del mito; in una seconda sezione vi sono gli sviluppi nell’arte del mito trattato: musica, quadri, libri, piéce teatrali ispirate dal mito vengono raccontate e commentate. In una terza sezione vi sono poi degli estratti della storia dalle opere più famose che ne hanno parlato. Una ricca bibliografia e sitografia completa ogni volumetto, che si legge in un paio di ore e lascia l’anima leggera e soddisfatta. Una lettura consigliata. L’intera collana di trenta volumi è a cura di Giulio Guidorizzi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012).

La collana è stata ripubblicata recentemente da Mondadori con una numerazione diversa, ma i volumi sono gli stessi. La trovate a questo indirizzo. Ecco la lista dei volumi recensiti (numerati) e gli approfondimenti stilati dalle vostre Muse (con il pallino).

  1. Edipo – Il gioco del destino
  2. Dioniso – L’esaltazione dello spirito
  3. Apollo – La divina bellezza
  4. Zeus – Le origini del mondo
  5. Arianna – Le insidie dell’amore
  6. Orfeo – La nascita della poesia
  7. Ulisse – Il viaggio della ragione
  8. Medea – La condizione femminile
  9. Prometeo – Il dono del fuoco
  10. Antigone – La ragione di stato
  11. Fedra – L’insana passione
  12. Ade e Persefone – Gli dèi degli inferi
  13. Enea – L’eroe di una nuova dinastia
  14. Circe – La seduzione e la magia
  15. Eracle – L’eroe più popolare
  16. Teseo – Lo stato e le donne

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Il mito di Ade e Persefone

Il mito di Ade e Persefone

Il racconto del mito di Ade e Persefone è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 12: Ade e Persefone – Gli dèi degli Inferi.

Quando le ombre scendono al Tartaro, il cui ingresso principale si trova in un bosco di bianchi pioppi presso il fiume Oceano, ciascuna di esse è munita di una moneta, che i parenti le hanno posto sotto la lingua. Possono così pagare Caronte, il tristo nocchiero che guida la barca al di là dello Stige. Questo lugubre fiume delimita il Tartaro a occidente e ha come suoi tributari l’Acheronte, il Flegetonte, il Cocito, l’Averno e il Lete. Le ombre prive di denaro debbono attendere in eterno sulla riva, a meno che non riescano a sfuggire a Ermes, la loro guida, introducendosi nel Tartaro da un ingresso secondario, come Tenaro in Laconia o Aorno nella Tesprozia. Un cane con tre teste (o con cinquanta teste, come altri sostengono), chiamato Cerbero, monta la guardia sulla sponda opposta dello Stige, pronto a divorare i viventi che tentino di introdursi laggiù, o le ombre che tentino di fuggire. Nella prima zona del Tartaro si trova la triste Prateria degli Asfodeli, dove le anime degli eroi vagano senza meta tra la turba dei morti meno illustri che svolazzano qua e là come pipistrelli, e dove soltanto Orione ha ancora cuore di cacciare ombre di daini. Ciascuna di loro preferirebbe vivere come servo di un umile contadino anziché soggiornare come sovrano nel Tartaro. Unico loro piacere è bere il sangue delle libagioni offerte dai vivi: poi si sentono ancora uomini, almeno in parte. Oltre questa prateria si trovano l’Erebo e il palazzo di Ade e di Persefone. Alla sinistra del palazzo, un bianco cipresso ombreggia la fonte di Lete, dove le ombre comuni si radunano per bere. Ma le ombre iniziate evitano quelle acque e preferiscono dissetarsi alla fonte della Memoria, ombreggiata da un pioppo bianco, e la cui acqua da loro “certi vantaggi sugli altri compagni di sventura.” Lì accanto, le ombre appena scese nel Tartaro vengono giudicate da Minosse, Radamante e Baco, in un punto dove tre strade si incrociano. Radamante giudica gli asiatici ed Eaco gli europei; i casi più difficili vengono sottoposti a Minosse. Al termine di ogni giudizio le ombre vengono indirizzate lungo una delle tre strade: la prima conduce alla Prateria degli Asfodeli dove si riuniscono coloro che non furono né virtuosi né malvagi; la seconda al campo di punizione del Tartaro, destinata ai malvagi; la terza ai Campi Elisi destinati ai virtuosi.
I Campi Elisi, su cui impera Crono, si trovano presso il palazzo di Ade e il loro ingresso è accanto alla fonte della Memoria; essi sono un luogo di gioia dove splende perpetuo il giorno, non vi è mai gelo ne cade la neve, ma si svolgono (vaghi a suon di musica e le ombre che vi trovano possono rinascere e tornare sulla terra se ciò loro aggrada. Poco più oltre si trovano le Isole Beate, riservate a coloro che nacquero tre volte e ogni volta vissero virtuosamente. Taluni dicono che un’altra isola fortunata, chiamata Leuce, si trovi nel Mar Nero, di fronte alle foci del Danubio; essa è boscosa e ricca di selvaggina. Colà albergano le ombre di Elena e di Achille e declamano versi di Omero agli eroi che presero parte agli eventi da lui celebrati.

