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Telegono, il figlio della Maga Circe

Telegono, il figlio della Maga Circe

La presentazione del volume Frammenti di Telegonia è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 14: Circe – La seduzione e la magia.

Care amiche, cari amici, a conclusione dei post su Circe, siamo molto felici di presentarvi il primo volume nella collana ANONIMO DI CHIO della Casa Editrice Ericlea, che parla proprio del figlio che la Maga Circe ha avuto assieme a Odisseo, che tanto spazio ha nella profezia sul futuro del re di Itaca, profezia pronunciata da Tiresia nell’Ade (vedi qui, se non ricordi l’episodio).

Lasciamo la parola al curatore della collana, il Dr. phil. I Andreas Barella, che ci presenta la genesi di questo progetto. Ringraziamo la Casa Editrice per il permesso di pubblicare l’estratto.

DALLA PREFAZIONE AL VOLUME: “Nella primavera di un paio di anni fa partii in vacanza con un amico. Si trattava di un viaggio di svago per ridonare linfa a un’amicizia da troppo tempo negletta. Ma era anche un viaggio di studio, di ricerca di immagini e atmosfere mitologiche. La meta era il Mar Egeo e le sue isole, soprattutto quelle orientali al confine con la Turchia. La scoperta dei quaderni all’origine di questo libretto è avvenuta grazie a un incontro fortuito sull’isola di Chio, la supposta terra natale di Omero. Una anziana signora ci ospitò nella sua casa dopo che eravamo stati colti dalla notte nell’entroterra durante una gita fra i monasteri che punteggiavano le colline. In gioventù la donna era emigrata in Inghilterra e parlava un po’ di inglese. Morto il marito era tornata sulla sua isola, nell’antica casa di famiglia dove ci ospitava con squisita gentilezza e generosità.

Ci mostrammo appassionati di mitologia. Colpita dal nostro amore per Omero ci narrò di un curioso personaggio di cui le parlava la nonna. Un viaggiatore, forse inglese forse prussiano, che sua nonna chiamava in turco Deli Amca, “il vecchio pazzo” e che proprio in quella casa aveva vissuto e dove, dopo lunghi incontri con anziani narratori dell’isola e della terraferma vicina, aveva riempito una serie impressionante di quaderni. Incuriositi le chiedemmo di cosa parlassero. Lei ci rispose che si trattava di storie che il vecchio raccontava la sera a sua nonna e a sua madre bambina, accompagnandole con la lira. Chiedemmo che fine avessero fatto quaderni e strumento e lei allargò le braccia, rispose che non sapeva se esistessero ancora. Da bambina ricordava di averli visti accantonati su vecchi scaffali in una piccola stanza abbandonata.

La mattina dopo andammo a cercarli. La camera del vecchio c’era ancora: nessuna traccia della lira ma il locale era pieno di quaderni di pessima qualità, ingialliti. Alcuni in buono stato, altri rovinati dall’umidità del contatto con i muri, altri si intravvedevano sotto un sottile strato di intonaco, utilizzati chissà quando e da chissà chi per isolare la parete meno esposta al sole, altri ancora erano stipati in due valige di pelle che dovemmo forzare in quanto le cerniere erano talmente arrugginite da impedire l’apertura. Anche se parziale, si trattava pur sempre di una scoperta straordinaria: 108 quaderni di 96 pagine ciascuno (82 in buone condizioni, 16 ricuperabili, 10 in stato pessimo) e il ricordo della nostra squisita ospite di almeno altrettanti fascicoli finiti chissà dove e che stiamo tentando di rintracciare.

Nei tomi scritti in esametri in greco antico, con ampi inserti in greco moderno e in turco, con note marginali in inglese, in tedesco e in francese, vergati con una calligrafia minuta e precisa, centinaia di episodi mitologici collegati uno all’altro da migliaia di rimandi numerici specifici (inseriti a margine nella forma: n° volume, n° pagina) ad altri episodi in una rete infinita di possibilità di narrazione.

Chi era questo Pseudo-Omero, Deli Amca, il vecchio pazzo o, come lo abbiamo chiamato in copertina, questo Anonimo di Chio? Per ora possiamo solo fare supposizioni. La nostra idea è che si trattasse di un erudito appassionato di mitologia che, forse a seguito della scoperta delle rovine di Troia e di Micene da parte di Heinrich Schliemann negli anni 70 del 1800, si fosse trasferito in Grecia e abbia appreso (da chi? dove?) a narrare oralmente le storie in seguito raccolte nei quaderni. Il vecchio si era forse ritirato a Chio per mettere in forma scritta i racconti uditi nel suo peregrinare. Filologi e mitologi stanno, con meraviglia, approfondendo lo studio dei fascicoli. Una versione critica vedrà verosimilmente la luce nei prossimi anni. I manoscritti sono a disposizione, presso la casa editrice, degli esperti interessati.

