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Recensione: Edipo – Il gioco del destino

Recensione: Edipo – Il gioco del destino

Dal retro di copertina: “Il mito è un modo di raccontare ma è anche un modo di pensare. Il pensiero mitico infatti è un prodotto dell’immaginazione umana che segue logiche diverse rispetto a quello cosciente, che racconta e non analizza. E mitico è Edipo, forse uno dei personaggi più conosciuti nella storia della letteratura mondiale. Edipo e l’enigma, Edipo e il destino. Personaggio complesso, nelle molteplici versioni del mito che riportano tutte alla centralità della condizione umana e al rapporto col mistero della divinità. L’uomo è libero nelle sue scelte, oppure c’è una forza che lo condiziona inesorabilmente? Dall’Edipo dell’Atene classica e democratica, all’Edipo nel quale si realizza la lotta tra il Vecchio e Nuovo, tra padri e figli, quest’eroe passa nel corso dei secoli, dalla tragedia all’arte per arrivare alla sua consacrazione psicoanalitica.”

Il primo volume nella collana “Grandi Miti Greci” edita dal Corriere della Sera prende spunto dal mito che ha segnato il ventesimo secolo grazie all’interpretazione psicoanalitica che ne ha dato Sigmund Freud. La domanda di fondo di questo mito (al di là dell’interpretazione di Freud e del complesso di Edipo) è: ma gli esseri umani sono padroni del loro Destino, oppure deve sottostare a forze misteriose che tracciano la sua strada? La tragedia di Edipo (e di tutta la sua famiglia, ascendente e discendente) sembra dare la risposta che le colpe dei padri ricadono sui figli e che a nulla vale il coraggio personale e la non coscienza della propria colpevolezza…

Oltre alla narrazione del mito, il volume contiene anche approfondimenti sulla fortuna del mito nel corso dei secoli, in tutte le forme artistiche: letteratura, pittura, teatro, cinema. Inoltre vi è una tavola geneologica, e un ricco apparato bibliografico e sitografico. Il volume è a cura di Giulio Guidorizzi, che cura anche l’intera collana di trenta volumi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012).

Il racconto del mito di Edipo.
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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La storia di Edipo

La storia di Edipo

Edipo alle prese con la sfinge

Il racconto del mito di Edipo è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 1: Edipo, il gioco del destino.

Laio, figlio di Labdaco, sposò Giocasta e governò su Tebe. Da molti anni crucciato perché non aveva figli, consultò in segreto l’oracolo di Delfi, che gli spiegò come quella apparente disgrazia fosse in realtà una benedizione degli dei; il figlio di Giocasta avrebbe ucciso il proprio padre. Allora Laio ripudiò Giocasta, ma non le disse perché e la regina esasperata lo ubriacò e lo attirò di nuovo tra le sue braccia al calar della notte. Quando, nove mesi dopo, Giocasta diede alla luce un figlio, Laio lo strappò alla nutrice, gli forò i piedi con un chiodo legandoli assieme e lo abbandonò sul monte Citerone. II Fato aveva tuttavia stabilito che quel fanciullo vivesse sino a tarda età. Un pastore corinzio lo trovò sulle balze del monte, lo chiamò Edipo per via dei piedi deformati dalle ferite e lo portò con sé a Corinto, dove a quel tempo regnava il re Polibo.