Ade, che è orgoglioso e geloso delle proprie prerogative, sale raramente nel Mondo Superiore, e soltanto per sbrigare faccende urgenti o mosso da improvvisa brama lussuriosa. Un giorno abbacinò la Ninfa Minta con lo splendore del suo cocchio dorato trainato da quattro cavalli neri, e l’avrebbe sedotta senza difficoltà se la regina Persefone non fosse apparsa appena in tempo per trasformare Minta in un’erba menta dal dolce profumo. In un’altra occasione Ade tentò di violentare la Ninfa Leuce, che fu trasformata nel bianco pioppo presso la fontana della Memoria. Ade non permette ad alcuno dei suoi sudditi di fuggire, e pochi di coloro che visitano il Tartaro possono tornare vivi sulla terra per descriverlo. E ciò fa di Ade il più odiato di tutti gli dei. Ade non sa che cosa accade nel Mondo Superiore o sull’Olimpo; gli giungono soltanto frammentarie notizie quando i mortali tendono la mano sopra la terra e lo invocano con giuramenti o maledizioni. Tra le cose a lui più care vi è un elmo che lo rende invisibile, dategli in segno di gratitudine dai Ciclopi quando egli consentì a liberarli per ordine di Zeus. Tutte le ricche gemme e i preziosi metalli celati sottoterra appartengono ad Ade, ma egli non ha possedimenti sopra la superficie terrestre, salvo certi oscuri templi in Grecia e, forse, una mandria di bestiame nell’isola Erizia; mandria che, secondo altri, apparterrebbe invece a Elio.

La regina Persefone sa essere benigna e misericordiosa. Essa è fedele ad Ade, ma non ha avuto figli da lui e gli preferisce la compagnia di Ecate, dea delle streghe. Zeus stesso onora Ecate tanto che non le tolse l’antica prerogativa di cui sempre godette: di poter concedere o negare ai mortali qualsiasi dono desiderato. Essa ha tre corpi e tre teste: di leone, di cane e di giumenta.
Tisifone, Aletto e Megera, le Erinni o Furie, vivono nell’Erebo e sono più vecchie di Zeus e di tutti gli olimpi. Loro compito è ascoltare le lagnanze mosse dai mortali contro l’insolenza dei giovani nei riguardi dei vecchi, dei figli nei riguardi dei genitori, degli ospitanti nei riguardi degli ospiti e delle assemblee dei cittadini nei riguardi dei supplici, e di punire tali crimini inseguendo senza posa i colpevoli, di città in città, di regione in regione. Le Erinni sono vegliardo, anguicrinite, con teste di cane, corpi neri come il carbone, ali di pipistrello e occhi iniettati di sangue. Stringono nelle mani pungoli dalle punte di bronzo e le loro vittime muoiono in preda ai tormenti. Non conviene citare il loro nome nel corso di una conversazione; ecco perché di solito le si chiama Eumenidi, che significa «le gentili», e si parla di Ade come di Plutone o Pluto, cioè il «ricco».

