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Recensione a “La Figlia di Omero” di Robert Graves

Recensione a “La Figlia di Omero” di Robert Graves

Ne La figlia di Omero Graves parte dalla interessante idea (ripresa da Samuel Butler) che l’Odissea sia stata scritta da Nausicaa figlia del re degli Elimi. Graves ha composto questo libro nel 1955 dopo aver sposato la teoria di Butler che a scrivere l’Odissea sia stata in realtà una donna vissuta nella Sicilia dell’ottavo secolo avanti Cristo. Butler situa lo scenario dell’Odissea proprio in Sicilia, e avanza l’idea che la storia sia stata scritta circa 150 anni dopo che Omero ha composto l’Iliade. Una storia scritta da una donna e pensata per le donne, proprio come l’Iliade è un libro di uomini scritto da un uomo per altri uomini. La principessa Nausicaa è figlia del re Alcino e della Regina Arete e vive nel regno del padre nella Sicilia occidentale, vicino ad Erice. Suo fratello scompare dopo un litigio con la moglie, e il padre parte alla sua ricerca. Nausicaa rimane quindi sola a difendere il regno dal selvaggio gruppo di pretendenti che cercano di conquistare la sua mano e il suo regno. Le avventure e disavventure attraverso le quali deve passare Nausicaa sono chiaramente correlate con quanto Ulisse dovrà vivere nell’Odissea e i parallelismi sono molto divertenti e ben congegnati. Non li svelo per lascarvi il piacere della lettura. Forse un consiglio è di rileggere prima l’Odissea per potersi gustare tutti i rimandi e i divertissment dell’Autore.

Graves, Robert. La Figlia di Omero. 1955. Milano: Guanda, 1992.  350 pagine, 16 Euro, fuori catalogo, dovete trovarlo su una bancarella di libri usati.

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Recensione a “Il mio nome è Nessuno” di Valerio Massimo Manfredi

Recensione a “Il mio nome è Nessuno” di Valerio Massimo Manfredi

downloadUn’amante della mitologia come me non poteva lasciarsi sfuggire il romanzo “Il mio nome è Nessuno – Il ritorno” di Valerio Massimo Manfredi, uscito per Mondadori un anno dopo la prima parte di questo dittico romanzesco, intitolata “Il mio nome è Nessuno – Il giuramento”. Se nel primo volume Manfredi ripercorre le esperienze di Ulisse a partire dall’infanzia e fino alla fine della guerra di Troia, nel secondo narra invece il viaggio di ritorno del re di Itaca da Troia fino alla sua isola. Viaggio che, come noto, dura dieci anni e contempla numerose e svariate avventure. Non riassumerò la vicenda, ai più nota, ma volevo spendere alcune parole sull’esperimento di Manfredi di rinarrare il mito di Ulisse-Odisseo.

Manfredi fa quello che ogni lettore dell’Odissea (e dell’Iliade) fa nella sua testa e nel suo cuore quando si immerge davvero nei testi di Omero: costella nella sua esperienza personale gli archetipi che le due epiche contengono e fanno danzare nella psiche di chi le ascolta (o legge). Manfredi lo fa nel suo modo personale: come già in altri suoi romanzi, per dare un tocco esotico alle vicende cambia leggermente i nomi dei personaggi (Kirke invece di Circe, Odysseo invece di Odisseo, e così via) e intesse la vicenda di Ulisse con quelle di altri personaggi di suoi romanzi (Diomede, per esempio, o il destino del Palladio). E soprattutto, colma il racconto con quello che possiamo definire l’”inchiostro bianco”, vale a dire quelle parti che il lettore immagina, gli spazi vuoti tra una frase e l’altra, le frasi non dette, i sentimenti non espressi, i dubbi che restano tali nella mente dei personaggi e del lettore. Come è giusto che sia, Manfredi spiega, interpreta, aggiunge pensieri e interpretazioni e dolori espressi dalla voce in prima persona di Ulisse. A volte suggerisce interpretazioni interessanti, e si ha la percezione che l’Ulisse che parla tramite Manfredi, parli la voce del ventunesimo secolo ed esprima dubbi e paure proprie del nostro tempo. Quando questo accade la lettura si fa interessante e ricca di spunti sui quali riflettere. A volte quando invece Manfredi tenta di descrivere dubbi e problemi che immagina dei greci antichi, e lo fa usando un linguaggio che scimmiotta un po’ quello di Omero, ecco che, secondo me, la voce di Manfredi si fa meno interessante. Anche la lunga parte finale, in cui l’Autore descrive l’ultimo viaggio di Ulisse (non quello dantesco descritto nella Divina Commedia!), viaggio profetizzato da Tiresia e in cui Ulisse dovrà andare alla ricerca del perdono da parte di Poseidone, sembra più un’epica da fumetto americano con il protagonista preda di dubbi esistenziali, che un’epopea mitologica.