Secondo un’altra versione Laio non abbandonò Edipo sul Citerone, ma lo rinchiuse in una cassa che fu gettata in mare da una nave. La cassa galleggiò sulle onde e toccò la riva a Sicione. Peribea, moglie di Polibo, si trovava per caso sulla spiaggia, intenta a sorvegliare le lavandaie della reggia. Essa raccolse Edipo, si celò in un boschetto e finse di essere stata colta dalle doglie del parto. Le lavandaie erano troppo occupate per badare a quel che stava accadendo e Peribea riuscì a convincerle che il bimbo era nato da lei. Disse invece la verità a Polibo che, anch’egli senza prole, fu ben lieto di allevare Edipo come suo figlio. Un giorno Edipo, dileggiato da un giovane corinzio perché non somigliava affatto ai suoi presunti genitori, andò a chiedere all’oracolo di Delfi quale sorte gli serbasse il futuro. «Lontano dal santuario, miserabile!» gridò la Pizia con disgusto. «Ucciderai tuo padre e sposerai tua madre!» Poiché Edipo amava Polibo e Peribea e inorridiva all’idea che un disastro li colpisse, subito decise di non tornare a Corinto. Ma nello stretto valico tra Delfi e Daulide si imbatté in Laio che con voce aspra gli ordinò di scostarsi e di lasciare il passo ai suoi superiori. Laio era su un cocchio ed Edipo a piedi. Edipo rispose che soltanto gli dei e i suoi genitori gli erano superiori. «Tanto peggio per te!» gridò Laio, e ordinò all’auriga Polifonie di fare avanzare i cavalli. Una delle ruote ammaccò il piede di Edipo che, acceso dalla collera, uccise Polifonie con la sua lancia. Poi, scagliato a terra Laio che si era impigliato nelle redini, e frustati i cavalli, lo trascinò nella polvere fino alla morte. Al re di Platea toccò di seppellire i due cadaveri.

Laio era diretto a Delfi per chiedere all’oracolo come liberare Tebe dalla Sfinge. Quella mostruosa creatura, figlia di Tifone e di Echidna o, altri dicono, del cane Ortro e della Chimera, era volata a Tebe dalle più remote parti dell’Etiopia. La si riconosceva facilmente perché aveva testa di donna, corpo di leone, coda di serpente e ali di aquila. Era mandò la Sfinge per punire i Tebani, irata contro Laio che aveva rapito il fanciullo Crisippo di Pisa. Accovacciata sul monte Ficio, nei pressi della città, la Sfinge poneva ora a ogni viaggiatore tebano un indovinello che le avevano insegnato le Tre Muse: «Quale essere, con una sola voce, ha talvolta due gambe, talvolta tre, talvolta quattro, ed è tanto più debole quante più ne ha?» Chi non riusciva a risolvere l’indovinello veniva strangolato e divorato sul posto, e tra quegli sventurati vi fu il nipote di Giocasta, Emone, che la Sfinge rese haimon, ossia «sanguinante». Edipo, avvicinandosi a Tebe fresco dell’assassinio di Laio, azzeccò la risposta. «L’uomo», disse, «perché va carponi da bambino, cammina saldo sulle due gambe in gioventù e si appoggia a un bastone quando è vecchio». La Sfinge, avvilita, si gettò giù dal monte Ficio sfracellandosi nella vallata sottostante. Al che i Tebani, grati ed esultanti, acclamarono Edipo re ed egli sposò Giocasta, ignaro che fosse sua madre.

Una pestilenza si abbatté su Tebe e l’oracolo di Delfi, di nuovo consultato, disse: «Scacciate dalla città l’assassino di Laio!» Edipo, non sapendo che Laio era l’uomo da lui incontrato sul valico, lanciò la sua maledizione contro l’assassino e lo condannò all’esilio.

II cieco Tiresia, il veggente più famoso in Grecia a quei tempi, chiese udienza a Edipo. Alcuni dicono che Atena, dopo avere accecato Tiresia perché inavvertitamente l’aveva vista fare il bagno, si lasciò commuovere dalle lacrime della madre di lui e, preso il serpente Erittonio dalla sua egida, gli ordinò: «Lava le orecchie di Tiresia con la tua lingua affinché egli possa intendere il linguaggio profetico degli uccelli». Altri dicono che un giorno, sul monte Cillene, Tiresia vide due serpenti nell’atto di accoppiarsi. Quando i serpenti lo attaccarono, egli li colpì con il suo bastone, uccidendo la femmina. Subito fu trasformato in donna e divenne una celebre prostituta. Ma sette anni dopo gli capitò di assistere alla stessa scena nello stesso luogo e allora riacquistò la sua virilità uccidendo il serpente maschio. Altri ancora dicono che quando Afrodite e le tre Cariti, Pasitea, Cale ed Eufrosine, discutevano su chi delle quattro fosse la più bella, Tiresia assegnò il premio a Cale e allora Afrodite lo trasformò in una vecchia. Ma Cale lo portò con sé a Creta dove gli fece dono di una bellissima chioma. Alcuni giorni dopo Era rimproverò a Zeus le sue molte infedeltà. Zeus si difese replicando che, tuttavia, quando egli divideva il suo letto, Era ne traeva il più grande godimento. «Le donne, naturalmente, assaporano nell’atto sessuale un piacere molto maggiore che gli uomini», affermò Zeus con veemenza. «Che assurdità!» gridò Era. «Accade esattamente il contrario e tu lo sai!» Tiresia convocato per por fine alla discussione in base alla sua esperienza personale, rispose: «Se in dieci parti dividiamo il piacere d’amore tre volte tre vanno alla donna e una sola all’uomo». Era fu così esasperata dal sogghigno di trionfo di Zeus che accecò Tiresia. Ma Zeus lo ricompensò con il dono della chiaroveggenza e una vita che si sarebbe prolungata per sette generazioni.