Demetra perdette tutta la naturale gaiezza quando le fu rapita la figlia Core, in seguito chiamata Persefone. Ade si innamorò di Core e si recò da Zeus per chiedergli il permesso di sposarla. Zeus temeva di offendere il fratello maggiore con un rifiuto, ma sapeva d’altronde che Demetra non l’avrebbe mai perdonato se Core fosse stata confinata nel Tartaro; rispose dunque diplomaticamente che non poteva ne negare ne concedere il suo consenso. Ade si sentì allora autorizzato a rapire la fanciulla mentre essa coglieva fiori in un prato, forse presso Enna in Sicilia o a Colono in Attica o a Ermione o in qualche punto dell’isola di Creta o presso Pisa o presso Lerna o presso Feneo in Arcadia o presso Nisa in Beozia, insomma in una delle molte regioni che Demetra percorse nella sua affannosa ricerca. Ma i sacerdoti della dea sostengono che il ratto avvenne a Eleusi. Demetra cercò Core per nove giorni e nove notti, senza mangiare ne bere e invocando incessantemente il suo nome. Riuscì a sapere qualcosa soltanto da Ecate, che un mattino all’alba aveva udito Core gridare «Aiuto! Aiuto!» ma, accorrendo in suo soccorso, non vide più traccia di lei. Il decimo giorno, dopo lo sgradevole incontro con Poseidone tra il branco di cavalli di Onco, Demetra giunse in incognito a Eleusi, dove re Celeo e sua moglie Metanira la accolsero ospitalmente, invitandola a rimanere presso di loro come nutrice di Demofoonte, il principino appena nato. La loro figlia zoppa, Giambe, cercò di consolare Demetra declamando versi lascivi e la balia asciutta, la vecchia Baubo, la indusse con un trucco a bere acqua d’orzo profumata alla menta: poi cominciò a gemere come se avesse le doglie e inaspettatamente tirò fuori di sotto le sottane il figlio di Demetra, Iacco, che balzò tra le braccia della madre e la baciò. «Oh, come bevi avidamente!» esclamò Abante, il figlio maggiore di Celeo; Demetra gli lanciò un’occhiataccia e Abante fu trasformato in lucertola. Pentita e un po’ vergognosa per l’accaduto, Demetra decise di fare un favore a Celeo rendendo immortale Demofoonte. La notte stessa lo tenne alto sopra il fuoco per bruciare tutto ciò che in lui era mortale. Metanira, che era figlia di Anfizione, entrò per caso nella stanza prima che la cerimonia fosse finita e ruppe l’incantesimo; così Demofoonte morì. «La mia casa è la casa della sventura!» gridò Celeo, piangendo l’amara fine dei suoi due figli, e per questo in seguito fu chiamato Disaule. «Asciuga le tue lacrime. Disaule», disse Demetra, «ti rimangono tre figli, tra i quali Trittolemo, cui io farò tali doni che scorderai la duplice perdita». Trittolemo infatti, che custodiva il bestiame del padre, aveva riconosciuto Demetra dandole le notizie che sperava: dieci giorni prima i suoi fratelli, Eumolpo, pastore, ed Eubuleo, porcaro, si trovavano nei campi; intenti a pascolare le loro bestie, quando la terra all’improvviso si squarciò, inghiottendo i maiali di Eubuleo sotto i suoi stessi occhi. Poi, con un pesante tambureggiar di zoccoli, apparve un carro trainato da cavalli neri e sparì nella voragine. Il volto del guidatore del carro era invisibile, ma egli stringeva saldamente sotto il braccio destro una fanciulla che lanciava alte strida. Eubuleo aveva narrato l’accaduto a Eumolpo. Avuta questa prova, Demetra mandò a chiamare Ecate e insieme si recarono da Elio che vede ogni cosa, costringendolo ad ammettere che Ade si era macchiato di quell’ignobile ratto, probabilmente con la connivenza di Zeus. Demetra era così furibonda che invece di risalire all’Olimpo continuo a vagare sulla terra impedendo agli alberi di produrre frutti e alle erbe crescere, tanto che la razza umana minacciava di perire. Zeus, che non osava recarsi da Demetra a Eleusi, le mandò dapprima un messaggio a mezzo di Iride (e Demetra disdegnò di riceverla), poi una deputazione di dei olimpi che recavano doni propiziatori. Ma Demetra rifiutò di tornare sull’Olimpo e giurò che la terra sarebbe rimasta sterile finché Core non le fosse stata restituita.

