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“Società Matriarcali come Società di Pace” di Heide Goettner-Abendroth

“Società Matriarcali come Società di Pace” di Heide Goettner-Abendroth

Nella giornata della Festa delle Donne 2022 pubblichiamo una acuta e ricca esposizione di una visione matriarcale, che a La Voce delle Muse piace molto. In una società di questo tipo anche l’attuale guerra in Ucraina non sarebbe stata concepibile. Pace e Auguri alle nostre lettrici!

Introduzione – I risultati delle ricerche sviluppate nell’ambito dei Moderni Studi Matriarcali confutano l’ideologia della dominazione maschile universale e del patriarcato. I Moderni Studi Matriarcali sono interessati a indagare e a presentare società non patriarcali: quelle che sono esistite nel passato e quelle tuttora esistenti. Perché ancora oggi nel mondo esistono popolazioni indigene in Asia, Africa, nelle Americhe e in Oceania, che favoriscono culture tradizionali che presentano modelli matriarcali. Questi modelli non sono solo una mera inversione del patriarcato dove le donne governano – come comunemente si crede -: sono invece società fondate sull’uguaglianza di genere, e molte di esse sono completamente egualitarie. Sono società libere dalla dominazione, ma rese stabili da certe linee guida e da codici precisi. Uguaglianza, negli ambiti matriarcali, non significa semplicemente livellamento delle differenze. Le differenze naturali tra i generi e le generazioni sono rispettate e onorate, ma non implicano gerarchie come succede solitamente nelle società patriarcali. I diversi generi e le generazioni hanno il loro valore e la loro dignità e dipendono gli uni dagli altri tramite un sistema di attività complementari. Più precisamente, le società matriarcali sono società basate su un’uguaglianza complementare in cui la cura è molto importante nel creare l’equilibrio. Questo equilibrio si applica tra i generi, le generazioni, gli esseri umani e la natura: ciò crea un’attitudine verso la pace.

La struttura profonda delle Società Matriarcali – Sulla base di ricerche che prendono in considerazione culture diverse, ed esaminandole caso per caso, ho sintetizzato le strutture e le linee guida che regolano trasversalmente a tutti i livelli le società matriarcali. È così emersa la struttura profonda delle società matriarcali. Per rendere più chiara questa struttura introduco brevemente i modelli organizzativi matriarcali a livello sociale, economico, politico e culturale.

A livello economico le società matriarcali sono spesso società agricole, ma non esclusivamente. In base a un sistema che è identico a quello dei vincoli parentali e dei sistemi di matrimonio, i beni circolano come doni. Il vantaggio o lo svantaggio dei termini di acquisizione dei beni è mediato da linee guida sociali. Alle feste dei villaggi, i clan ricchi invitano tutti gli abitanti come loro ospiti. I membri del clan più ricco organizzano i banchetti, i rituali, la musica e le danze di uno dei festival annuali e regalano i loro beni come doni a tutti i vicini. In questo modo acquisiscono solo onore. Poiché questa è un’attitudine generale, le economie matriarcali possono essere definite effettivamente delle economie del dono (così come le ha formulate G. Vaughan). Questo sistema impedisce che i beni siano accumulati da un gruppo o da una persona specifica, creando così un sistema di mutuo aiuto. Evitando l’accumulazione, si mantengono in modo consapevole i principi dell’uguaglianza economica, ciò che rende egualitarie queste società. Pertanto, a livello economico le società matriarcali creano un’economia bilanciata, che è la base della pace. In relazione a questi due aspetti, le definisco società di reciprocità economica, basate sulla circolazione dei doni.

A livello sociale, le società matriarcali sono basate sul clan. Le persone vivono insieme in grandi gruppi legati da vincoli che seguono il principio della matrilinearità, cioè la parentela in linea materna. Il nome del clan, gli onori sociali e i titoli politici sono ereditati dalle madri. Un matri-clan consiste di almeno tre generazioni di donne e di uomini a esse imparentate. Vivono insieme in una grande casa del clan, ed è ciò che viene definito matrilocalità. Il clan è un’unità economica autosufficiente. Al fine di raggiungere una coesione sociale tra i clan di un villaggio o di una città, sono state sviluppate complesse convenzione matrimoniali per legare i clan affinché abbiano benefici reciproci. Il risultato è che tutti gli abitanti di un villaggio o di una città sono imparentati in qualche modo tra loro. Queste relazioni, basate sul vincolo, costituiscono un sistema di supporto reciproco che ha regole precise. In questo modo si crea una società senza gerarchie che si concepisce come un clan esteso in cui ciascuno è “madre” o “sorella” o “fratello” di tutti. Pertanto, definisco le società matriarcali come società orizzontali non gerarchiche, di discendenza matrilineare.