Tiresia fece il suo ingresso alla corte di Edipo appoggiandosi al bastone di corniola donategli da Atena e rivelò a Edipo la volontà degli dei: la pestilenza sarebbe cessata soltanto se uno degli uomini Sparti fosse morto per il bene della città. Il padre di Giocasta, Meneceo, uno degli uomini che erano sorti dalla terra quando Cadmo aveva seminato i denti del serpente, subito si gettò giù dalle mura e tutta Tebe elogiò il suo spirito di sacrificio. Tiresia annunciò: «Meneceo ha fatto bene e la pestilenza ora cesserà. Gli dei tuttavia avevano in mente un altro degli uomini Sparti, uno della terza generazione: egli uccise suo padre e sposò sua madre. Sappi, o Giocasta, che egli è tuo marito Edipo!»

Dapprima nessuno volle credere a Tiresia, ma le sue parole ebbero presto conferma da una lettera di Peribea da Corinto. Peribea scrisse che l’improvvisa morte di re Polibo l’autorizzava a rivelare in quali circostanze era stato adottato Edipo. E lo fece con i più minuti particolari. Giocasta allora si impiccò per la vergogna e per il dolore, mentre Edipo si accecò con uno spillo tolto dalle vesti della regina.

Secondo alcuni, benché tormentato dalle Erinni che accusavano di aver provocato la morte di sua madre, Edipo continuò a regnare su Tebe per qualche anno finché cadde gloriosamente in battaglia. Secondo altri, invece, Creonte, fratello di Giocasta, cacciò Edipo da Tebe, ma non prima che egli avesse maledetto Eteocle e Polinice, i quali erano al tempo stesso suoi fratelli e suoi figli, perché con insolenza gli avevano assegnato la porzione peggiore di un animale ucciso in sacrificio, e cioè l’anca anziché la spalla regale. Eteocle e Polinice, dunque, rimasero a guardare a occhi asciutti quando Edipo lasciò la città che aveva liberato dalla tirannia della Sfinge. Dopo aver vagato per molti anni di paese in paese, guidato dalla fedele figlia Antigone, Edipo giunse infine a Colono, nell’Attica, dove le Erinni che colà avevano un bosco sacro, lo spinsero alla morte e Teseo seppellì il suo corpo nel recinto delle Venerande ad Atene, piangendolo al fianco di Antigone.

Il mito di Edipo riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

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L’archetipo dell’insegnante: Chirone e Circe

L’archetipo dell’insegnante: Chirone e Circe
L’archetipo dell’insegnante: Chirone e Circe

Andreas Barella ha parlato alla Radio Svizzera di Lingua italiana, nella trasmissione Appesi alla Luna, del ruolo mitologico degli insegnanti. Qui trovi la trasmissione. Qua sotto vi mettiamo l’estratto del suo volume “Adolescenza il Giardino Nascosto,” da cui ha tratto spunto per la chiacchierata nel salotto di RETE UNO. Si ringrazia l’editore per il permesso di pubblicare l’estratto.