Un’unica soluzione si presentava ormai a Zeus. Egli affidò dunque a Ermete un messaggio per Ade: «Se non restituisci Core, siamo tutti rovinati»; e un altro a Demetra: «Potrai riavere tua figlia, purché essa non abbia ancora assaggiato il cibo dei morti». Poiché Core aveva rifiutato di mangiare sia pure una briciola di pane dal giorno del ratto. Ade fu costretto a mascherare la propria sconfitta e le disse con voce melliflua: «Mia cara, poiché mi sembra che tu sia tanto infelice, ti riporterò sulla Terra». Core subito cessò di versare lacrime e Ade la aiutò a salire sul carro. Ma nel momento in cui essa si preparava a partire per Eleusi, uno dei giardinieri di Ade, chiamato Ascalafo, cominciò a gridare in tono derisorio: «Ho visto la mia signora Core cogliere una melagrana nell’orto e mangiarne sette chicchi! Sono dunque pronto a testimoniare che essa ha assaggiato il cibo dei morti!» Ade sogghignò e disse ad Ascalafo di arrampicarsi dietro il cocchio di Ermete. A Eleusi, Demetra abbracciò felice la figlia; ma, udita la storia della melagrana ricadde in un profondo abbattimento e disse: «Non tornerò mai più sull’Olimpo e la mia maledizione continuerà a pesare sulla terra». Zeus indusse allora Rea, che era madre sua nonché di Ade e di Demetra, a interporre i suoi buoni uffici, e si giunse così a un compromesso: Core avrebbe trascorso ogni anno tre mesi in compagnia di Ade, come regina del Tartaro e col titolo di Persefone, e gli altri nove mesi in compagnia di Demetra. Ecate si assunse il compito di fare rispettare i patti e di sorvegliare costantemente Core. Demetra acconsentì finalmente a risalire sull’Olimpo. Prima di lasciare Eleusi, iniziò ai misteri Trittolemo, Eumolpo e Celeo, unitamente a Diocle, re di Fere, che l’aveva assiduamente aiutata nelle sue ricerche. Ma punì Ascalafo per aver riferito l’episodio della melagrana imprigionandolo in una fossa chiusa da un masso pesantissimo; Ascalafo fu in seguito liberato da Eracle, e Demetra allora lo trasformò in un barbagianni. La dea ricompensò anche con messi, abbondanti i Feneati dell’Arcadia, che l’avevano ospitata dopo l’oltraggio fattole da Posidone, ma proibì loro di raccogliere fave. Un certo Ciamite fu il primo che osò infrangere il divieto, e ora è a lui dedicato un tempio presso il fiume Cefiso.

ll mito di Ade e Persefone, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Recensione: Ade e Persefone – Gli dèi degli Inferi

Recensione: Ade e Persefone – Gli dèi degli Inferi

“Scendere agli Inferi è facile: la porta di Dite è aperta notte e giorno; ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo, qui sta il difficile, qui la vera fatica.” (Virgilio, Eneide)

Dal risvolto di copertina: “Ade, il temuto signore degli Inferi, il dio defilato, quasi “invisibile”, si racconta attraverso la sua origine divina – figlio di Rea e di Crono che appena nato lo inghiottì tutto intero – e la sua seconda nascita quando Zeus riuscì a somministrare al padre Crono un emetico che gli fece rimettere tutta la prole. Ma soprattutto si parla di lui descrivendone il regno, l’oltretomba, e il suo amore per Persefone, figlia di Demetra e di Zeus. La rapì un giorno mentre coglieva fiori: la ragazza all’improvviso vide la terra aprirsi e dal profondo apparire Ade, da tempo innamorato di lei, che la afferrò e la issò sul suo carro. Nessuno poté aiutare Persefone, piangente, la ragazza chiamava invano la madre lamentando il proprio infelice destino, che la trascinava lontano dalla luce del sole, per unirsi al re degli Inferi. Sulla terra rimase la disperazione della madre Demetra che avrebbe vagato tra gli dèi e gli uomini alla vana ricerca della figlia.”

Dall’introduzione di Giulio Guidorizzi: “Ade e Persefone rappresentano il vertice basso del mondo divino, nelle viscere della terra, come la coppia Zeus-Hera rappresenta il vertice alto tra la luce dell’Olimpo. Del resto, i due re delle ombre sono una coppia sterile, perché niente può nascere laggiù. Leggendo la loro storia siamo di fronte a simboli sacri: il legame infrangibile tra una figlia e una madre, le nozze violente che spezzano un equilibrio, il melograno, cibo misterioso; la vita, la morte, la risurrezione.”