Il fattore decisivo per una società di pace è il processo attraverso cui si prendono le decisioni politiche. Nelle società matriarcali, la pratica politica segue il principio del consenso, che significa unanimità per ogni decisione. Al fine di attuare questo principio le società si sono ben organizzate sulla base dei vincoli del lignaggio matriarcale. La base di ogni decisione è ciascuna casa del clan. Le questioni che riguardano la casa del clan sono decise dalle donne e dagli uomini mediante un processo di consenso. Lo stesso si applica alle decisioni che riguardano l’intero villaggio. Le donne e gli uomini si incontrano nella casa del clan dove formano un consiglio per discutere le questioni domestiche. Quando si discutono temi che riguardano il villaggio, i delegati di ogni casa-clan si incontrano per il consiglio del villaggio. I delegati non prendono decisioni, ma comunicano semplicemente le decisioni che sono state prese nella loro casa-clan. Questi/e mantengono il sistema di comunicazione del villaggio e vanno avanti e indietro tra il consiglio del villaggio e la loro casa-clan fino a quando il villaggio intero raggiunge il consenso. La stessa cosa si applica a livello regionale. I delegati dei villaggi si spostano tra i consigli dei villaggi e il consiglio regionale fino a quando tutti gli appartenenti alla regione hanno raggiunto il consenso. È abbastanza evidente che una tale società non sviluppa gerarchie o classi e che non è possibile sviluppare un differenziale di potere tra i generi o le generazioni. Pertanto, definisco le società matriarcali a livello politico “società ugualitarie di consenso”.

Ma un tale sistema sociale non potrebbe funzionare completamente se non ci fosse una profonda attitudine spirituale che permea e supporta il tutto. A livello spirituale e culturale, le società matriarcali non hanno religioni basate su un Dio maschile, trascendente e onnipotente, e tanto meno sullo Spirito Santo, contrapposto a un mondo che viene svalutato come “materia cattiva o morta”. Nelle società matriarcali la divinità è immanente in quanto il mondo intero è considerato divino, divino femminile. Ciò si esprime nella concezione diffusa dell’universo come Grande Dea, colei che ha generato ogni cosa, tra cui la terra, che come Grande Madre, produce tutto ciò che è vivente, e nella concezione secondo cui ciascuna/o è dotata di divinità. In un tale cultura, tutto è spirituale. Nei festival, che seguono i cicli stagionali e i cicli della vita, tutto viene celebrato. Non c’è alcuna separazione tra il sacro e il profano, e anche le attività quotidiane hanno un significato rituale. In questo senso le società matriarcali sono sacre. La natura è considerata sacra, inclusa la terra e il cosmo, e gli esseri umani la venerano vivendo in pace con Essa. Pertanto, a livello spirituale, definisco le società matriarcali “società sacre e culture del Femminile Divino o Dea”.

Politica Patriarcale – Da questa sintesi dei Moderni Studi Matriarcali si deduce che si tratta di modelli di conoscenza non patriarcali sostanzialmente pacifici, fondati sull’uguaglianza sociale, politica e culturale. Conoscere questi modelli è urgente e necessario in questa fase ultima e globalmente distruttiva del patriarcato. Appare sempre più evidente oggi l’importanza dei modelli matriarcali sia per le società attuali che per quelle future. I matriarcati non sono utopie astratte, costruite sulla base di concetti filosofici non attuabili, al contrario, essi sono esistiti per lunghi periodi storici giungendo sino ad oggi. I matriarcati incarnano un enorme complesso di creatività intellettuale e di esperienze pratiche, e appartengono necessariamente al retaggio delle conoscenze culturali dell’umanità. I loro valori dimostrano come la vita possa essere organizzata intorno a modalità non violente fondate sui bisogni, o meglio, semplicemente umane.

