Tag Archives: Ade

Recensione: Sisifo – I grandi peccatori

Recensione: Sisifo – I grandi peccatori

“Viene sempre il momento in cui bisogna scegliere fra la contemplazione e l’azione. Ciò si chiama diventare un uomo.” (Albert Camus, Il mito di SIsifo)

Dal risvolto di copertina: “Figlio di Eolo e di Enarete, Sisifo appartiene a una delle prime grandi stirpi sulla terra. Vive a Efira, città che lui stesso ha fondato , quella che poi diventerà Corinto. Qui sposa Merope, figlia di Atlante, una delle Pleiadi, che sorgono a segnare i lavori degli uomini, quando è ora di mietere il frumento e tramontano quando è il tempo dell’aratura. Un giorno Sisifo per caso vede Zeus rapire Egina, una delle dodici figlie del fiume Asopo. Dovrebbe tacere, invece rivela l’accaduto al padre. Zeus adirato gli manda per punizione Thanatos, la morte. Ma Sisifo, ed ecco la sua colpa, reagisce e la incatena, mutando gli assetti del mondo: se non muore Sisifo, non muore nessuno. Sisifo è il più astuto di tutti i mortali, ma per gli uomini è molto pericoloso sfidare il potere degli dèi. Così scenderà nell’Ade, condannato a spingere un masso su per un monte, in una pena senza fine.”

Dall’introduzione di Giulio Guidorizzi: “La nozione di ‘peccato’ è estranea alla religione greca. Sisifo ingannava; ma anche altri ingannarono, per esempio Ulisse, eppure non stanno tra i puniti. Clitemnestra sgozzò il marito, eppure nemmeno lei ribolle tra i tormenti infernali. Restano dunque questi ‘grandi colpevoli’ che hanno osato varcare i limiti dell’umano: la loro colpa è infatti avere tentato di oltraggiare la purezza degli dèi e le regole che mantengono in armonia l’universo.”

Oltre alla narrazione del mito, il volume contiene anche approfondimenti sulla sua fortuna nel corso dei secoli, in tutte le forme artistiche: letteratura (con una ricca antologia di testi classici sul mito), pittura, teatro, cinema. Inoltre vi è una tavola genealogica, e un ricco apparato bibliografico e sitografico. Il volume su Sisifo è curato da Alberto Camerotto, docente di Lingua e letteratura greca presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Qui gli ultimi volumi pubblicati.

L’intera collana di trenta volumi è a cura di Giulio Guidorizzi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012). Qui una lista di suoi volumi sul mito greco.

Il racconto del mito di Sisifo
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

Cosa facciamo noi de La Voce delle Muse
Ti piacciono i nostri post? Vuoi sostenerci con un piccolo contributo? Offrici un caffè

Il mito di Poseidone

Il mito di Poseidone

Il racconto del mito di Poseidone è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 22: Poseidone – La forza del profondo.

Quando Zeus, Poseidone e Ade, dopo aver deposto il padre loro Crono, estrassero a sorte delle tessere da un elmo per stabilire chi dovesse essere signore del cielo, del mare e dell’oscuro oltretomba, mentre la terra sarebbe stata dominio di tutti, a Zeus toccò il cielo, ad Ade l’oltretomba e a Poseidone il mare. Poseidone, che è pari a suo fratello Zeus per dignità, se non per potere, e ha un carattere cupo e litigioso, subito si accinse a costruire un palazzo subacqueo al largo di Egea, in Eubea. Nelle sue stalle spaziose albergano bianchi cavalli con zoccoli di bronzo e criniere d’oro, e un aureo cocchio al cui apparire subito cessano le tempeste, mentre mostri marini emergono dalle onde e gli fanno da scorta.