Oltre alla narrazione del mito, il volume contiene anche approfondimenti sulla sua fortuna nel corso dei secoli, in tutte le forme artistiche: letteratura (con una ricca antologia di testi classici sul mito), pittura, teatro, cinema. Inoltre vi è una tavola genealogica, e un ricco apparato bibliografico e sitografico. Il volume su Ade e Persefone è curato da Tommaso Braccini, professore di filologia classica presso l’Università di Torino. Qui gli ultimi volumi pubblicati. Di uno dei suoi libri, Una passeggiata nell’aldilà in compagnia degli antichi (Einaudi) abbiamo già parlato in questo post.

L’intera collana di trenta volumi è a cura di Giulio Guidorizzi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012). Qui una lista di suoi volumi sul mito greco.

Il racconto del mito di Ade e Persefone.
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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I grandi miti greci, ogni settimana con il Corriere della Sera

I grandi miti greci, ogni settimana con il Corriere della Sera
I grandi miti greci, ogni settimana con il Corriere della Sera

Vi segnaliamo che in edicola, ogni settimana al martedì, assieme al Corriere della Sera, vengono pubblicati degli agili libretti su un personaggio specifico della mitologia greca. Le uscite sono 30 e i protagonisti sono elencati più sotto. La presentazione ufficiale della collana: “Dalle avventure di Eracle alla tragedia di Antigone, dagli enigmi della Sfinge al giudizio di Paride: Corriere della Sera presenta Grandi miti greci, una collana di monografie dedicate agli eroi e agli dèi della mitologia ellenica, appositamente scritte da autorevoli docenti universitari con la curatela di Giulio Guidorizzi. In ogni libro, la ricostruzione del mito, gli autori e le opere che nei secoli se ne sono occupati, una sezione antologica con i testi più rappresentativi e utili apparati critici. Immergiti in un mondo di storie antiche quanto la cultura occidentale, imprese intramontabili e personaggi mitici che da più di due millenni nutrono il nostro immaginario. Le grandi storie sono eterne.”

Noi le stiamo leggendo e vale proprio la pena. In una prima sezione vi è il racconto e l’analisi del mito; in una seconda sezione vi sono gli sviluppi nell’arte del mito trattato: musica, quadri, libri, piéce teatrali ispirate dal mito vengono raccontate e commentate. In una terza sezione vi sono poi degli estratti della storia dalle opere più famose che ne hanno trattato. Una ricca bibliografia e sitografia completa ogni volumetto, che si legge in un paio di ore e lascia l’anima leggera e soddisfatta. Una lettura consigliata. Non è detto che traendo spunto da questa bella iniziativa non ci metteremo in futuro a recensire qualche volume o a fare delle entrate qua sul blog sui vari dèi, dee, eroi. Man mano che lo faremo, potete cliccare sui vari link.

Ogni volume ha un curatore diverso, che indicheremo nei vari post. L’intera collana di trenta volumi è a cura di Giulio Guidorizzi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012).

Il piano dell’opera (ogni volume costa 7,90 Euro e li trovate sul sito del Corriere della Sera). ATTENZIONE: L’OFFERTA SUL SITO DEL CORRIERE È TERMINATA. TROVATE I VOLUMI NELL’EDIZIONE MONDADORI, CON UNA NUMERAZIONE DIVERSA, MA SONO GLI STESSI A QUESTO INDIRIZZO. (MARZO 2020)

  1. Edipo – Il gioco del destino
  2. Dioniso – L’esaltazione dello spirito
  3. Apollo – La divina bellezza
  4. Zeus – Le origini del mondo
  5. Arianna – Le insidie dell’amore
  6. Orfeo – La nascita della poesia
  7. Ulisse – Il viaggio della ragione
  8. Medea – La condizione femminile
  9. Prometeo – Il dono del fuoco
  10. Antigone – La ragione di stato
  11. Fedra – L’insana passione
  12. Ade e Persefone – Gli dèi degli inferi
  13. Enea – L’eroe di una nuova dinastia
  14. Circe – La seduzione e la magia
  15. Eracle – L’eroe più popolare
  16. Teseo – Lo stato e le donne
  17. Elena – La bellezza che genera la guerra
  18. Afrodite – La primavera dell’amore
  19. Achille – Il guerriero vulnerabile
  20. Narciso – La morte, lo specchio e l’amore
  21. Atena – La dea invincibile
  22. Poseidone – La forza del profondo
  23. Le Sirene – Incanto e seduzione
  24. Ettore – L’eroe e la sua sposa
  25. Artemide – La natura selvaggia
  26. Giasone – La verità su un eroe
  27. Agamennone – Il re dei re
  28. Perseo – L’audacia dell’avventura
  29. Hermes – Il dio dell’astuzia
    • Il mito di Hermes
  30. Sisifo – I grandi peccatori
    • Il mito di Sisifo