Vorrei proporre alcuni suggerimenti per una nuova società ugualitaria e pacifica. Questo cammino è definito “Politica Matriarcale”. Naturalmente non possiamo imitare le società matriarcali tradizionali, ma possiamo riceverne stimoli e visioni profonde considerando che a differenza di utopie teoriche, esse hanno vissuto per millenni. Da un punto di vista economico, credo che la lezione del matriarcato consista nel trovare una nuova economia di sussistenza, basata su unità locali e regionali. Le comunità di questa economia lavorano in modo autosufficiente creando circoli di economia del dono. La qualità di vita che ne risulta è per loro più importante del produrre una grande quantità di merci. Le donne sono il perno di queste strutture economiche e ne sono ben consapevoli. Pertanto, la regionalizzazione e i circoli del dono creati dalle iniziative delle donne sono uno strumento dell’economia matriarcale. A livello sociale, penso sia necessario creare e supportare gruppi o comunità basati sull’affinità. Questi possono essere le comunità tradizionali esistenti, o altre nuove comunità. Tali comunità di affinità si formano sulla base di un rapporto spirituale-filosofico tra i membri, che si sentono come “fratelli/sorelle per scelta”, e possono così formare dei “clan simbolici”. I clan simbolici hanno la tendenza a diventare matriarcali se hanno preso l’avvio e sono condotti da donne. I fattori decisivi sono i bisogni delle donne, e in particolare quelli dei bambini, che sono il futuro dell’umanità. A livello politico, il principio del consenso matriarcale è della massima importanza per una società veramente ugualitaria. Il principio del consenso è la fondazione per costruire nuove comunità matriarcali. Seguendo questo principio, le piccole unità dei nuovi matri-clan simbolici sono quelle che prendono decisioni. Ma questo può essere praticato solo a livello regionale. Secondo una prospettiva di sussistenza, l’obiettivo politico è di creare delle regioni fiorenti e autosufficienti – e non grandi stati-nazione, o unioni di stati o super poteri. A livello culturale, la lezione delle società matriarcali consiste nell’abbandonare le religioni gerarchiche che pretendono di possedere la verità. È invece necessario guardare il mondo come qualcosa di sacro, amarlo e proteggerlo, poiché secondo la cultura matriarcale, tutto nel mondo è divino.

Per questo la spiritualità matriarcale può nuovamente pervadere tutto e divenire parte della vita quotidiana. Questo è il cammino verso una nuova società ugualitaria, e può essere solo olistica, senza per questo essere vaga. Deve essere un cammino concreto, che non si perde in dettagli. Lo chiamo il “modello matriarcale”. È una visione chiara che può diventare una linea guida pratica per integrare le diverse azioni delle promotrici/ori di pace, e renderle così più potenti. Ritengo che molto del lavoro portato avanti oggi dai movimenti alternativi a livello economico, sociale, politico e spirituale tenda implicitamente verso i modelli matriarcali che ho qui illustrato. (Tratto e adattato da Società Matriarcali come Società di Pace – Armonie (armoniedonnebologna.it). Sito che vi invitiamo a visitare e che ringraziamo per il prezioso lavoro che svolge.)

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Il mito di Agdisti

Il mito di Agdisti

Il racconto del mito di Agdisti è collegato al nostro post Ermafrodito e altri esseri bisessuali.

Pausania, Guida della Grecia, VII 17, 10-2 – Zeus, durante il sonno, fece cadere dello sperma sulla terra, che con il tempo produsse un demone con organi sessuali doppi, maschile e femminile; gli dèi temendo Agdisti gli tagliarono l’organo sessuale maschile.

Quando il mandorlo nato da tale organo ebbe il frutto maturo, dicono che la figlia del fiume Sangario lo colse; una volta che lo ebbe riposto nel seno, quel frutto scomparve immediatamente ed essa rimase incinta; quando ebbe partorito, un capro si prese cura del bambino che era stato esposto. Mentre cresceva, Attis appariva dotato di una bellezza superiore a quella umana, e Agdisti si innamorò di lui. Quando Attis fu adulto, i parenti lo mandarono a Pessinunte per sposare la figlia del re.

Già si cantava l’imeneo, quando comparve Agdisti: Attis, impazzito, si tagliò i genitali e se li tagliò anche colui che gli dava in sposa la figlia. Agdisti, tuttavia, si pentì di quanto aveva fatto ad Attis e ottenne da Zeus che il corpo di Attis non imputridisse e non si consumasse. Questa è la leggenda più conosciuta riguardo ad Attis.