Poiché gli occorreva una moglie che si trovasse a suo agio negli abissi marini, Poseidone corteggiò Teti la Nereide; ma quando seppe che, secondo una profezia, il figlio nato da lei sarebbe stato più famoso di suo padre, rinunciò a sposarla e lasciò che si unisse a un mortale chiamato Peleo. Posò poi gli occhi su Anfitrite, un’altra Nereide, che sdegnò le sue proposte e si rifugiò sul monte Atlante; ma Poseidone le inviò messaggeri, e tra questi un certo Delfino, che perorò la causa di Poseidone con tanta efficacia da indurre Anfitrite al consenso. Subito si fecero i preparativi per le nozze e Poseidone, grato a Delfino, ne immortalò l’immagine tra le stelle del firmamento. Anfitrite diede a Poseidone tre figli: Tritone, Roda e Bentesicima; ma come già era accaduto a Era per colpa di Zeus, Poseidone fece molto soffrire la moglie intrecciando amori con dee, ninfe e donne mortali. Anfitrite si ingelosì soprattutto di Scilla, figlia di Forcide, e gettando erbe magiche nella fontana dove la fanciulla si bagnava, la trasformò in un latrante mostro dalle sei teste e dodici zampe.

Poseidone si mostrò sempre avido di assicurarsi regni sulla terra, e un giorno avanzò pretese sull’Attica scagliando il suo tridente nell’acropoli di Atene, dove subito si aprì un pozzo d’acqua marina che ancora si vede: quando soffia il vento del sud si può sentire il remoto fragore della risacca. In seguito, durante il regno di Cecrope, Atena prese possesso dell’Attica in modo più gentile, piantando un olivo accanto al pozzo. Poseidone, furibondo, la sfidò a duello, e Atena avrebbe accettato se Zeus non si fosse interposto nella disputa ordinando che i due dèi si rimettessero al suo giudizio. Poseidone e Atena si presentarono dunque al tribunale divino, composto da tutte le divinità olimpiche, che invitarono Cecrope a deporre come testimone. Zeus non espresse il proprio parere, ma mentre tutti gli dèi appoggiavano le pretese di Poseidone, tutte le dee si schierarono dalla parte di Atena. E così, per un voto di maggioranza, Atena ottenne di governare sull’Attica, poiché aveva fatto a quella terra il dono migliore. Poseidone, furibondo, allagò con onde immense la pianura triasia, dove sorgeva Atene, la città di Atena, e la dea si trasferì allora alla futura Atene; chiamò così anche questa dal suo nome. Per placare l’ira di Poseidone, le donne ateniesi rinunciarono al diritto di voto e fu proibito agli uomini di portare il nome delle loro madri, come era stata usanza fino a quel tempo.

Poseidone contese ad Atena anche il possesso di Trezene, e in tale occasione Zeus impose che la città fosse divisa equamente tra i due, ma né l’uno né l’altra ne furono soddisfatti. In seguito, Poseidone cercò invano di strappare Egina a Zeus e Nasso a Dioniso; e quando vantò pretese su Corinto, la città di Elio, ottenne soltanto l’Istmo, mentre Elio fu ricompensato con l’acropoli della città. Esasperato, tentò di impossessarsi dell’Argolide, dominio di Era, ed era di nuovo pronto a battersi, rifiutando di comparire dinanzi al concilio degli olimpi che, diceva, gli erano tutti ostili. Zeus allora affidò il giudizio agli dèi-fiumi Inaco, Cefiso e Asterione, che si dichiararono in favore di Era. Poiché gli era stato proibito di vendicarsi con un’inondazione, Poseidone fece esattamente il contrario: disseccò i fiumi degli dèi che l’avevano giudicato, tanto che durante l’estate essi non scorrono più nel loro letto. Per amore di Amimene, una delle Danaidi che più ebbero a soffrire per quella siccità, concesse tuttavia che il fiume Lerna scorresse in perpetuo.