Se la mitologia adempie al suo scopo, parla ai lettori-ascoltatori di cose importanti per loro, nel momento in cui vengono lette e lasciate danzare nella psiche. Il compito del mito è proprio questo: rimanere vago e interpretabile per continuare a sussurrare quello che la nostra interiorità ha bisogno di sentire e di elaborare. E deve farlo in modo ricco e pieno di significati simbolici assodati e che hanno funzionato per generazioni di esseri umani. Per questo motivo, il libro di Manfredi è parziale e ci racconta UNA versione, UNA visione del ricco mondo omerico. Al lettore giudicare se vale la pena affidarsi all’interpretazione di una persona singola o se affidarsi al ricco e simbolico linguaggio di Omero, e colmare personalmente gli spazi lacunosi della vicenda, soffrendo in modo personale e per motivi diversi quando Ulisse piange ma non spiega perché. Io ho letto volentieri il libro di Manfredi, come se fosse (e lo è) una variante su di un tema conosciuto, che è l’opera di Omero in versione originale. Se però non avete mai letto l’Odissea e pensate di approcciarvi al poema che è alla base della nostra cultura e civiltà, allora il mio suggerimento è quello di cominciare dall’originale. Per esempio nella leggibilissima versione in prosa a cura di Maria Grazia Ciani ed edito da Marsilio. Buona scoperta o riscoperta delle avventure di Ulisse, l’uomo dalla mente colorata.

Andreas

Manfredi, Valerio Massimo.  Il mio nome è Nessuno – Il Ritorno.  Milano: Mondadori, 2013.
Omero.  Odissea.  A cura di Maria Grazia Ciani.  Venezia: Marsilio, 1994.
Manfredi, Valerio Massimo.  Il mio nome è Nessuno – La Promessa.  Milano: Mondadori, 2012.

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Ulisse visse nel 1178 aC?

Ulisse visse nel 1178 aC?
Ulisse e le sirene

Ulisse e le sirene (1891) di John William Waterhouse

Alcuni studiosi (americani e argentini, un astronomo e un fisico) avrebbero stabilito con esattezza la data del rientro a Itaca del prode Odisseo (o Ulisse). Sarebbe tornato a fine marzo del 1178 aC e avrebbe compiuto la strage dei Pretendenti il giorno 16 aprile 1178 avanti Cristo. Si sarebbero basati su alcune considerazioni astronomiche che Omero include nel suo poema.

Ora, forse, sappiamo qualcosa in più su quando ha scritto Omero e su quando ha pensato di collocare le avventure del poli-metis per eccellenza. Ma Ulisse continua a veleggiare nella nostra psiche, più che nella storia reale. Mi stupisco nel leggere che qualcuno cerca di situare nella realtà fisica un racconto mitologico. Ma anche mi commuovo: il prode Ulisse continua a tenere banco, ad affascinare, a parlare ai suoi figli. Più di tremila anni dopo le sue avventure.