“Nell’antichità l’educazione dei giovani di famiglia altolocata (ma spesso il mito situa in questa categoria le persone che hanno un valore intrinseco, interiore e psichico, e non solo quelle nate da un alto lignaggio) è affidato a persone di prestigio. Un esempio illustre è l’educazione di Achille. L’eroe della guerra di Troia, abbandonato dalla madre, viene affidato dal padre al centauro Chirone.

Altri personaggi sono altrettanto ricchi, per esempio il ruolo delle sacerdotesse della magia femminile che insegnano i loro segreti alle persone che amano (Medea con Giasone, Arianna con Teseo e soprattutto Circe con Ulisse), oppure i molti insegnamenti divini che gli esseri umani colgono come eccezionali occasioni di crescita.

Il centauro ha la peculiarità di occuparsi a tempo pieno della educazione dei giovani, è la sua attività principale. Per questo motivo Chirone è la prima figura mitologica che vorrei assurgere a simbolo del ruolo di docente all’interno del percorso di crescita degli adolescenti. La figura del centauro ha la ricchezza della ambivalenza di cui abbiamo parlato a lungo nei capitoli precedenti e che contraddistingue il mondo adolescenziale.

Chirone è una figura di natura doppia, a metà strada tra bestia ed essere umano. Il suo corpo è di cavallo, mentre il busto e la testa sono umani. Esso ha un temperamento selvaggio e aggressivo, ma sa dimostrarsi anche benevolo e ospitale. Un po’ come la nostra società dei consumi: sa essere aggressiva, ma sa anche come prendersi cura dei suoi membri. E come l’adolescenza ha questa capacità di essere una cosa e anche il suo esatto contrario. È uno straordinario maestro di caccia (colui che dà la morte) ma anche uno scienziato che conosce a menadito la medicina (colui che dona e mantiene la vita). Si tratta di un essere intermedio tra natura e cultura. È il più saggio e il più sapiente tra tutti i Centauri, ed è immortale. Il suo insegnamento è basato sulla musica, sull’arte della guerra e della caccia, sulla morale e sulla medicina.

Il centauro offre ai giovani a lui affidati ciò che nessun essere umano potrebbe dar loro: trasforma infanzia e adolescenza in un incantesimo silvestre che annulla qualsiasi distanza tra natura e cultura. Non insegna ai suoi allievi le complesse regole della caccia nelle selve, fa di loro, come Achille, dei corridori dei boschi che non si servono di trappole né di armi. Il centauro confonde le categorie e la sua scienza non viene trasmessa attraverso l’insegnamento, egli esercita sui fanciulli a lui affidati un’imposizione dei suoi doni che li trasforma mediante una sorta di modificazione strutturale della loro personalità. La storia del centauro costituisce una versione mitologica dell’iniziazione.

È proprio questo il primo augurio che porgo ai docenti: quello di essere partecipi come il centauro all’insegnamento che donano ai ragazzi. Sono naturalmente cosciente che la vita quotidiana dell’insegnamento è ricca di molti aspetti burocratici e strutturali che hanno la tendenza a soffocare la personalità degli insegnanti, ma perché non arricchire la propria visione di se stessi con queste immagini? Trasmetterli agli allievi, vivere la materia che si insegna e renderla squillante per i giovani è una sfida che dovrebbe sempre capeggiare nella mente e nella programmazione degli insegnanti. Perché è questo compito che rende vivi, nella mia esperienza, i docenti, la materia e gli allievi stessi.

Anche la maga Circe che compare nel Canto X dell’Odissea (e maga sta per sacerdotessa che conosce le arti segrete della natura) è una straordinaria insegnante. Il suo modo di istruire è diverso, almeno all’inizio, da quello di Chirone, in quanto per imparare da lei bisogna riconoscere il suo potere e la sua diversità, senza averne paura. Cosa che i marinai di Ulisse non riescono a fare, e vengono tramutati in porci. Ulisse, con l’aiuto di Ermes, diviene immune alla magia trasformativa di Circe e può, una volta tenutane a bada la pericolosità, impararne i segreti. Di nuovo, come con Chirone, si tratta di insegnamenti che vengono impartiti grazie all’esperienza, al vivere a stretto contatto l’una con l’altro e sono segreti e insegnamenti legati al mondo naturale e istintivo. In questo regno si imparano i segreti che permettono poi di vivere e regnare anche nel mondo della ragione.