Non volevamo però attendere così a lungo per presentare queste storie. Quella che pubblichiamo nelle prossime pagine, senza nessuna velleità filologica, è una libera traduzione e arrangiamento di alcuni frammenti di una vicenda appassionante e che ha come protagonista Telegono, il “nato lontano da casa”, il figlio di Odisseo e della maga Circe. Le sue vicende sono pescate un po’ qua e un po’ là nei quaderni, distillate e senza rinvii ad altre storie. Nei manoscritti vi sono circa 200 rimandi che collegano la storia di Telegono a vicende note e meno note del corpus mitologico classico. A volte abbiamo dovuto scegliere una versione a scapito di una o due altre, in alcune occasioni le indichiamo alla fine del capitolo corrispondente; non sempre però, in modo da non appesantire la lettura. Si tratta, appunto, di frammenti. Come di frammenti si parla quando si cita la Telegonia di Eugammone di Cirene, composta nel sesto secolo avanti Cristo: che il nostro cantore abbia utilizzato la narrazione perduta di questa opera? Anche questo è un mistero che attende risposta.

Un’ultima considerazione: abbiamo deciso per una traduzione in prosa per rendere maggiormente accessibile il testo, cercando di mantenere il ritmo e lo stile poetico dei quaderni. Ci siamo imbattuti in diverse contraddizioni che lasciamo ai lettori individuare, come in una specie di caccia al tesoro: si tratta principalmente di differenze negli appellativi degli dèi e dei protagonisti, dovuti a fonti diverse che poi durante la narrazione orale venivano presumibilmente adeguati dal narratore, ma che nei quaderni presentano incongruenze anche notevoli. Un esempio è l’appellativo di Telegono, che viene chiamato “giovane” in episodi verso la fine delle sue avventure. Abbiamo però deciso di mantenere queste contraddizioni in quanto proprie del racconto orale. In futuro (maggiori dettagli nelle note tra i capitoli e alla fine del volume) presenteremo anche altri racconti e cicli narrativi contenuti in questo meraviglioso regalo che il Destino, o la Musa, ci ha voluto destinare.” (COPYRIGHT ©2019 CASA EDITRICE ERICLEA e ANDREAS BARELLA. Questo testo può essere utilizzato solo citando la fonte e l’autore.)

Il volume è acquistabile qui.
La recensione del volume di Ludovico Baù.
Il sito della Casa Editrice Ericlea.
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Il mito di Circe

Il mito di Circe

Il racconto del mito di Circe è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 14: Circe – La seduzione e la magia.

Con l’unica nave rimasta Odisseo si diresse verso est e dopo un lungo viaggio raggiunse Eea, l’isola dell’alba, dove regnava la dea Circe figlia di Elio e di Persa e dunque sorella di Eete, il feroce re della Colchide. Circe era maga esperta in ogni sorta di incantesimi, ma nemica del genere umano. Quando si estrasse a sorte chi dovesse rimanere di guardia sulla nave e chi dovesse scendere a terra, toccò a Euriloco di esplorare l’isola con altri ventidue compagni. L’isola era ricca di querce e di altri alberi d’alto fusto e dopo aver vagato tra i boschi gli uomini giunsero infine al palazzo di Circe che sorgeva in un’ampia radura al centro dell’isola. Lupi e leoni erravano lì attorno, ma anziché assalire Euriloco e i suoi compagni, affettuosamente li lambirono con la lingua, ritti sulle gambe posteriori. Li si sarebbe detti esseri umani e tali erano infatti, trasformati in bestie dagl’incantesimi di Circe.

Circe sedeva nella sala del palazzo e cantava, intenta al suo telaio. Quando udì il richiamo di Euriloco, si affacciò sulla soglia e con un sorriso invitò tutti a cenare alla sua tavola. Gli uomini accettarono con piacere, e il solo Euriloco, insospettito, indugiò all’esterno, spiando dalle finestre. La dea posò sulla mensa formaggio, orzo, miele e vino; ma i cibi contenevano tarmaci maligni e non appena i marinai ebbero mangiato i primi bocconi la dea li percosse con una verga e li trasformò in maiali. Con maligno sorriso li spinse allora nel porcile, gettò loro una manciata di ghiande e di corniole e li lasciò, richiudendo la porta.