Poseidone si vanta di aver creato il cavallo, benché, come taluni sostengono, quando egli era ancora in fasce, Rea avesse già dato in pasto a Crono uno di questi animali; e di aver inventato le briglie, benché questa invenzione sia da attribuirsi ad Atena; ma nessuno può negargli il merito di aver istituito le corse con i cocchi. È certo che i cavalli sono sacri a Poseidone, forse per via di quel che accadde quand’egli, spinto dall’amore, inseguì Demetra che cercava disperatamente sua figlia Persefone. Si narra che Demetra, stanca e scoraggiata dopo tanto errare, non volendo unirsi con un dio o con un titano, si trasformò in giumenta e cominciò a pascolare tra gli armenti di un certo Onco, figlio di un figlio di Apollo, che regnava a Onceo in Arcadia. Essa non riuscì, tuttavia, a trarre in inganno Poseidone, che si trasformò a sua volta in stallone e la coprì, e da quella orrenda unione nacquero la ninfa Despena e il cavallo Arione. Il furore di Demetra fu tale che in Arcadia ancora la si onora come “Demetra la Furia”.

ll mito di Poseidone, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

Cosa facciamo noi de La Voce delle Muse
Ti piacciono i nostri post? Vuoi sostenerci con un piccolo contributo? Offrici un caffè

Recensione: Poseidone – La forza del profondo

Recensione: Poseidone – La forza del profondo

“Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare.” (Jorge Luis Borges, Luna di fronte)

Dal risvolto di copertina: “Le profondità del mare erano il regno di una delle più antiche e importanti divinità del pantheon greco. Un dio iracondo, suscettibile e terribilmente vendicativo, le cui avversità causarono morte, dolore e infinite peregrinazioni; un dio ambiguo come l’elemento in cui si muoveva, testardo ed esigente, libidinoso e vorace, da temere e venerare con abbondanti sacrifici: Poseidone. Nato due volte, come gli altri fratelli divini, inghiottito appena venuto al mondo dal padre Crono e quindi vomitato grazie alla ribellione del fratello Zeus, dominava incontrastato sull’infinito specchio del mare. Ma come arrivò a sovraintendere al suo regno? È il dio stesso a raccontare nei versi omerici come, molto tempo prima, furono assegnate le diverse sfere di competenza: ad Ade gli inferi, a Zeus il cielo etereo e a Poseidone la distesa marina, mentre terra e Olimpo restarono comuni a tutti. E i Greci lo adorarono lungo tutto l’arco della loro storia, placando la sua ira, adulandolo con infinite offerte e soprattutto raccontandone le vendette, le sofferenze e gli amori.”

Dall’introduzione di Giulio Guidorizzi: “Poseidone, il “dio dalle chiome azzurre”, come lo chiama Omero, è il signore delle distese marine. È il dio delle profondità, colui che sconvolge il mare e fa tremare la terra a suo arbitrio: suoi epiteti sono infatti Ennosigeo, ossia “scuotitore della terra” e “colui che cinge la terra”, con le acque che la circondano tutta. Da questa natura di signore delle profondità deriva anche la sua qualità di costruttore, capace di gettare salde fondamenta: fu Poseidone a costruire il muro di bronzo che delimita il Tartaro negli abissi del sottosuolo; fu sempre lui, insieme ad Apollo, a innalzare le salde mura di Troia.

Oltre alla narrazione del mito, il volume contiene anche approfondimenti sulla sua fortuna nel corso dei secoli, in tutte le forme artistiche: letteratura (con una ricca antologia di testi classici sul mito), pittura, teatro, cinema. Inoltre vi è una tavola genealogica, e un ricco apparato bibliografico e sitografico. Il volume su Poseidone è curato da Salvatore Renna, studioso di Letteratura comparata.

L’intera collana di trenta volumi è a cura di Giulio Guidorizzi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012). Qui una lista di suoi volumi sul mito greco.

Il racconto del mito di Poseidone
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

Cosa facciamo noi de La Voce delle Muse
Ti piacciono i nostri post? Vuoi sostenerci con un piccolo contributo? Offrici un caffè

Il mito di Ade e Persefone

Il mito di Ade e Persefone

Il racconto del mito di Ade e Persefone è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 12: Ade e Persefone – Gli dèi degli Inferi.