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Recensione a “Le Stanze del Silenzio” di Mariavittoria Antico Gallina

Recensione a “Le Stanze del Silenzio” di Mariavittoria Antico Gallina

download (2)È sempre voyeuristico leggere del dolore altrui. E non è facile neppure parlare del dolore di un’altra persona. Se lo si fa razionalmente, con la testa, si risulta supponenti o professionalmente distaccati: si rischia di descrivere le fasi cliniche attraverso le quali passa la persona che ha subito la perdita, si propongono consigli o fatti statistici. Se lo si fa con il cuore, se si parla senza essere distaccati, paragonando i propri dolori a quelli dell’altro, e con-patendo (soffrendo con) l’altra persona, ecco che le parole si bloccano e si piange, in silenzio o sonoramente. E se si cerca di commentare il lutto con la pancia, con l’istinto, ecco che la reazione diviene quella di fuga o di rifiuto di una realtà – la morte – che ci atterrisce.

La morte. Ogni discorso su questa “fase di passaggio” (per chi resta e forse, a dipendenza delle credenze religiose, anche di chi è deceduto) porta a confrontarsi con quel “Mysterium tremenum et fascinans” che è la vita e che si basa proprio sul succedersi di esistenze che si nutrono di altre vite (vegetali, animali). Una situazione che la nostra cultura ha cercato di mitigare, di nascondere, di edulcorare, ma che nel momento del lutto, torna a mostrarsi in tutta la sua fiera brutalità. E quando la morte ci viene a visitare, quando si porta via una persona a noi cara, dobbiamo per forza scendere a patti con il nostro dolore e con la fase di vuoto che si presenta – sterminata – sul nostro cammino terreno. È proprio il racconto della straziante fase di lutto causata dalla scomparsa dell’amatissimo marito Enrico che ci narra Mariavittoria Antico Gallina nel suo “Le Stanze del Silenzio”, volume edito da Giancarlo Zedde Editore nel 2009.

Il percorso spirituale della Prof. Antico Gallina si snoda tra le pagine del volume e passa attraverso diverse fasi, nel corso del lutto: inizia con una negazione iniziale della possibilità di un ricongiungimento futuro: “E se non ti trovassi là dove tutti credono, come credevo anch’io, che debbano giungere le anime? Se fosse tutto un grande bluff? Se mi illudessi a tal punto da vivere nell’attesa di quel giorno, quel mio ultimo giorno, nella speranza che sia il primo giorno con te in una nuova, sconosciuta dimensione?” (pag. 19). Il dubbio è legittimo, figlio dell’evento traumatico della morte del marito e diviene porta d’ingresso di una fase nella quale le certezze, anche quelle legate alla spiritualità, sono andate perdute. Per sempre? Momentaneamente? Lo scopriremo nel corso della lettura. Il numinoso, la parte ultraterrena, scompare per l’Autrice, assorbita dall’esperienza del confronto con la finitudine terrestre e umana: “Il credente vede in questa eternità la vera vita, come già la prima cristianità vedeva nel giorno della morte il dies natalis, il giorno della “nascita”. Io vedo una eternità tutta terrena, rotta solo, temo, dalla volontà degli uomini, così come l’archeologo rompe il silenzio di una sepoltura dopo secoli e secoli di una immobilità che avrebbe potuto essere, appunto senza fine.” (21)

Addirittura l’Autrice mette in dubbio, certo con una similitudine, ma poco importa, il senso del suo lavoro e della sua passione, l’Archeologia. L’impressione che il lettore si fa è quella che l’Autrice stia soppesando e giudicando ogni scelta compiuta in passato: la vita professionale diviene un disturbare cose che andrebbero lasciate nascoste sotto il peso dei secoli, e la vita ultraterrena e la spiritualità sono solo vecchi e polverosi orpelli privi di utilità. Eppure la Prof. Antico Gallina continua a interrogarsi sui temi spirituali: “Mi hai abbandonato, Signore? Stai punendo la mia incredulità? […] Mi sto punendo con le mie mani? Mi sto torturando perché voglio torturarmi?” (23) Interessante notare come si passi continuamente da una visione (critica) cosmica a un interrogarsi sul proprio vissuto spirituale, chiaro segnale di una crisi che scuote fino nel profondo ogni certezza. Un meccanismo valido per separare la pula dal grano, per capire cosa ha ancora senso e cosa invece va gettato come involucro privo ormai di senso. E la spiritualità, il rapporto con il Divino sembra essere ormai sprovvisto di quel significato che potrebbe dar conforto nel mondo ormai povero di senso nel quale si ritrova l’Autrice.