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Provano più piacere sessuale le donne o gli uomini?

Provano più piacere sessuale le donne o gli uomini?

Il racconto della sentenza di Tiresia, interrogato se fossero le donne o gli uomini a provare maggiore piacere durante l’atto sessuale è narrato da tre autori, ed è collegato al nostro post Ermafrodito e altri esseri bisessuali.

Apollodoro, Biblioteca,  III 6, 7 – Vi era, a Tebe, l’indovino Tiresia figlio di Evere e della ninfa Cariclo, della stirpe di Udeo, uno degli Sparti. Era cieco: della sua cecità e della sua arte profetica si danno versioni diverse, Alcuni dicono che fu accecato dagli dèi perché rivelava agli uomini cose che essi volevano tenere segrete. Ferecide afferma che fu accecato da Atena; Cariclo era molto cara ad Atena… [Tiresia] vide la dea completamente nuda ed essa gli mise le mani sugli occhi e Io rese cieco. Cariclo la supplicò di restituire la vista a Tiresia, ma la dea non aveva il potere di farlo: allora gli purificò le orecchie in modo che potesse intendere il linguaggio degli uccelli e gli fece dono di un bastone di legno di corniolo, con l’aiuto del quale poteva camminare come coloro che vedevano. Esiodo invece narra che, nei pressi del monte Cillene, Tiresia vide dei serpenti che si accoppiavano, li ferì e, da uomo, fu mutato in donna; poi di nuovo spiò gli stessi serpenti in amore e ridivenne uomo. Per questo Era e Zeus, che discutevano se nei rapporti amorosi provassero maggior piacere le donne oppure gli uomini, interrogarono lui. Egli disse che, se nell’amore la somma del godimento era eguale a diciannove parti, nove spettavano all’uomo, dieci alla donna. Per questo Era lo accecò e Zeus gli fece dono dell’arte della mantica.

 

Igino, Miti, 75 – Si racconta che il pastore Tiresia, figlio di Evere, sul monte Cillene percosse col bastone oppure calpestò due serpenti che si congiungevano e per questo fu trasformato in donna. Poi, consigliato da un oracolo, calpestò altri due serpenti nello stesso luogo e riprese l’aspetto antico. In quel tempo Giove e Giunone stavano discutendo scherzosamente se durante l’amplesso il piacere più grande toccasse all’uomo o alla donna. Essi presero Tiresia come arbitro della disputa, dato che conosceva entrambe le situazioni; poiché egli aveva dato ragione a Giove, Giunone, adirata, Io toccò col dorso della mano e lo rese cieco. Ma Giove in cambio lo fece vivere per sette generazioni e ne fece l’indovino migliore tra tutti gli uomini.

 

 

 

Ovidio, Metamorfosi, III 316-38
Mentre ciò avviene in terra per legge del fato,
e Bacco, due volte generato, passava un’infanzia tranquilla,
dicono che Giove depose, bevendo nettare,
le preoccupazioni e si mise a scherzare con Giunone, anche lei
spensierata, e le disse: «Il vostro piacere è senz’altro più grande
di quello che tocca ai maschi». Lei nega.
Decidono di chiedere qual è l’opinione
del dotto Tiresia, che conosceva entrambi gli amori.
Infatti con un colpo di bastone aveva violato
i corpi di due grandi serpenti uniti nel bosco
e, diventato per un prodigio da uomo donna,
era rimasto donna per sette anni; all’ottavo
rivide gli stessi e disse: «Se darvi un colpo
ha tanto potere da cambiare la sorte di chi vi colpisce,
tornerò a colpirvi» e, percossi gli stessi serpenti,
gli tornò la prima forma, e la figura nativa.
Preso dunque per arbitro di quella lite giocosa,
confermò le parole di Giove, e Giunone, si dice,
si addolorò più del giusto, in modo sproporzionato,
e condannò gli occhi del giudice all’eterno buio.
Ma il padre onnipotente in cambio degli occhi perduti — giacché nessun dio
può annullare quello che ha fatto un altro dio — gli concesse
di sapere il futuro e alleviò con l’onore la pena.

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Il mito di Cenide-Ceneo

Il mito di Cenide-Ceneo

Il racconto del mito di Cenide-Ceneo è tratto da Ovidio, Metamorfosi, XII 189-209 e 459-535 ed è collegato al nostro post Ermafrodito e altri esseri bisessuali.