Quando le ombre scendono al Tartaro, il cui ingresso principale si trova in un bosco di bianchi pioppi presso il fiume Oceano, ciascuna di esse è munita di una moneta, che i parenti le hanno posto sotto la lingua. Possono così pagare Caronte, il tristo nocchiero che guida la barca al di là dello Stige. Questo lugubre fiume delimita il Tartaro a occidente e ha come suoi tributari l’Acheronte, il Flegetonte, il Cocito, l’Averno e il Lete. Le ombre prive di denaro debbono attendere in eterno sulla riva, a meno che non riescano a sfuggire a Ermes, la loro guida, introducendosi nel Tartaro da un ingresso secondario, come Tenaro in Laconia o Aorno nella Tesprozia. Un cane con tre teste (o con cinquanta teste, come altri sostengono), chiamato Cerbero, monta la guardia sulla sponda opposta dello Stige, pronto a divorare i viventi che tentino di introdursi laggiù, o le ombre che tentino di fuggire. Nella prima zona del Tartaro si trova la triste Prateria degli Asfodeli, dove le anime degli eroi vagano senza meta tra la turba dei morti meno illustri che svolazzano qua e là come pipistrelli, e dove soltanto Orione ha ancora cuore di cacciare ombre di daini. Ciascuna di loro preferirebbe vivere come servo di un umile contadino anziché soggiornare come sovrano nel Tartaro. Unico loro piacere è bere il sangue delle libagioni offerte dai vivi: poi si sentono ancora uomini, almeno in parte. Oltre questa prateria si trovano l’Erebo e il palazzo di Ade e di Persefone. Alla sinistra del palazzo, un bianco cipresso ombreggia la fonte di Lete, dove le ombre comuni si radunano per bere. Ma le ombre iniziate evitano quelle acque e preferiscono dissetarsi alla fonte della Memoria, ombreggiata da un pioppo bianco, e la cui acqua da loro “certi vantaggi sugli altri compagni di sventura.” Lì accanto, le ombre appena scese nel Tartaro vengono giudicate da Minosse, Radamante e Baco, in un punto dove tre strade si incrociano. Radamante giudica gli asiatici ed Eaco gli europei; i casi più difficili vengono sottoposti a Minosse. Al termine di ogni giudizio le ombre vengono indirizzate lungo una delle tre strade: la prima conduce alla Prateria degli Asfodeli dove si riuniscono coloro che non furono né virtuosi né malvagi; la seconda al campo di punizione del Tartaro, destinata ai malvagi; la terza ai Campi Elisi destinati ai virtuosi.
I Campi Elisi, su cui impera Crono, si trovano presso il palazzo di Ade e il loro ingresso è accanto alla fonte della Memoria; essi sono un luogo di gioia dove splende perpetuo il giorno, non vi è mai gelo ne cade la neve, ma si svolgono (vaghi a suon di musica e le ombre che vi trovano possono rinascere e tornare sulla terra se ciò loro aggrada. Poco più oltre si trovano le Isole Beate, riservate a coloro che nacquero tre volte e ogni volta vissero virtuosamente. Taluni dicono che un’altra isola fortunata, chiamata Leuce, si trovi nel Mar Nero, di fronte alle foci del Danubio; essa è boscosa e ricca di selvaggina. Colà albergano le ombre di Elena e di Achille e declamano versi di Omero agli eroi che presero parte agli eventi da lui celebrati.

Ade, che è orgoglioso e geloso delle proprie prerogative, sale raramente nel Mondo Superiore, e soltanto per sbrigare faccende urgenti o mosso da improvvisa brama lussuriosa. Un giorno abbacinò la Ninfa Minta con lo splendore del suo cocchio dorato trainato da quattro cavalli neri, e l’avrebbe sedotta senza difficoltà se la regina Persefone non fosse apparsa appena in tempo per trasformare Minta in un’erba menta dal dolce profumo. In un’altra occasione Ade tentò di violentare la Ninfa Leuce, che fu trasformata nel bianco pioppo presso la fontana della Memoria. Ade non permette ad alcuno dei suoi sudditi di fuggire, e pochi di coloro che visitano il Tartaro possono tornare vivi sulla terra per descriverlo. E ciò fa di Ade il più odiato di tutti gli dei. Ade non sa che cosa accade nel Mondo Superiore o sull’Olimpo; gli giungono soltanto frammentarie notizie quando i mortali tendono la mano sopra la terra e lo invocano con giuramenti o maledizioni. Tra le cose a lui più care vi è un elmo che lo rende invisibile, dategli in segno di gratitudine dai Ciclopi quando egli consentì a liberarli per ordine di Zeus. Tutte le ricche gemme e i preziosi metalli celati sottoterra appartengono ad Ade, ma egli non ha possedimenti sopra la superficie terrestre, salvo certi oscuri templi in Grecia e, forse, una mandria di bestiame nell’isola Erizia; mandria che, secondo altri, apparterrebbe invece a Elio.