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Riveder le Stelle

Riveder le Stelle
Lucilla Giagnoni

Lucilla Giagnoni

Andrea Della Neve, una delle Muse, ha appena pubblicato il seguente articolo-recensione. Tenetevi pronti per il Festival di Arzo, ne vale la pena! Buona lettura!

Il Festival Internazionale di Narrazione di Arzo. Da alcuni anni, quattordici, v’è un paesino di montagna che con un’umiltà non descrivibile s’è consapevolmente messo a disposizione per dare il suo tangibile contributo a una delle più importanti missioni d’ogni uomo: seminare parole, racconti. Farli passare di bocca in bocca, condividerli, viverli, farli risuonare nelle viscere affinché si tramandino nei secoli.  Non c’è via più sicura di quella orale. Non v’è carta, incisione su pietra o terabyte aleggiante nei server che tenga: quel che di più importante è arrivato dai millenni che c’hanno preceduto sino alle nostre orecchie, sino ai nostri cuori desiderosi, sono racconti tramandati da persona a persona, da padre a bambino, da vita a vita, talmente potenti da sentirsi implodere quando ingabbiati dalla scrittura. È quella potenza a farli riecheggiare oggi. Ora.

Grazie alla passione dei suoi volontari, il Festival Internazionale di Narrazione di Arzo quest’anno ci sta regalando una trilogia che fa da ponte verso il festival stesso, che ci accompagna a sciogliere i ghiacci del recente lungo inverno sino al calore dei quattro giorni “di qui e d’altrove” che vivremo dal prossimo 29 agosto (www.festivaldinarrazione.ch).

La Trilogia della spiritualità, di e con Lucilla Giagnoni. Con un lavoro di ricerca durato undic’anni, Lucilla Giagnoni ha completato tre spettacoli che si distinguono per la sintonia tra il contenuto della narrazione e i luoghi scelti per presentarla. Ecco perché il primo spettacolo, “Big Bang”, un’indagine sugli inizi e sulla creazione che intreccia il linguaggio della scienza con quello della teologia e del teatro, è stato presentato lo scorso mese d’aprile nella Chiesa dei Cappuccini a Mendrisio.

A fine maggio abbiamo avuto l’occasione di vivere il secondo appuntamento, “Vergine Madre”, nella Chiesa di San Giuseppe a Ligornetto. Su quest’ultimo ci soffermiamo.

“Vergine Madre” Dicevamo in apertura di parole incantatorie che travalicano i secoli, eternamente ripetute come le preghiere. Così è per la Commedia di Dante. Lo spettacolo rievoca il percorso di salvezza per eccellenza, dal buio degli inferi alla luce delle stelle. Con la peculiarità che a narrar quei versi è una donna, “…perché più spesso sono le donne a pronunciare, senza mediazioni, il desiderio di pace. Sheherazade si salva “raccontando”. E perché sicuramente l’anima ha una voce femminile”, dice la stessa Giagnoni. La quale, non può essere un caso, porta un nome tra i più luminosi.

“Vergine Madre” è uno spettacolo al termine del quale non si fanno i complimenti all’attrice.

La si ringrazia.

È un Grazie che sgorga spontaneo da quella parte di noi che ha l’esigenza di scoprire, conoscere, ritrovare. Quella parte che si rifiuta di “viver come bruti”.

Compito dell’artista è intuire e mostrare la via di fuga, la porta d’uscita dall’Inferno, la salvezza. Lucilla si rivela un’ottima traghettatrice per lo spettatore. Lo porterà attraverso la selva oscura ricordandogli che viaggiare non è soltanto contemplare paesaggi pittoreschi. Viaggiare è soprattutto fare incontri, incontri con persone che ti cambiano la vita. L’importante è non rimanere soli. “Guai a chi è solo, perché quando cade non ha nessuno che lo rialzi”.