Euriloco ritornò alla nave piangendo e narrò ogni cosa a Odisseo che sguainò la spada e partì per recare aiuto agli sventurati compagni, pur non avendo stabilito un piano ben chiaro nella sua testa. Con grande sorpresa incontrò il dio Hermes che lo salutò cortesemente e gli offrì un talismano per rendere inefficaci gl’incantesimi di Circe: un bianco fiore profumato e dalla nera radice, chiamato moli, che gli dei soltanto possono riconoscere e raccogliere. Odisseo accettò grato il dono e, proseguendo il cammino, fu infine accolto da Circe. Quando egli ebbe mangiato il cibo affatturato, la maga gli batté la verga sulla spalla e gli ordinò: «Vai dunque a raggiungere i tuoi compagni!» Ma poiché in segreto aveva fiutato il magico fiore. Odisseo non subì la metamorfosi e subito balzò in piedi sguainando la spada. Circe cadde ai suoi piedi piangendo. «Risparmiami», gridò, «e dividerai il mio letto e regnerai sull’isola al mio fianco». Ben sapendo che le maghe possono indebolire e a poco a poco uccidere i loro amanti, Odisseo volle che Circe giurasse solennemente di non tramare nuovi inganni. Circe giurò su tutti gli dei e dopo aver preparato per Ulisse un bagno tiepido, offertogli vino in coppe dorate e una cena squisita, si preparò a trascorrere con lui la notte in un letto dalle coltri purpuree. Tuttavia Odisseo si rifiutò di accettare le sue amorose carezze finché ella non avesse liberato i suoi compagni e tutti gli altri marinai tramutati in belve prima di loro. Quando ciò fu fatto, ben volentieri Odisseo rimase in Eea finché Circe gli ebbe partorito tre figli, Agrio, Latino e Telegono.

Venne il giorno in cui Odisseo chiese di ripartire e Circe gli concesse di lasciarla. Prima però doveva scendere nel Tartaro e interrogare Tiresia il veggente che avrebbe profetizzato ciò che lo attendeva in Itaca, se mai vi fosse giunto, e negli anni seguenti. «Lascia che il Vento del Nord gonfi le tue vele», disse Circe, «finché giungerai al fiume Oceano e al sacro bosco di Persefone, denso di bianchi pioppi e di antichi salici. Là dove il Flegetonte e il Cocito confluiscono nell’Acheronte, scava una fossa e sacrifica un giovane ariete e una pecora nera (che io stessa ti fornirò) a Ade e a Persefone. Lascia che il sangue scorra nella fossa e mentre attendi l’arrivo di Tiresia tieni lontane con la tua spada tutte le altre ombre. Al solo Tiresia permetterai di bere quanto voglia e ascolterai con attenzione i suoi consigli».

Odisseo costrinse i suoi uomini a imbarcarsi, poiché a malincuore essi lasciavano l’isola di Eea per recarsi nella terra di Ade. Circe fece spirare un vento favorevole che li spinse verso il fiume Oceano e gli sperduti limiti del mondo dove i Cimmeri avvolti nella nebbia, cittadini del Perpetuo Crepuscolo, vivono senza godere della luce del sole. Quando avvistarono il bosco di Persefone, Odisseo sbarcò e fece esattamente ciò che Circe gli aveva consigliato di fare. La prima ombra ad apparire sui limite della fossa fu quella di Elpenore, uno dei marinai di Odisseo che pochi giorni prima, addormentatosi ubriaco sul tetto del palazzo di Circe, ne era rotolato giù e si era ucciso; Odisseo che, lasciata Eea in gran fretta s’era accorto troppo tardi dell’assenza di Elpenore, gli promise ora solenni esequie. «Se penso che tu sei giunto qui a piedi più rapidamente di noi con la nave!» esclamò. Ma non permise che Elpenore bevesse un solo sorso di sangue, sordo alle sue imploranti suppliche.

Una frotta d’ombre si riunì frattanto attorno alla fossa, uomini e donne d’ogni età, compresa la madre di Odisseo, Anticlea. Ma egli non volle che alcuno bevesse prima di Tiresia. E Tiresia infine apparve, bevve avidamente il sangue e ammonì Odisseo a tenere sotto stretto controllo i suoi uomini non appena avessero
avvistato la Sicilia, perché non fossero tentati di rubare la mandria del Titano solare Iperione. In Itaca, poi, egli doveva attendersi ogni sorta di guai, e benché potesse sperare di vendicarsi dei mascalzoni che stavano dilapidando i suoi beni nell’isola natia, i suoi viaggi non sarebbero finiti. Doveva prendere un remo e caricarselo su una spalla e camminare nell’entroterra finché raggiungesse una regione dove gli uomini non mangiavano carne salata e ignoravano le cose del mare tanto da scambiare il remo per un ventilabro. Sacrificando allora a Posidone, avrebbe potuto ritornare a Itaca e vivere sereno fino a tarda età. Ma la morte gli sarebbe giunta dal mare.