È questo il grande segreto che i due prototipi degli insegnanti ci comunicano. Proprio con questa mentalità si può e si deve affrontare il lavoro di docente. La messa in scena rituale che andiamo a presentare nella seconda parte è un esempio di come sia possibile farlo. Lo svolgimento di questo tipo di attività può essere facilmente programmato all’interno delle ore scolastiche che le scuole medie riservano alla conoscenza e allo studio della mitologia. E che le scuole superiori dedicano allo studio della filosofia. Si tratta di un’ottima occasione per rendere naturali e vive le storie che lette nell’antologia scolastica suonano vecchie e noiose. È l’occasione per le docenti e i docenti di diventare un po’ Chirone e un po’ Circe e trasportare gli studenti da un mondo interamente fattuale e nozionistico in un mondo fatato, in un incantesimo che diminuisce le distanze tra mondo mentale, mondo emotivo e mondo fisico, ricreando quella atmosfera silvana e boschiva in cui Circe e Chirone formano i futuri Re, i futuri Eroi e le future Eroine, le future Maghe.

Consideriamo ora come raggiungere questo risultato. Se avete bisogno di aiuto e di suggerimenti trovate maggiori dettagli nell’Appendice.”

Tratto da: Andreas Barella, “Adolescenza, il Giardino Nascosto,” Casa Editrice Ericlea. Si ringrazia l’editore per il permesso di pubblicare l’estratto. Maggiori informazioni sul volume.

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Recensione radiofonica a “Il Viaggio dell’Eroe” di Paul Rebillot

Recensione radiofonica a “Il Viaggio dell’Eroe” di Paul Rebillot

Buongiorno care amiche e cari amici de “La Voce delle Muse”! A vostra disposizione la registrazione della presentazione radiofonica de “Il Viaggio dell’Eroe” di Paul Rebillot.

Andreas Barella, curatore del volume, a RETE UNO della Radio Svizzera di Lingua Italiana, ospite di Sarah Tognola a MILLEVOCI. L’eroe che abbiamo sempre sognato di essere. C’è un modello che guida la struttura di tutti i racconti, nel mito, nelle fiabe, nei sogni, nei film. Questo schema narrativo è conosciuto come il “Viaggio dell’Eroe”. Fondamentalmente la storia dell’eroe rimane sempre un viaggio: un Eroe si allontana dal suo abituale ambiente familiare per avventurarsi nell’ignoto che lo mette alla prova. Un viaggio lontano verso un luogo reale (un labirinto, una foresta,…) oppure un posto nuovo che diventa teatro del conflitto, con forze nemiche o demoni che testano le sue abilità. In ogni storia l’Eroe cresce e cambia compiendo un cammino: dalla disperazione alla speranza, dalla debolezza alla forza, dalla follia alla saggezza. Il viaggio dell’Eroe è un tema che attrae e appartiene alle culture di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Andreas Barella è autore della traduzione de “Il viaggio dell’Eroe” di Paul Rebillot (1931-2010), considerato un pioniere della psicologia umanistica e una delle voci più innovative nel panorama psicologico- esperienziale americano e mondiale.

Qui potete ascoltare la trasmissione completa
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Il primo capitolo de “Il Viaggio dell’Eroe” di Paul Rebillot

Il primo capitolo de “Il Viaggio dell’Eroe” di Paul Rebillot

In esclusiva e con il permesso della Casa Editrice Ericlea, che ringraziamo, vi mettiamo qua un estratto dal primo capitolo de “Il Viaggio dell’Eroe” di Paul Rebillot.