Dio rimane però spesso e volentieri interlocutore privilegiato per l’Autrice: “Si può vivere anche così, Dio? Anche senza il compagno che ho amato infinitamente e che amo? Tu credi che sia possibile? Forse!” (25) Interessante quel “Forse!” seguito dalla forza e dalle risorse personali contenute in quel punto esclamativo: quasi un grido di speranza, un guizzo vitale che lascia ben sperare per il futuro della discesa nel regno della tristezza che compiamo in questo libro accompagnando Mariavittoria Antico Gallina. “Per chi non ha una salda fede la morte è un confine fra noto e ignoto che fa orrore!” Il Dio invocato durante la malattia del marito è, in qualche modo, ritenuto almeno in parte responsabile della morte del consorte: “Invocavo il Suo aiuto per lui, la Sua vicinanza, la Sua mano, il Suo intervento.” (49) L’intervento miracoloso purtroppo non avviene, contribuendo così, forse, all’inizio di una crisi piena di legittimi dubbi, più su se stessa e sul proprio modo di intendere e vivere la fede che sulla spiritualità in quanto tale. Un percorso, anche questo, di crescita, un tentativo di passare a un livello diverso di rapporto con il divino, con il mistero della vita e della morte.

A un certo punto della sua “emergenza spirituale” la Prof. Antico Gallina scopre che è il momento di andare, in qualche modo, oltre il passato e di esplorare nuove vie. “Ho voglia di perdonare!” (79). Quale modo migliore che cancellare con una spugna i torti subiti, permettendosi di affrontare situazioni e persone con quel candore innocente e pieno di carezze e di abbracci che caratterizza la prima scoperta dei rapporti umani e della bellezza del mondo, quando ancora bambini o adolescenti ci affacciamo alla scoperta dell’”altro”. E comincia perdonando se stessa, poi gli altri, poi le ingiustizie del mondo. E, in questo modo, si permette anche la possibilità di un rapporto nuovo con lo spirito, con il trascendente. Un rapporto vero, che pulsa della propria esperienza di dolore nel quale ancora si trova. Per risalire la china, l’Autrice utilizza lo straordinario strumento della scrittura: scrive di sé, ricorda il marito, narra molte fasi della vita dei figli, in un arioso affresco che le permette, partendo dal proprio centro di dolore, di andare nella direzione del mondo. Dal centro chiuso e protetto del dolore all’apertura del mondo che attorno pulsa della vita che si riaccende grazie ai ricordi e alla bellezza delle immagini che rivivono grazie alla parola e al ricordo. Che non è sterile rimembranza: è intessere, immagini, suoni, trame di vita e di sensazioni fisiche con il momento di dolore per creare il tessuto della vita che ancora deve venire, che ci si creda oppure no.

La scomparsa di una persona amata è una fase di passaggio, dicevamo. Come le altre, che la Prof. Antico Gallina ben descrive nel suo libro: l’innamoramento, il matrimonio, la nascita dei figli e poi la loro partenza dal nido familiare. Tutte fasi che, nella nostra società sono state abbandonate a se stesse, non hanno più un ruolo centrale nella vita della cultura e del gruppo. Questo vivere senza segnalare culturalmente le fasi di passaggio rende più difficoltoso per ognuno di noi il dovercisi confrontare, perché ogni volta dobbiamo costruire nuovi strumenti per affrontare la situazione. Gli antichi miti ci possono dare una mano per comprendere quali potrebbero essere delle strade percorribili anche per noi esseri umani del 21° secolo. Vediamone qualcuno.