Ringraziato Tiresia e promessogli il sangue di un’altra pecora nera al suo ritorno in patria, Odisseo permise a sua madre di placare la sete. Essa gli diede notizie di Itaca ma tacque discretamente sul conto dei pretendenti di Penelope. Quando infine si congedò, le ombre di molte regine e principesse si strinsero attorno alla fossa per lambire il sangue. Odisseo fu onorato di conoscere personaggi famosi come Antiope, Giocasta, Doride, Pero, Leda, Ifimedea, Fedra, Procri, Arianna, Mera, Climene ed Erifile.

Si intrattenne poi con un gruppo di vecchi compagni: Agamennone, che gli consigliò di sbarcare a Itaca in segreto; Achille, che si rallegrò all’udire notizie delle imprese di Nettolemo, e il Grande Aiace, che ancora gli serbava rancore e si allontanò cupo in volto. Odisseo vide inoltre Minosse che giudicava le ombre, Orione intento a cacciare, Tantalo e Sisifo torturati ed Eracle (o meglio l’ombra di Eracle, poiché Eracle stesso banchettava tra gli dei immortali) che lo commiserò per le sue fatiche, paragonandole alle proprie.8

Odisseo ritornò dunque a Eea, dove diede sepoltura al corpo di Elpenore e piantò un remo sul tumulo in suo ricordo. Circe lo accolse sorridendo: «Quale ardire hai mostrato visitando la terra di Ade!» disse. «Una sola morte spetta alla maggior parte degli uomini, ma tu ora ne avrai due!» Lo avverti poi che sarebbe passato presso l’Isola delle Sirene, le cui belle voci incantano i marinai. Codeste figlie di Acheloo o di Forci e della Musa Tersicore o Sterope, figlia di Portaone, avevano volti di fanciulle ma zampe e piume d’uccello, e a proposito di questa loro caratteristica si raccontano varie storie: a esempio, che esse stavano giocando con Core quando Ade la rapì e che Demetra, irata perché non erano accorse in aiuto di sua figlia, fece spuntare penne sui loro corpi e ordinò: «Andate a cercare Core in tutto il mondo!» Oppure che Afrodite le trasformò in uccelli perché orgogliosamente rifiutavano di sacrificare la loro verginità a dei o a uomini mortali. Non avevano più la possibilità di volare dal giorno in cui le Muse le avevano sconfitte in una gara di canto, strappando poi loro le ali per farsene delle corone. Ora sedevano cantando in un prato, tra le ossa sbiancate dei marinai che avevano trascinato alla morte. «Tura con cera le orecchie dei tuoi uomini», consigliò Circe a Odisseo, «e se davvero sei curioso di udire i canti delle Sirene fatti legare dai marinai all’albero maestro e inducili a giurare di non scioglierti, per quanto tu li supplichi o li minacci». Quando Odisseo si congedò da lei, Circe lo mise in guardia contro altri pericoli che lo attendevano e infine egli salpò, di nuovo favorito dal vento.

ll mito di Circe, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il racconto del mito del figlio di Circe, Telegono.

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Recensione: Circe – La seduzione e la magia

Recensione: Circe – La seduzione e la magia

“Uomini con la testa d’aquila / non mi interessano più / o uomini-porco, o quelli che / riescono a volare / con l’aiuto di cera e penne / o quelli che si tolgono i vestiti / per rivelare altri vestiti. / Tutti quelli potrei crearli, produrli / o trovarli in giro, facilmente: / piombano e rombano / intorno a quest’isola, comuni / come mosche, / scintille scoppiettanti, che si / scontrano fra loro.” (Margareth Altwood, Circe / Fango)

Dal risvolto di copertina: “Personaggio centrale nell’Odissea omerica, anche per quel suo occupare i canti mediani del poema, Circe è una dea con la speciale capacità di produrre filtri e unguenti, con i quali trasforma i suoi ospiti in animali. Ma nella complessa trama dell’Odissea – complessità che è valsa al poema il titolo di primo “romanzo” della letteratura occidentale – la dea trasformatrice è lei stessa un carattere cangiante: assume via via il ruolo di prova imposta all’eroe, di ospite generosa, di mediatrice con il regno dei defunti e, infine, quello di divinità protettrice. Un personaggio affascinante che non smette di porre interrogativi sulle figure femminili nel mito e nella letteratura, sui rapporti fra sessualità e potere e sulla dialettica fra desiderio di perdersi nella magia della passione e volontà di tenersi fedeli ai progetti pianificati da una razionalità calcolatrice.”