La regina Persefone sa essere benigna e misericordiosa. Essa è fedele ad Ade, ma non ha avuto figli da lui e gli preferisce la compagnia di Ecate, dea delle streghe. Zeus stesso onora Ecate tanto che non le tolse l’antica prerogativa di cui sempre godette: di poter concedere o negare ai mortali qualsiasi dono desiderato. Essa ha tre corpi e tre teste: di leone, di cane e di giumenta.
Tisifone, Aletto e Megera, le Erinni o Furie, vivono nell’Erebo e sono più vecchie di Zeus e di tutti gli olimpi. Loro compito è ascoltare le lagnanze mosse dai mortali contro l’insolenza dei giovani nei riguardi dei vecchi, dei figli nei riguardi dei genitori, degli ospitanti nei riguardi degli ospiti e delle assemblee dei cittadini nei riguardi dei supplici, e di punire tali crimini inseguendo senza posa i colpevoli, di città in città, di regione in regione. Le Erinni sono vegliardo, anguicrinite, con teste di cane, corpi neri come il carbone, ali di pipistrello e occhi iniettati di sangue. Stringono nelle mani pungoli dalle punte di bronzo e le loro vittime muoiono in preda ai tormenti. Non conviene citare il loro nome nel corso di una conversazione; ecco perché di solito le si chiama Eumenidi, che significa «le gentili», e si parla di Ade come di Plutone o Pluto, cioè il «ricco».