CAPITOLO 1 – IL VIAGGIO DELL’EROE – PAUL REBILLOT – ©2015 COPYRIGHT CASA EDITRICE ERICLEA

Quando iniziai a sviluppare il materiale che sarebbe divenuto il Viaggio dell’Eroe, il primo passo fu quello di individuare una struttura, un filo conduttore sul quale imbastire il rituale teatrale. Fui fortunato: incontrai il classico L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell. Il libro descriveva proprio la struttura che stavo cercando, esemplificata tramite il mito dell’Eroe. Campbell aveva scoperto che tutti i riti di iniziazione possedevano la stessa configurazione: separazione dal vecchio modo di agire, dalla comunità o dal gruppo, iniziazione o movimento verso il nuovo livello, e infine ritorno nel gruppo con il dono ricevuto durante il viaggio. Utilizzando la traccia di questo mito monografico dell’Eroe, costruii un procedimento che guidasse le persone attraverso l’archetipo della trasformazione così da poterlo applicare alle loro vite. Facendo l’esperienza della configurazione del Viaggio dell’Eroe, molte persone si sono accorte di aver appreso il modello della trasformazione: quando inevitabilmente le loro vite cambiano, non si spaventano più. Sanno che il cambiamento seguirà una certa sequenza. Hanno la mappa.

Prima di cominciare il nostro viaggio, vorrei consegnarvi questa mappa. Vi mostrerà il percorso che dovrete attraversare e i personaggi che diverrete.

Breve mappa del territorio Il personaggio principale della nostra rappresentazione è, naturalmente, l’Eroe. Chi è un Eroe? Per me questa breve poesia, scritta da una donna di novantaquattro anni, cattura l’essenza dell’essere eroico, il “senso di seguire” un richiamo quando questo arriva.

Something soft and gentle
Glides through your fingers
And it seems to grab your hand and lead you
On to something greater
If you only had the sense to follow it.[1]

L’Eroe non è né una figura arcaica del periodo patriarcale né un’immagine strettamente maschile; si tratta di un aspetto della natura umana, l’aspetto che sente il richiamo del sé profondo e vi risponde. Uso il termine “eroe” sia per le donne che per gli uomini, perché considero “eroina” un termine diminutivo e poco dignitoso. L’Eroe rappresenta il potenziale di seguire l’impulso verso qualcosa di migliore, il potenziale insito in ogni essere umano.

La storia del Viaggio dell’Eroe segue una struttura fissa. L’Eroe, come già detto, è qualcuno che sente il richiamo dell’avventura e lo segue. Di solito questa persona, femmina o maschio, è più o meno ben inserita nel suo ambiente socioculturale, ma aspira e ha un’inclinazione verso un’ulteriore evoluzione. A un certo punto questa inclinazione si intensifica e diviene l’esperienza di un richiamo. Questo richiamo può venire dall’esterno sotto forma di un invito o di un suggerimento da parte di qualcuno, come quando Gesù chiamò i suoi discepoli: “Lasciate tutto e seguitemi”; oppure può nascere da una voce interiore, come quando il principe Siddhartha, osservando la sofferenza della vita, si sentì obbligato ad abbandonare il suo palazzo e andare alla ricerca della saggezza e della calma interiore. In tutti e due i casi il richiamo dice: “Nella tua vita ci potrebbe essere più ricchezza di quella che stai vivendo ora”. Da qualsiasi direzione arrivi, il richiamo penetra profondamente nel sé, e lì rimane fino a quando viene personificato dall’Eroe oppure soppresso dalla vita di tutti i giorni.

Il richiamo fa scattare il primo livello di resistenza: la vita quotidiana concorre a creare e mantenere lo status quo, per esempio il proprio lavoro, la propria casa, le proprie responsabilità, il proprio modo di stabilire le relazioni con le altre persone. L’Eroe deve riconoscere queste resistenze e confrontarsi con esse prima di poter cominciare il viaggio. Nel procedimento del Viaggio dell’Eroe, scopriamo la natura del nostro richiamo attraverso gli esercizi della Terra d’Origine.

Man mano che l’eroe procede per la sua strada, appaiono degli aiutanti, persone che lo incoraggiano, guide o amici che segnalano i punti pericolosi. Uno Spirito Guida dona all’eroe uno Strumento di Potere da usare nelle battaglie che dovranno essere combattute e nelle prove che dovranno essere superate. Per esempio, Re Artù riceve una spada da Merlino, Atena dà a Perseo il suo scudo, Cenerentola riceve il suo stupendo vestito e la carrozza dalla fata madrina. Durante il viaggio sceglieremo il nostro Spirito Guida e scopriremo il nostro Strumento di Potere.