 

 

 

 

 

 

Era famosa per la sua bellezza Cenide figlia di Elato,
la più bella ragazza della Tessaglia, richiesta
invano da tanti pretendenti nelle città vicine
e nelle tue, Achille — era tua compatriota.

Anche Peleo avrebbe forse aspirato alle sue nozze,
ma gli erano già toccate o almeno promesse
quelle con tua madre. Lei non volle sposare
nessuno, ma, mentre percorreva una spiaggia
isolata, subì la violenza, narra la fama, del dio del mare,
Nettuno, quand’ebbe goduta la gioia dell’amore vergine,
le disse: «Il tuo desiderio sarà al sicuro da ogni rifiuto;
scegli quello che vuoi». Anche questo narrava la fama.
Rispose Cenide: «Questa violenza produce un desiderio
grande, di non poter più subire una cosa simile.

Fammi non essere donna, e mi avrai dato tutto». Le ultime
parole le disse con timbro più grave, e poteva sembrare la voce di un uomo,
com’era: infatti il dio del mare profondo assentiva,
e in più le aveva concesso di non poter essere
mai ferito o soccombere al ferro. Se ne va lieto
del dono e passa la vita in occupazioni maschili l’Atracide, e percorre il bacino del fiume Peneo.

[…]

 

 

 

 

 

 

 

Cinque ne aveva uccisi Ceneo: Stifelo, Bromo,
Antimaco, Elimo e Piracmone che brandiva una scure:
non ricordo le ferite, mi è rimasto in mente soltanto il numero e il nome.
Ecco arriva di volo, armato delle spoglie del tessalo Aleso,
che aveva ucciso, Latreo, immenso nel corpo:
l’età stava tra giovane e vecchio, il vigore
era di un giovane, capelli bianchi variavano le sue tempie.
Distinguendosi per scudo e spada e lancia macedone,
voltato di faccia a guardare ambedue gli eserciti,
scosse le armi e galoppò in cerchio perfetto,
spendendo con alterigia tante parole nell’aria vuota:
«Anche te, Cenide, dovrò sopportare? Perché ai miei occhi sarai sempre donna,
sarai sempre Cenide. Non ti ricordi la tua natura originaria,
non ti viene in mente per quale fatto sei stata premiata,
a quale prezzo hai acquistato l’immagine falsa di uomo?
Vedi ciò che sei nata e che cosa hai subito;
prendi la conocchia e il cestino, e fila la lana col pollice:
lascia le guerre ai veri uomini». E mentre scagliava queste parole, Ceneo
tirò una lancia e gli perforò il fianco proteso in corsa,
dove l’uomo si unisce al cavallo. Allora infuria per il dolore,
e con la lancia colpisce il nudo volto del giovane
di Fillo, ma la lancia rimbalza indietro come dal tetto la grandine,
o se qualcuno colpisce un tamburo con un sassolino.
Allora lo attacca da presso e cerca di piantargli nel duro
fianco la spada, ma non c’è posto che faccia passare la spada.
«Non mi sfuggirai lo stesso, ti sgozzerò di taglio» gli dice,
«giacché la punta è ottusa», e volta la spada di taglio,
allungando il braccio destro e avvolgendogli il ventre.
Il colpo risuona come se fosse portato sul marmo;
sulla pelle callosa la lama si spezza e vola in schegge.