Ogni pensiero espresso nello spettacolo meriterebbe un capitolo, un momento in cui ascoltarlo intimamente e scoprire come risuona dentro noi. Il viaggio allegorico di Dante ha più di 700 anni e…è attualissimo. Sin dal primo canto lascia intuire concetti di cui dobbiamo urgentemente riappropriarci: la capacità di chiedere aiuto (come fa Dante quando intravede Virgilio), l’importanza d’una guida, il riconoscimento dei limiti che anche le guide hanno e il fatto che devono avere una guida a loro volta. Nel nostro lavoro di educatori/accompagnatori, queste riflessioni riecheggiano prepotentemente.

Verso il Paradiso. “Per salire, bisogna prima scendere. Bisogna conoscere fino in fondo l’Inferno; solo chi l’ha attraversato, ce l’ha negli occhi, è tornato indietro e lo sa raccontare, può ritrovare la propria umanità”.

Dante è ai piedi del colle, ha da poco intuito la direzione da prendere per arrivare alla luce e la sua paura si quieta. Ma subito dopo una lonza, poi un leone ed una lupa gli si pareranno dinnanzi, inducendolo a rinunciare. Tre fiere, tre bestie feroci lo circondano.

L’attrice esorta una domanda: quali saranno le nostre tre fiere?

I suoi personali incontri all’Inferno sono con La Donna (Francesca, V canto), l’Uomo (Ulisse, XXVI canto), il Padre (Ugolino, XXXIII canto). Tutti all’Inferno per riconoscibili responsabilità, ed in egual modo meritevoli di pietà per la condizione di “prigionieri” patita nella vita terrena. Francesca, prigioniera di quella torre, prigioniera di un matrimonio che non voleva; soprattutto prigioniera di se stessa, dei suoi sensi. Ulisse, prigioniero di una guerra che non avrebbe voluto combattere (quella di Troia), prigioniero di donne che non avrebbe voluto amare (la Maga Circe, Calypso); prigioniero di se stesso, della propria smisurata ambizione. Infine Ugolino, prigioniero di fatto nella Torre dei Gualandi, oltre che prigioniero di se stesso, della sua sanguinaria tirannia. Da questi incontri la Giagnoni s’addentra nella complessa domanda del perché l’uomo tradisce, e azzarda una risposta: perché vuole conoscere la propria identità. Per fare questo deve separarsi dal Tutto, dalla pienezza dell’Essere; deve tradire Dio, il Tempo, il Mondo e la Natura.

Dopo aver incontrato la Donna, l’Uomo e il Padre, ecco che in Paradiso Lucilla completa il disegno di una famiglia, incontrando la Bambina (Piccarda, III canto) e la Madre (Vergine Madre, XXXIII canto). Di fronte allo stupore dantesco nella scoperta che anche il Paradiso è “diviso in cieli” e al sospetto che esistano di conseguenza livelli diversi di felicità, Piccarda ride. Sì, ride, perché in Paradiso tutti godono della Perfetta Felicità, una felicità intensissima, quella felicità che abbiamo già conosciuto…

…Per rievocarla occorre tornare bambini, piccoli piccoli, quando ci sembrava che i momenti di felicità fossero eterni, senza progetti, senza strategie, senza futuro… Felici, semplicemente perché “c’è la mamma!”, perché una sola cosa vogliono i bambini: l’Amore. E Piccarda è ancora una bambina. Una bambina che ha saputo uscire dall’Inferno, una bambina che ha saputo pregare. È a questo punto che l’attrice e drammaturga accosta a quelle di Dante le parole di Italo Calvino. La conclusione delle sue “Città Invisibili”, in cui spiega che vi sono due modi per uscire dall’Inferno. Uno facilissimo, che riesce a tutti: diventare Inferno. Adeguarsi all’Inferno fino a non riconoscerlo più e quindi non soffrirne. L’altro richiede cura e attenzioni quotidiane, ed è

“…Cercare e saper riconoscere
chi e cosa, in mezzo all’Inferno,
non è Inferno,
e farlo durare, e dargli spazio”
 

Questo per me è pregare”, dice l’attrice con gli occhi emozionati.

Ed è con una preghiera che finisce il Viaggio.