Una volta armato, l’Eroe si dirige verso il punto del non ritorno, la Soglia dell’Avventura. Di solito essa si presenta come un cancello, come l’imbocco di una caverna, l’inizio di una foresta – il passaggio verso un altro mondo. Qui l’Eroe incontra un drago, il guardiano di un castello, un cane con tre teste – insomma una sentinella che gli nega l’accesso. La sentinella è il secondo livello di resistenza, e rappresenta tutte le forze interiori di auto-sabotaggio. Nel Viaggio dell’Eroe, questo guardiano è chiamato Demone della Resistenza.

L’Eroe e il Demone mettono in scena un Confronto, che continua fino a quando non si raggiunge una risoluzione. Il Demone non muore, viene reintegrato nell’Eroe. A questo punto l’Eroe, a volte accompagnato dal Demone trasformato, si addentra nel Mysterium, un misterioso mondo interiore.

Il Mysterium è un posto straordinario, una foresta incantata di meraviglie soprannaturali. L’Eroe continua il suo percorso, incontrando cose nuove e fuori del comune. Ma ora, armato del suo Strumento di Potere e conscio del sapere acquisito durante il Confronto, si sente pronto per affrontare qualsiasi situazione. Ben presto l’Eroe dovrà passare attraverso la Prova Suprema, una lotta colossale con la sua paura più profonda.

Alla fine, dopo essere sopravvissuto alla Prova Suprema, l’Eroe si è meritato il Premio per il suo viaggio. Potrebbe trattarsi del Santo Graal, di un tesoro, o del matrimonio interiore: qualsiasi cosa l’Eroe stesse cercando. Questo è il regalo di vita che giunge dopo la lunga notte di morte; la medicina con cui l’Eroe ritorna a casa. Gli aspetti magici del Mysterium sono lasciati dietro alle spalle quando l’Eroe attraversa di nuovo la soglia, ma la coscienza e la pienezza del viaggio rimangono per migliorare o cambiare la situazione a casa. Con il Ritorno alla vita quotidiana, il Viaggio è completo.

I livelli del Viaggio dell’Eroe. Il Viaggio dell’Eroe si svolge a diversi livelli:

Il livello rituale: si tratta della cornice spirituale, rinforzata dal Rituale della Vestale e dal cantare le rom.
Il livello teatrale: si tratta della storia mitologica o archetipica dell’Eroe, della quale abbiamo già parlato.
Il livello della Danza del Vuoto Fertile: questa meditazione in movimento permette ai partecipanti di superare la soglia che separa il rituale dal teatrale grazie alle ricapitolazione, fisica e per mezzo dell’immaginazione guidata, del loro viaggio.[2]
Il livello biografico: la nostra psicologia individuale, che prende corpo dalla nostra storia personale.
Il livello didattico: la spiegazione teorica del procedimento, attraverso la quale la guida cerca di spiegare ai partecipanti, nel modo più chiaro possibile, quello che viene fatto.
Il livello pratico: l’organizzazione del procedimento e le esigenze del vivere quotidiano (o, nel caso dell’organizzazione di gruppi, le esigenze d’orario del luogo che ospita il seminario e i limiti dovuti alla struttura).

©2015, COPYRIGHT CASA EDITRICE ERICLEA

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[1] “Qualcosa di morbido e delicato/Scivola tra le tue dita/E sembra prenderti per mano e guidarti/Verso qualcosa di più grande/Se solo tu sentissi il desiderio d seguirla”. Nadya Catalfano, in Kennet Koch, I Never Told Anybody: Teaching Poetry Writing in a Nursing Home. New York: Random House, 1977.
[2] In inglese “Fool’s Dance,” dal personaggio della carta numero zero dei tarocchi: “il Matto”. La traduzione “Danza del Matto” o “Danza del Folle” non ci è però sembrata convincente. (NdT)