Demetra perdette tutta la naturale gaiezza quando le fu rapita la figlia Core, in seguito chiamata Persefone. Ade si innamorò di Core e si recò da Zeus per chiedergli il permesso di sposarla. Zeus temeva di offendere il fratello maggiore con un rifiuto, ma sapeva d’altronde che Demetra non l’avrebbe mai perdonato se Core fosse stata confinata nel Tartaro; rispose dunque diplomaticamente che non poteva ne negare ne concedere il suo consenso. Ade si sentì allora autorizzato a rapire la fanciulla mentre essa coglieva fiori in un prato, forse presso Enna in Sicilia o a Colono in Attica o a Ermione o in qualche punto dell’isola di Creta o presso Pisa o presso Lerna o presso Feneo in Arcadia o presso Nisa in Beozia, insomma in una delle molte regioni che Demetra percorse nella sua affannosa ricerca. Ma i sacerdoti della dea sostengono che il ratto avvenne a Eleusi. Demetra cercò Core per nove giorni e nove notti, senza mangiare ne bere e invocando incessantemente il suo nome. Riuscì a sapere qualcosa soltanto da Ecate, che un mattino all’alba aveva udito Core gridare «Aiuto! Aiuto!» ma, accorrendo in suo soccorso, non vide più traccia di lei. Il decimo giorno, dopo lo sgradevole incontro con Poseidone tra il branco di cavalli di Onco, Demetra giunse in incognito a Eleusi, dove re Celeo e sua moglie Metanira la accolsero ospitalmente, invitandola a rimanere presso di loro come nutrice di Demofoonte, il principino appena nato. La loro figlia zoppa, Giambe, cercò di consolare Demetra declamando versi lascivi e la balia asciutta, la vecchia Baubo, la indusse con un trucco a bere acqua d’orzo profumata alla menta: poi cominciò a gemere come se avesse le doglie e inaspettatamente tirò fuori di sotto le sottane il figlio di Demetra, Iacco, che balzò tra le braccia della madre e la baciò. «Oh, come bevi avidamente!» esclamò Abante, il figlio maggiore di Celeo; Demetra gli lanciò un’occhiataccia e Abante fu trasformato in lucertola. Pentita e un po’ vergognosa per l’accaduto, Demetra decise di fare un favore a Celeo rendendo immortale Demofoonte. La notte stessa lo tenne alto sopra il fuoco per bruciare tutto ciò che in lui era mortale. Metanira, che era figlia di Anfizione, entrò per caso nella stanza prima che la cerimonia fosse finita e ruppe l’incantesimo; così Demofoonte morì. «La mia casa è la casa della sventura!» gridò Celeo, piangendo l’amara fine dei suoi due figli, e per questo in seguito fu chiamato Disaule. «Asciuga le tue lacrime. Disaule», disse Demetra, «ti rimangono tre figli, tra i quali Trittolemo, cui io farò tali doni che scorderai la duplice perdita». Trittolemo infatti, che custodiva il bestiame del padre, aveva riconosciuto Demetra dandole le notizie che sperava: dieci giorni prima i suoi fratelli, Eumolpo, pastore, ed Eubuleo, porcaro, si trovavano nei campi; intenti a pascolare le loro bestie, quando la terra all’improvviso si squarciò, inghiottendo i maiali di Eubuleo sotto i suoi stessi occhi. Poi, con un pesante tambureggiar di zoccoli, apparve un carro trainato da cavalli neri e sparì nella voragine. Il volto del guidatore del carro era invisibile, ma egli stringeva saldamente sotto il braccio destro una fanciulla che lanciava alte strida. Eubuleo aveva narrato l’accaduto a Eumolpo. Avuta questa prova, Demetra mandò a chiamare Ecate e insieme si recarono da Elio che vede ogni cosa, costringendolo ad ammettere che Ade si era macchiato di quell’ignobile ratto, probabilmente con la connivenza di Zeus. Demetra era così furibonda che invece di risalire all’Olimpo continuo a vagare sulla terra impedendo agli alberi di produrre frutti e alle erbe crescere, tanto che la razza umana minacciava di perire. Zeus, che non osava recarsi da Demetra a Eleusi, le mandò dapprima un messaggio a mezzo di Iride (e Demetra disdegnò di riceverla), poi una deputazione di dei olimpi che recavano doni propiziatori. Ma Demetra rifiutò di tornare sull’Olimpo e giurò che la terra sarebbe rimasta sterile finché Core non le fosse stata restituita.

Un’unica soluzione si presentava ormai a Zeus. Egli affidò dunque a Ermete un messaggio per Ade: «Se non restituisci Core, siamo tutti rovinati»; e un altro a Demetra: «Potrai riavere tua figlia, purché essa non abbia ancora assaggiato il cibo dei morti». Poiché Core aveva rifiutato di mangiare sia pure una briciola di pane dal giorno del ratto. Ade fu costretto a mascherare la propria sconfitta e le disse con voce melliflua: «Mia cara, poiché mi sembra che tu sia tanto infelice, ti riporterò sulla Terra». Core subito cessò di versare lacrime e Ade la aiutò a salire sul carro. Ma nel momento in cui essa si preparava a partire per Eleusi, uno dei giardinieri di Ade, chiamato Ascalafo, cominciò a gridare in tono derisorio: «Ho visto la mia signora Core cogliere una melagrana nell’orto e mangiarne sette chicchi! Sono dunque pronto a testimoniare che essa ha assaggiato il cibo dei morti!» Ade sogghignò e disse ad Ascalafo di arrampicarsi dietro il cocchio di Ermete. A Eleusi, Demetra abbracciò felice la figlia; ma, udita la storia della melagrana ricadde in un profondo abbattimento e disse: «Non tornerò mai più sull’Olimpo e la mia maledizione continuerà a pesare sulla terra». Zeus indusse allora Rea, che era madre sua nonché di Ade e di Demetra, a interporre i suoi buoni uffici, e si giunse così a un compromesso: Core avrebbe trascorso ogni anno tre mesi in compagnia di Ade, come regina del Tartaro e col titolo di Persefone, e gli altri nove mesi in compagnia di Demetra. Ecate si assunse il compito di fare rispettare i patti e di sorvegliare costantemente Core. Demetra acconsentì finalmente a risalire sull’Olimpo. Prima di lasciare Eleusi, iniziò ai misteri Trittolemo, Eumolpo e Celeo, unitamente a Diocle, re di Fere, che l’aveva assiduamente aiutata nelle sue ricerche. Ma punì Ascalafo per aver riferito l’episodio della melagrana imprigionandolo in una fossa chiusa da un masso pesantissimo; Ascalafo fu in seguito liberato da Eracle, e Demetra allora lo trasformò in un barbagianni. La dea ricompensò anche con messi, abbondanti i Feneati dell’Arcadia, che l’avevano ospitata dopo l’oltraggio fattole da Posidone, ma proibì loro di raccogliere fave. Un certo Ciamite fu il primo che osò infrangere il divieto, e ora è a lui dedicato un tempio presso il fiume Cefiso.