Dall’introduzione di Giulio Guidorizzi: “Verosimilmente però, Circe, questa donna “dai molti filtri” (polypharmakos), in tempi remoti era una divinità (del resto, è figlia di Helios, il Sole), una delle varie manifestazioni con cui la grande dea femminile regnava sul mondo selvaggio. È una donna feconda, che popola il mondo di futuri fondatori di città.”

Oltre alla narrazione del mito, il volume contiene anche approfondimenti sulla sua fortuna nel corso dei secoli, in tutte le forme artistiche: letteratura (con una ricca antologia di testi classici sul mito), pittura, teatro, cinema. Inoltre vi è una tavola genealogica, e un ricco apparato bibliografico e sitografico. Il volume su Circe è curato da Cristiana Franco, professore associato di Lingua e letteratura latina presso l’Università per stranieri di Siena. Qui gli ultimi volumi pubblicati.

L’intera collana di trenta volumi è a cura di Giulio Guidorizzi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012). Qui una lista di suoi volumi sul mito greco.

Il racconto del mito di Circe.
Il racconto del mito del figlio di Circe, Telegono.
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Il mito di Ade e Persefone

Il mito di Ade e Persefone

Il racconto del mito di Ade e Persefone è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 12: Ade e Persefone – Gli dèi degli Inferi.

Quando le ombre scendono al Tartaro, il cui ingresso principale si trova in un bosco di bianchi pioppi presso il fiume Oceano, ciascuna di esse è munita di una moneta, che i parenti le hanno posto sotto la lingua. Possono così pagare Caronte, il tristo nocchiero che guida la barca al di là dello Stige. Questo lugubre fiume delimita il Tartaro a occidente e ha come suoi tributari l’Acheronte, il Flegetonte, il Cocito, l’Averno e il Lete. Le ombre prive di denaro debbono attendere in eterno sulla riva, a meno che non riescano a sfuggire a Ermes, la loro guida, introducendosi nel Tartaro da un ingresso secondario, come Tenaro in Laconia o Aorno nella Tesprozia. Un cane con tre teste (o con cinquanta teste, come altri sostengono), chiamato Cerbero, monta la guardia sulla sponda opposta dello Stige, pronto a divorare i viventi che tentino di introdursi laggiù, o le ombre che tentino di fuggire. Nella prima zona del Tartaro si trova la triste Prateria degli Asfodeli, dove le anime degli eroi vagano senza meta tra la turba dei morti meno illustri che svolazzano qua e là come pipistrelli, e dove soltanto Orione ha ancora cuore di cacciare ombre di daini. Ciascuna di loro preferirebbe vivere come servo di un umile contadino anziché soggiornare come sovrano nel Tartaro. Unico loro piacere è bere il sangue delle libagioni offerte dai vivi: poi si sentono ancora uomini, almeno in parte. Oltre questa prateria si trovano l’Erebo e il palazzo di Ade e di Persefone. Alla sinistra del palazzo, un bianco cipresso ombreggia la fonte di Lete, dove le ombre comuni si radunano per bere. Ma le ombre iniziate evitano quelle acque e preferiscono dissetarsi alla fonte della Memoria, ombreggiata da un pioppo bianco, e la cui acqua da loro “certi vantaggi sugli altri compagni di sventura.” Lì accanto, le ombre appena scese nel Tartaro vengono giudicate da Minosse, Radamante e Baco, in un punto dove tre strade si incrociano. Radamante giudica gli asiatici ed Eaco gli europei; i casi più difficili vengono sottoposti a Minosse. Al termine di ogni giudizio le ombre vengono indirizzate lungo una delle tre strade: la prima conduce alla Prateria degli Asfodeli dove si riuniscono coloro che non furono né virtuosi né malvagi; la seconda al campo di punizione del Tartaro, destinata ai malvagi; la terza ai Campi Elisi destinati ai virtuosi.
I Campi Elisi, su cui impera Crono, si trovano presso il palazzo di Ade e il loro ingresso è accanto alla fonte della Memoria; essi sono un luogo di gioia dove splende perpetuo il giorno, non vi è mai gelo ne cade la neve, ma si svolgono (vaghi a suon di musica e le ombre che vi trovano possono rinascere e tornare sulla terra se ciò loro aggrada. Poco più oltre si trovano le Isole Beate, riservate a coloro che nacquero tre volte e ogni volta vissero virtuosamente. Taluni dicono che un’altra isola fortunata, chiamata Leuce, si trovi nel Mar Nero, di fronte alle foci del Danubio; essa è boscosa e ricca di selvaggina. Colà albergano le ombre di Elena e di Achille e declamano versi di Omero agli eroi che presero parte agli eventi da lui celebrati.