Nell’antichità il mondo infero era presieduto da Ade, il dio oscuro e temibile che non si poteva neppure nominare. Spesso ci si riferiva a lui come a Plutone, il copioso, il generoso. E veniva rappresentato con in braccio una cornucopia traboccante di frutti e fiori. Il dio della morte era visto come una divinità generosa e fonte di ricchezza. Dal profondo del suo regno potevano giungere, per gli Antichi, dei doni inaspettati che sgorgano dalla notte più buia, quando la luce sembra essere stata definitivamente sconfitta dalle tenebre. Non ha senso, come fa Orfeo con la giovane moglie Euridice morta per il morso di un serpente, scendere nel regno dei morti alla ricerca della persona amata con lo scopo di riportarla sulla terra. Le regole dell’universo lo vietano e neppure gli dèi vi si possono opporre. Orfeo fallisce nella sua missione in quanto fa affidamento sulle sue capacità terrene, seppur straordinarie, di musicista, senza considerare la totale alterità del mondo in cui si addentra. Un aldilà che risponde a regole diverse e che lui non accetta, sancendo la sua stessa morte per mano di un gruppo di Menadi. La Prof. Antico Gallina non cade nello stesso errore di Orfeo ed esplora nel suo “diario” tutta una serie di risorse per sopravvivere emotivamente e psicologicamente alla scomparsa di Enrico, suo marito, l’uomo della sua vita: la preghiera, il silenzio, la scrittura, la serietà e la crescita personale, il rapporto con il tempo passato e quello presente, il confronto con il concetto di eternità, di perfezione e di limiti. E lo fa passando attraverso la disperazione, il rifiuto di strumenti che non le appartengono (più) come la preghiera e la fede, salvo poi trovare la sua definizione personale e di nuovo viva del mondo spirituale. Insomma, come dicevo prima, la perfetta descrizione di una fase di passaggio, di un’”emergenza spirituale” che presenta sia la possibilità di frantumarsi nel dolore sia la opportunità di trovare un modo adatto per entrare in una fase diversa dell’esistenza. Diversa e non “nuova” perché, nella parole della Prof. Antico Gallina: “Non si può più parlare di nuovo, una connotazione positiva che non mi interessa.”

E poi, quando l’Oscura Notte dell’Anima sembra non avere più fine, ecco che d’improvviso, la bellezza della vita fa capolino e prende il sopravvento, di soppiatto, in un mattino di primavera. “Alzi gli occhi al cielo, terso azzurro, immobile; osservi il fogliame fresco, leggero, trasparente; inspiri le fragranze che si spandono in questa primavera diversa, unica, la prima senza il tuo compagno, eppure ugualmente primavera, con prati e arbusti che si risvegliano. Dio, che bello il tuo mondo.” (131) Ed eccola che riemerge attraverso la bellezza del Creato, anche la Spiritualità, quella che fa levare le lodi indirizzandole verso qualcosa di più grande di noi, di non completamente comprensibile con la ragione, ma che possiamo sentire vibrare nella pancia e rimbombare nel cuore. Non nasce dal nulla, come si potrebbe pensare, è un parto caratterizzato dal lungo travaglio doloroso attraverso il quale è passata l’Autrice: la spiritualità nasce dalle domande, dai dubbi, dalla crisi.

Sembra un libro sul lutto questo “Le Stanze del Silenzio” di Mariavittoria Antico Gallina, ma è un libro d’amore. D’amore per la vita e per il ricordo che non è sterile testimonianza del passato ma fecondo seme per il futuro, per la vita che, benché si nutra di altre vite, resta sempre un mistero affascinante e fonte di aspettativa. E un luogo dove la spiritualità, il senso numinoso degli accadimenti e delle esperienze che la Vita ci mette sul percorso, rimangono sempre fonte di meraviglia, anche quando sono dolorose. Una lettura consigliata a tutte quelle persone che si trovano a dover affrontare lo stesso viaggio attraverso i bui meandri della tristezza causata da un lutto. Ma non solo: anche i lettori che stanno attraversando una fase di passaggio, che si confrontano con una emergenza spirituale, troveranno nelle pagine di Mariavittoria Antico Gallina, anche nelle pagine più dure, più tristi, più buie, un’incessante energia che ricerca, che spinge a non arrendersi ma a rimanere, magari fermi, magari in attesa, con lo sguardo rivolto verso la grandezza dello spirito e del mistero della vita. Andreas Barella

Mariavittoria Antico Gallina, Le Stanze del Silenzio, Giancarlo Zedde Editore, 2010.

Qui trovate la rivista sulla quale a pagina 25 è stato pubblicata la recensione: Laborcare Journal, n°8 2014