ll mito di Ade e Persefone, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

Cosa facciamo noi de La Voce delle Muse
Ti piacciono i nostri post? Vuoi sostenerci con un piccolo contributo? Offrici un caffè

Recensione: Ade e Persefone – Gli dèi degli Inferi

Recensione: Ade e Persefone – Gli dèi degli Inferi

“Scendere agli Inferi è facile: la porta di Dite è aperta notte e giorno; ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo, qui sta il difficile, qui la vera fatica.” (Virgilio, Eneide)

Dal risvolto di copertina: “Ade, il temuto signore degli Inferi, il dio defilato, quasi “invisibile”, si racconta attraverso la sua origine divina – figlio di Rea e di Crono che appena nato lo inghiottì tutto intero – e la sua seconda nascita quando Zeus riuscì a somministrare al padre Crono un emetico che gli fece rimettere tutta la prole. Ma soprattutto si parla di lui descrivendone il regno, l’oltretomba, e il suo amore per Persefone, figlia di Demetra e di Zeus. La rapì un giorno mentre coglieva fiori: la ragazza all’improvviso vide la terra aprirsi e dal profondo apparire Ade, da tempo innamorato di lei, che la afferrò e la issò sul suo carro. Nessuno poté aiutare Persefone, piangente, la ragazza chiamava invano la madre lamentando il proprio infelice destino, che la trascinava lontano dalla luce del sole, per unirsi al re degli Inferi. Sulla terra rimase la disperazione della madre Demetra che avrebbe vagato tra gli dèi e gli uomini alla vana ricerca della figlia.”

Dall’introduzione di Giulio Guidorizzi: “Ade e Persefone rappresentano il vertice basso del mondo divino, nelle viscere della terra, come la coppia Zeus-Hera rappresenta il vertice alto tra la luce dell’Olimpo. Del resto, i due re delle ombre sono una coppia sterile, perché niente può nascere laggiù. Leggendo la loro storia siamo di fronte a simboli sacri: il legame infrangibile tra una figlia e una madre, le nozze violente che spezzano un equilibrio, il melograno, cibo misterioso; la vita, la morte, la risurrezione.”

Oltre alla narrazione del mito, il volume contiene anche approfondimenti sulla sua fortuna nel corso dei secoli, in tutte le forme artistiche: letteratura (con una ricca antologia di testi classici sul mito), pittura, teatro, cinema. Inoltre vi è una tavola genealogica, e un ricco apparato bibliografico e sitografico. Il volume su Ade e Persefone è curato da Tommaso Braccini, professore di filologia classica presso l’Università di Torino. Qui gli ultimi volumi pubblicati. Di uno dei suoi libri, Una passeggiata nell’aldilà in compagnia degli antichi (Einaudi) abbiamo già parlato in questo post.

L’intera collana di trenta volumi è a cura di Giulio Guidorizzi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012). Qui una lista di suoi volumi sul mito greco.

Il racconto del mito di Ade e Persefone.
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

Cosa facciamo noi de La Voce delle Muse
Ti piacciono i nostri post? Vuoi sostenerci con un piccolo contributo? Offrici un caffè