Ade, che è orgoglioso e geloso delle proprie prerogative, sale raramente nel Mondo Superiore, e soltanto per sbrigare faccende urgenti o mosso da improvvisa brama lussuriosa. Un giorno abbacinò la Ninfa Minta con lo splendore del suo cocchio dorato trainato da quattro cavalli neri, e l’avrebbe sedotta senza difficoltà se la regina Persefone non fosse apparsa appena in tempo per trasformare Minta in un’erba menta dal dolce profumo. In un’altra occasione Ade tentò di violentare la Ninfa Leuce, che fu trasformata nel bianco pioppo presso la fontana della Memoria. Ade non permette ad alcuno dei suoi sudditi di fuggire, e pochi di coloro che visitano il Tartaro possono tornare vivi sulla terra per descriverlo. E ciò fa di Ade il più odiato di tutti gli dei. Ade non sa che cosa accade nel Mondo Superiore o sull’Olimpo; gli giungono soltanto frammentarie notizie quando i mortali tendono la mano sopra la terra e lo invocano con giuramenti o maledizioni. Tra le cose a lui più care vi è un elmo che lo rende invisibile, dategli in segno di gratitudine dai Ciclopi quando egli consentì a liberarli per ordine di Zeus. Tutte le ricche gemme e i preziosi metalli celati sottoterra appartengono ad Ade, ma egli non ha possedimenti sopra la superficie terrestre, salvo certi oscuri templi in Grecia e, forse, una mandria di bestiame nell’isola Erizia; mandria che, secondo altri, apparterrebbe invece a Elio.

La regina Persefone sa essere benigna e misericordiosa. Essa è fedele ad Ade, ma non ha avuto figli da lui e gli preferisce la compagnia di Ecate, dea delle streghe. Zeus stesso onora Ecate tanto che non le tolse l’antica prerogativa di cui sempre godette: di poter concedere o negare ai mortali qualsiasi dono desiderato. Essa ha tre corpi e tre teste: di leone, di cane e di giumenta.
Tisifone, Aletto e Megera, le Erinni o Furie, vivono nell’Erebo e sono più vecchie di Zeus e di tutti gli olimpi. Loro compito è ascoltare le lagnanze mosse dai mortali contro l’insolenza dei giovani nei riguardi dei vecchi, dei figli nei riguardi dei genitori, degli ospitanti nei riguardi degli ospiti e delle assemblee dei cittadini nei riguardi dei supplici, e di punire tali crimini inseguendo senza posa i colpevoli, di città in città, di regione in regione. Le Erinni sono vegliardo, anguicrinite, con teste di cane, corpi neri come il carbone, ali di pipistrello e occhi iniettati di sangue. Stringono nelle mani pungoli dalle punte di bronzo e le loro vittime muoiono in preda ai tormenti. Non conviene citare il loro nome nel corso di una conversazione; ecco perché di solito le si chiama Eumenidi, che significa «le gentili», e si parla di Ade come di Plutone o Pluto, cioè il «ricco».