Quando gli parve di avere abbastanza offerto le membra invulnerabili
allo stupore del nemico, Ceneo disse: «E adesso proviamo il tuo corpo
con il mio ferro», e gli immerse nel fianco la spada mortale
fino all’elsa, e la mosse alla cieca dentro le viscere,
e Ie rigirò con la mano, facendo ferita dopo ferita.
Ecco che con enormi grida i Centauri piombano a precipizio
su di lui, e tutti tirano e portano colpi contro lui solo.
Ma le armi cadono spuntate, e rimane illeso da ogni colpo, senza perdere sangue, Ceneo figlio di Elato.
Il prodigio li sbigottì. «Oh immensa vergogna»
esclama Monico. «Siamo una folla e siamo vinti da uno,
e appena uomo. Eppure lui è un vero uomo,
noi con la nostra viltà siamo quello che lui era prima.
A che ci servono i corpi immensi, le forze doppie ed il fatto
che in noi la natura ha unito i due animali più forti?
Non credo che siamo figli di una dea, né figli di Issione,
un uomo tanto grande da nutrire speranze
su Giunone, se ci lasciamo sconfiggere da un mezzo uomo.
Rovesciategli addosso macigni, tronchi e montagne intere,
tirategli addosso le selve per soffocare il respiro longevo!
Che una selva gli schiacci la gola, e il peso varrà altrettanto
come una ferita.» E cio detto, trovò per caso
un tronco abbattuto dalle furiose folate dell’Austro e lo scagliò contro
il forte nemico. Diede l’esempio, e in poco tempo
l’Otri era senza piante, ed il Pelio non aveva più ombra.
Sepolto dall’immensa catasta di alberi, Ceneo smania,
e regge sulle dure spalle i tronchi ammassati.
Ma quando sulla testa e sul viso il peso cresce,
e il respiro non ha più aria da respirare,
cede a tratti, e invano cerca di sollevarsi
sopra l’aria e scuotere i tronchi gettatigli addosso:
a tratti riesce a muoverli, come se l’alto Ida che adesso vediamo
fosse scosso da un terremoto. La fine è incerta:
alcuni raccontano che sotto il peso degli alberi
il corpo fu inabissato nel Tartaro vuoto;
ma il figlio di Ampice nega, perché aveva visto
uscire da sotto la catasta nell’aria limpida
un uccello con le ali fulve, che vidi per la prima e ultima volta.

 

 

 

 

 

 

 

 

E come Mopso lo vide perlustrare con volo lieve il campo dei suoi,
e risuonare intorno con grandi strida,
seguendolo insieme con gli occhi e con l’anima,
gli disse: «Salve, gloria dei Lapiti, tu che sei stato
grandissimo uomo e ora sei uccello unico, Ceneo!».
Grazie al testimone il prodigio fu creduto; il dolore accrebbe la nostra collera;
eravamo indignati che un solo uomo fosse stato ucciso da tanti nemici,
e non cessammo di sfogare il dolore col ferro,
prima che una parte di loro morisse e gli altri li
portassero via la notte e la fuga.

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Ermafrodito e la ninfa Salmacide

Ermafrodito e la ninfa Salmacide

Il racconto del mito di Ermafrodito è tratto da Ovidio, Metamorfosi, IV 284-388, ed è collegato al nostro post Ermafrodito e altri esseri bisessuali.

 

 

 

 

 

 

Vi voglio intrattenere piuttosto
con il piacere della novità: perché abbia pessima fama
la fonte Salmacide e perché snervi e ammollisca con le sue acque
fiacche le membra immerse. La causa è oscura, ma il suo potere ben noto.
Nelle grotte dell’Ida le Naiadi allevavano un figlio
di Mercurio e della dea di Citera; l’aspetto era tale
che in lui si riconoscevano il padre e la madre;
e anche il nome prese da entrambi loro.

Quando compì quindici anni, abbandonò i monti
natii, e lasciato l’Ida che l’aveva allevato, godeva
a vagare in terre ignote, a vedere fiumi
ignoti; la curiosità alleggeriva la sua fatica.
Andò nelle città di Licia, e nella Caria vicina
alla Licia, e vide un lago lucente di acqua limpida
fino al fondo. Non c’erano canne palustri,
né alghe sterili o giunchi dalla cima aguzza.
L’acqua è trasparente, ma il bordo del lago
è cinto da zolle vive e da erbe sempre
verdi. Vi abita una ninfa che non si dedica
alla caccia, non piega l’arco e non fa gare
di corsa; è la sola non nota alla rapida Diana.
Si dice che spesso le sue sorelle dicevano:
«Salmacide, prendi un giavellotto o una faretra dipinta,
alterna i tuoi ozi con la caccia faticosa».
Ma lei non prende giavellotti o faretre dipinte,
non alterna i suoi ozi con la caccia faticosa;
ma ora bagna nella sua fonte le belle membra,
ora si liscia i capelli col pettine di legno del Citoro,
e chiede all’acqua, specchiandosi, cosa le dona;
ora, col corpo avvolto in un manto diafano,
si sdraia sulle morbide fronde o sull’erba morbida;
spesso raccoglie fiori; e anche allora li raccoglieva, per caso,
quando vide il ragazzo e, vistolo, desiderò di averlo;
ma non gli si avvicinò, per quanto fosse ansiosa,
prima di essersi tutta acconciata e avere aggiustato il velo,
costruita un’espressione e guadagnato di sembrare bella.