Una preghiera fatta alla figura umana più alta e più vicina a Dio.

Una figura che riscatta tutta l’umanità, che riesce, proprio perché donna, a trovare una soluzione possibile, a conciliare tutti gli opposti, a tenere insieme tutti i contrari: la Vergine Madre, figlia di suo figlio.

Una donna è Santa quando è vergine, poi è Santa quando è madre.

Lucilla suggerisce che tra queste due santità, c’è il bello della vita.

La Vergine Madre comprende anche questo. È Vita Vera, è Amore.

Quell’Amore che “…move il sole e l’altre stelle”.

(L’ultimo spettacolo della Trilogia, “Apocalisse”, aprirà la XIV edizione del Festival di narrazione giovedì 29 agosto, ore 21.30, alle cave di marmo di Arzo)

Andrea Della Neve

 

(Tratto da Semi di bene, Rivista illustrata della Svizzera italiana pubblicata dalla Fondazione OTAF, giugno 2013)

L’Eneide: il pio Enea

L’Eneide: il pio Enea
Enea, Ascanio, Venere e Didone

Enea, Ascanio, Venere e Didone

L’Eneide, in generale, mi lascia più freddo sia dell’Odissea che dell’Iliade. Perché? Forse perché è un’opera scritta da una sola mano, mentre i poemi omerici risentono di molte influenze e molte versioni, come si addice a un’opera orale che finisce su pergamena. Ma ci sono alcuni aspetti che vale la pena sottolineare lo stesso, nell’Eneide. Intanto il protagonista , il pio Enea, compie un viaggio che in qualche modo sembra speculare a quello di Ulisse. Enea parte da una terra in distruzione – Troia – e si avventura per mare per cercare una nuova sistemazione per lui, la sua gente e le insegne della sua civiltà. Lascia la guerra per cercare la pace. Ulisse, al contrario, lascia la pace per cercare la guerra quando parte da Itaca e si imbarca per Troia e tutta la sua storia parla di un tentato ritorno alla sua amata isola, alla sua casa. Seconda specularità: Enea parte “pio” (che qui sta per “colui che esegue quello che gli dèi comandano, colui che accetta con pazienza infinita quello che i fati gli impongono”) e termina sanguinario nelle battaglie del Lazio (dove sgozza chi implora pietà, compie sacrifici umani di giovinetti catturati e dimentica benevolenza e ragione); Ulisse riparte sanguinario da Troia (distrugge e razzia alcune città sulle coste mediterranee) e pian piano riconquista sudatamente la sua umanità grazie alla sofferenza. Enea non mi sembra crescere nel suo viaggio, le sue parti nobili, la sua sofferenza, la sua storia non riescono a coinvolgere e a commuovere… La scena per me più coinvolgente è quando i troiani approdano sull’isola dei Ciclopi e vi trovano un greco dimenticato da Ulisse durante la sua fuga. L’uomo, appena capisce che ha di fronte Enea, principe troiano, si dice contento di poter morire per mano di esseri umani come lui piuttosto che divorato dai mostri con un occhio solo. I troiani, turbati e commossi per la tragedia del marinaio-guerriero, non lo uccidono e lo imbarcano con loro. Del marinaio di Ulisse non si parlerà più, ma mi piace pensare che anche lui sbarcherà nel Lazio e concorrerà alla creazione della nuova stirpe che fonderà Roma. I troiani sanno leggere il dolore del nemico e capiscono che è identico al loro. Per questo perdonano e accettano. E questo me li rende simpatici e vicini al cuore! Di Venere e Giunone e degli déi in generale, di Didone e della sua tragedia, di Turno e dei suoi guerrieri, dei giovinetti che muoiono nelle battaglie cruentissime parlerò nei prossimi interventi. Per ora, buona lettura (o rilettura) dell’Eneide: spero che queste poche righe vi abbiano fatto venir voglia di riprenderla in mano! Diciamo la verità: ne vale proprio la pena!

Andreas Barella (2008)

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