Demetra perdette tutta la naturale gaiezza quando le fu rapita la figlia Core, in seguito chiamata Persefone. Ade si innamorò di Core e si recò da Zeus per chiedergli il permesso di sposarla. Zeus temeva di offendere il fratello maggiore con un rifiuto, ma sapeva d’altronde che Demetra non l’avrebbe mai perdonato se Core fosse stata confinata nel Tartaro; rispose dunque diplomaticamente che non poteva ne negare ne concedere il suo consenso. Ade si sentì allora autorizzato a rapire la fanciulla mentre essa coglieva fiori in un prato, forse presso Enna in Sicilia o a Colono in Attica o a Ermione o in qualche punto dell’isola di Creta o presso Pisa o presso Lerna o presso Feneo in Arcadia o presso Nisa in Beozia, insomma in una delle molte regioni che Demetra percorse nella sua affannosa ricerca. Ma i sacerdoti della dea sostengono che il ratto avvenne a Eleusi. Demetra cercò Core per nove giorni e nove notti, senza mangiare ne bere e invocando incessantemente il suo nome. Riuscì a sapere qualcosa soltanto da Ecate, che un mattino all’alba aveva udito Core gridare «Aiuto! Aiuto!» ma, accorrendo in suo soccorso, non vide più traccia di lei. Il decimo giorno, dopo lo sgradevole incontro con Poseidone tra il branco di cavalli di Onco, Demetra giunse in incognito a Eleusi, dove re Celeo e sua moglie Metanira la accolsero ospitalmente, invitandola a rimanere presso di loro come nutrice di Demofoonte, il principino appena nato. La loro figlia zoppa, Giambe, cercò di consolare Demetra declamando versi lascivi e la balia asciutta, la vecchia Baubo, la indusse con un trucco a bere acqua d’orzo profumata alla menta: poi cominciò a gemere come se avesse le doglie e inaspettatamente tirò fuori di sotto le sottane il figlio di Demetra, Iacco, che balzò tra le braccia della madre e la baciò. «Oh, come bevi avidamente!» esclamò Abante, il figlio maggiore di Celeo; Demetra gli lanciò un’occhiataccia e Abante fu trasformato in lucertola. Pentita e un po’ vergognosa per l’accaduto, Demetra decise di fare un favore a Celeo rendendo immortale Demofoonte. La notte stessa lo tenne alto sopra il fuoco per bruciare tutto ciò che in lui era mortale. Metanira, che era figlia di Anfizione, entrò per caso nella stanza prima che la cerimonia fosse finita e ruppe l’incantesimo; così Demofoonte morì. «La mia casa è la casa della sventura!» gridò Celeo, piangendo l’amara fine dei suoi due figli, e per questo in seguito fu chiamato Disaule. «Asciuga le tue lacrime. Disaule», disse Demetra, «ti rimangono tre figli, tra i quali Trittolemo, cui io farò tali doni che scorderai la duplice perdita». Trittolemo infatti, che custodiva il bestiame del padre, aveva riconosciuto Demetra dandole le notizie che sperava: dieci giorni prima i suoi fratelli, Eumolpo, pastore, ed Eubuleo, porcaro, si trovavano nei campi; intenti a pascolare le loro bestie, quando la terra all’improvviso si squarciò, inghiottendo i maiali di Eubuleo sotto i suoi stessi occhi. Poi, con un pesante tambureggiar di zoccoli, apparve un carro trainato da cavalli neri e sparì nella voragine. Il volto del guidatore del carro era invisibile, ma egli stringeva saldamente sotto il braccio destro una fanciulla che lanciava alte strida. Eubuleo aveva narrato l’accaduto a Eumolpo. Avuta questa prova, Demetra mandò a chiamare Ecate e insieme si recarono da Elio che vede ogni cosa, costringendolo ad ammettere che Ade si era macchiato di quell’ignobile ratto, probabilmente con la connivenza di Zeus. Demetra era così furibonda che invece di risalire all’Olimpo continuo a vagare sulla terra impedendo agli alberi di produrre frutti e alle erbe crescere, tanto che la razza umana minacciava di perire. Zeus, che non osava recarsi da Demetra a Eleusi, le mandò dapprima un messaggio a mezzo di Iride (e Demetra disdegnò di riceverla), poi una deputazione di dei olimpi che recavano doni propiziatori. Ma Demetra rifiutò di tornare sull’Olimpo e giurò che la terra sarebbe rimasta sterile finché Core non le fosse stata restituita.