Poi cominciò a parlare: «Ragazzo degnissimo
di essere creduto un dio, se lo sei, sei Cupido;
se sei mortale, beati i tuoi genitori,
felice tuo fratello e fortunata, se l’hai,
tua sorella e la nutrice che ti offrì il petto.
Ma di gran lunga più felice di tutte
se hai una fidanzata, se darai a qualcuna l’onore
della fiaccola nuziale. Se l’hai, sia furtivo
il mio piacere, se no, sarò io: entriamo nello stesso letto!».
Dopo queste parole, tacque la naiade, ed il ragazzo
arrossì — non sapeva cos’era l’amore — ma gli donava arrossire.
È questo il colore dei pomi che pendono da un albero soleggiato,
o dell’avorio tinto, o della luna che rosseggia sotto il suo candore,
quando risuonano invano i bronzi in suo aiuto.

Alla ninfa che gli chiedeva senza fine baci,
da sorella almeno, e tendeva le mani al collo eburneo,
disse: «Smettila, o scappo via da te e da questo luogo!».
Tremò Salmacide e disse: «Ti lascio libero il posto,
straniero»; voltò le spalle e finse di andarsene,
voltandosi indietro a guardarlo, e si nascose
in una macchia nascosta, e s’inginocchiò. Ma il ragazzo,
pensando di essere inosservato nel bosco vuoto
gira di qua e di là, e bagna la punta dei piedi
e poi fino al tallone nelle onde che lo lambiscono,
e senza indugio, attirato dalla temperatura dell’acqua
carezzevole, depone dal tenero corpo le vesti.

Allora sì che le piacque, e Salmacide arse
dal desiderio della nuda bellezza. Le brillano gli occhi
come quando risplende nitido il Sole nel puro cerchio
riflesso nell’immagine di uno specchio frapposto.
A fatica sopporta l’indugio e differisce la gioia;
desidera abbracciarlo e a stento nella sua follia si trattiene.
Lui, colpendo il corpo col cavo delle mani, salta
agilmente nell’acqua e, muovendo le braccia con moto alterno,
traspare nelle acque limpide, come chi copre
con lucido vetro una statua d’avorio o gigli candidi.
«Ho vinto, è mio» esclama la ninfa, e getta
lontano tutte le vesti, e si lancia in mezzo all’acqua,
e afferra il ragazzo ritroso e gli strappa a forza dei baci;
insinua le mani e gli tocca il petto
contro la sua volontà, e gli si stringe
ora di qua, ora di là. Alla fine, benché resista e voglia scivolar via,
lo avvolge come un serpente afferrato dall’aquila
regale, che lo porta in cielo: appeso, le lega il collo
e le zampe, e con la coda avvolge le ampie ali;
come l’edera usa avvolgere i lunghi tronchi,
o il polipo che sott’acqua afferra un nemico,
allungando da tutte le parti i tentacoli.
Il nipote di Atlante insiste a negare
alla ninfa la gioia sperata, ma lei lo incalza,
e aderendogli con tutto il corpo, gli disse: «Lotta
pure, cattivo, non mi sfuggirai. Voi, dèi, fate
che non venga mai il giorno che mi stacchi da lui e lui da me».

Gli dèi esaudirono i suoi desideri; si mescolano
i corpi dei due e assumono un solo aspetto;
come due rami, se si rivestono di corteccia, si vedono
col tempo saldarsi e crescere insieme, allo stesso modo,
quando le membra si sono unite in un abbraccio tenace,
non sono più due, ma una forma doppia, e non può più dirsi
femmina né ragazzo, ma sembra entrambi e nessuno dei due.
Quando vede che le acque limpide in cui era sceso maschio
lo avevano fatto uomo a meta e rammollito il suo corpo,
tendendo le mani, con voce non più virile,
Ermafrodito disse: «Padre mio e madre mia,
concedete a vostro figlio, che ha il nome di entrambi,
che qualunque uomo arriva a queste onde ne esca
mezzo uomo, e si rammollisca appena toccata l’acqua».
Entrambi i genitori, commossi, ratificarono le parole
del figlio biforme, e versarono nella fonte il contagio.
(Ovidio, Metamorfosi, IV 284-388)

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