Un’unica soluzione si presentava ormai a Zeus. Egli affidò dunque a Ermete un messaggio per Ade: «Se non restituisci Core, siamo tutti rovinati»; e un altro a Demetra: «Potrai riavere tua figlia, purché essa non abbia ancora assaggiato il cibo dei morti». Poiché Core aveva rifiutato di mangiare sia pure una briciola di pane dal giorno del ratto. Ade fu costretto a mascherare la propria sconfitta e le disse con voce melliflua: «Mia cara, poiché mi sembra che tu sia tanto infelice, ti riporterò sulla Terra». Core subito cessò di versare lacrime e Ade la aiutò a salire sul carro. Ma nel momento in cui essa si preparava a partire per Eleusi, uno dei giardinieri di Ade, chiamato Ascalafo, cominciò a gridare in tono derisorio: «Ho visto la mia signora Core cogliere una melagrana nell’orto e mangiarne sette chicchi! Sono dunque pronto a testimoniare che essa ha assaggiato il cibo dei morti!» Ade sogghignò e disse ad Ascalafo di arrampicarsi dietro il cocchio di Ermete. A Eleusi, Demetra abbracciò felice la figlia; ma, udita la storia della melagrana ricadde in un profondo abbattimento e disse: «Non tornerò mai più sull’Olimpo e la mia maledizione continuerà a pesare sulla terra». Zeus indusse allora Rea, che era madre sua nonché di Ade e di Demetra, a interporre i suoi buoni uffici, e si giunse così a un compromesso: Core avrebbe trascorso ogni anno tre mesi in compagnia di Ade, come regina del Tartaro e col titolo di Persefone, e gli altri nove mesi in compagnia di Demetra. Ecate si assunse il compito di fare rispettare i patti e di sorvegliare costantemente Core. Demetra acconsentì finalmente a risalire sull’Olimpo. Prima di lasciare Eleusi, iniziò ai misteri Trittolemo, Eumolpo e Celeo, unitamente a Diocle, re di Fere, che l’aveva assiduamente aiutata nelle sue ricerche. Ma punì Ascalafo per aver riferito l’episodio della melagrana imprigionandolo in una fossa chiusa da un masso pesantissimo; Ascalafo fu in seguito liberato da Eracle, e Demetra allora lo trasformò in un barbagianni. La dea ricompensò anche con messi, abbondanti i Feneati dell’Arcadia, che l’avevano ospitata dopo l’oltraggio fattole da Posidone, ma proibì loro di raccogliere fave. Un certo Ciamite fu il primo che osò infrangere il divieto, e ora è a lui dedicato un tempio presso il fiume Cefiso.

ll mito di Ade e Persefone, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Recensione: Ade e Persefone – Gli dèi degli Inferi

Recensione: Ade e Persefone – Gli dèi degli Inferi

“Scendere agli Inferi è facile: la porta di Dite è aperta notte e giorno; ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo, qui sta il difficile, qui la vera fatica.” (Virgilio, Eneide)

Dal risvolto di copertina: “Ade, il temuto signore degli Inferi, il dio defilato, quasi “invisibile”, si racconta attraverso la sua origine divina – figlio di Rea e di Crono che appena nato lo inghiottì tutto intero – e la sua seconda nascita quando Zeus riuscì a somministrare al padre Crono un emetico che gli fece rimettere tutta la prole. Ma soprattutto si parla di lui descrivendone il regno, l’oltretomba, e il suo amore per Persefone, figlia di Demetra e di Zeus. La rapì un giorno mentre coglieva fiori: la ragazza all’improvviso vide la terra aprirsi e dal profondo apparire Ade, da tempo innamorato di lei, che la afferrò e la issò sul suo carro. Nessuno poté aiutare Persefone, piangente, la ragazza chiamava invano la madre lamentando il proprio infelice destino, che la trascinava lontano dalla luce del sole, per unirsi al re degli Inferi. Sulla terra rimase la disperazione della madre Demetra che avrebbe vagato tra gli dèi e gli uomini alla vana ricerca della figlia.”

Dall’introduzione di Giulio Guidorizzi: “Ade e Persefone rappresentano il vertice basso del mondo divino, nelle viscere della terra, come la coppia Zeus-Hera rappresenta il vertice alto tra la luce dell’Olimpo. Del resto, i due re delle ombre sono una coppia sterile, perché niente può nascere laggiù. Leggendo la loro storia siamo di fronte a simboli sacri: il legame infrangibile tra una figlia e una madre, le nozze violente che spezzano un equilibrio, il melograno, cibo misterioso; la vita, la morte, la risurrezione.”

Oltre alla narrazione del mito, il volume contiene anche approfondimenti sulla sua fortuna nel corso dei secoli, in tutte le forme artistiche: letteratura (con una ricca antologia di testi classici sul mito), pittura, teatro, cinema. Inoltre vi è una tavola genealogica, e un ricco apparato bibliografico e sitografico. Il volume su Ade e Persefone è curato da Tommaso Braccini, professore di filologia classica presso l’Università di Torino. Qui gli ultimi volumi pubblicati. Di uno dei suoi libri, Una passeggiata nell’aldilà in compagnia degli antichi (Einaudi) abbiamo già parlato in questo post.

L’intera collana di trenta volumi è a cura di Giulio Guidorizzi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012). Qui una lista di suoi volumi sul mito greco.

Il racconto del mito di Ade e Persefone.
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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