RECENSIONE: L’Odissea di Christopher Nolan

Il ritorno a Itaca: Christopher Nolan e il viaggio dell’anima nell’archetipo dell’Odissea
Ci sono racconti che appartengono alla storia della letteratura e racconti che appartengono alla struttura profonda della psiche umana. L’Odissea appartiene a entrambe le categorie. Non è soltanto il poema di un uomo che cerca di tornare a casa dopo una guerra: è la rappresentazione universale di una coscienza che, dopo aver attraversato il caos del mondo, tenta di ritrovare il proprio centro.
Quando un regista come Christopher Nolan si confronta con questo materiale, il punto non può essere semplicemente la fedeltà narrativa al testo omerico. La vera domanda è un’altra: che cosa significa oggi tornare a Itaca? Che cosa resta dell’uomo dopo avere attraversato il trauma, la perdita, la violenza e la dissoluzione delle proprie certezze?
L’eroe contemporaneo non è più colui che conquista un territorio esterno. È colui che deve riconquistare una dimensione interiore perduta. In questo senso l’Odissea è, prima ancora che un viaggio geografico, una cartografia dell’anima.
Carl Gustav Jung avrebbe riconosciuto nella struttura del mito omerico una rappresentazione del processo di individuazione: il lungo cammino attraverso cui l’Io, dopo essersi separato dalle proprie origini, entra in rapporto con le parti rimosse della psiche e giunge a una forma più ampia di integrazione. L’eroe non ritorna semplicemente al punto da cui è partito. Torna trasformato. Ed è proprio questa la natura più profonda di ogni vero viaggio mitico: non si torna mai davvero nello stesso luogo, perché nel frattempo è cambiato colui che ritorna.

Ulisse: l’uomo diviso tra astuzia e ferita
La figura di Ulisse è forse l’archetipo più complesso dell’eroe occidentale. Non è Achille, l’eroe della forza pura. Non è Ercole, l’eroe della potenza fisica. Ulisse è l’uomo dalla mente colorata, dell’adattamento, della strategia: un uomo che vede gli dèi da lontano e li teme, non un figlio di Zeus o di una ninfa del mare. Le sue origini sono tutte terrene, e sa che dovrà soffrire e lottare contro forze soverchianti per poter sopravvivere. E che potrà basarsi essenzialmente solo sulle sue capacità umane e fallaci (e su qualche aiuto di Atena, diciamolo…).
Ma questa qualità contiene anche una ferita. L’intelligenza che permette all’uomo di sopravvivere può diventare anche la sua prigione. L’uomo che pensa sempre un passo avanti rischia di perdere il contatto con il presente. L’uomo che domina ogni situazione attraverso il controllo può scoprire, prima o poi, che esistono territori interiori nei quali il controllo non serve. Questo è il dramma dell’eroe moderno: non deve soltanto vincere il mondo, deve imparare ad abitare se stesso.
L’Ulisse archetipico disegnato da Nolan è colui che ha conosciuto l’orrore e porta dentro di sé il peso di ciò che ha visto (e fatto). Il viaggio dopo Troia non è una semplice avventura: è il lungo processo di elaborazione del trauma. La guerra distrugge il nemico, ma distrugge anche chi la combatte. L’eroe torna con una domanda che nessuna vittoria esterna può risolvere: “Chi sono diventato dopo tutto questo?” Questa domanda è il vero cuore psicologico dell’Odissea.

Il mare: il grande inconscio
Nella simbologia universale, il mare rappresenta spesso l’inconscio. È l’immenso spazio oscuro da cui emergono creature sconosciute, paure primordiali, desideri nascosti e forze che l’Io non riesce completamente a governare. La nave di Ulisse è allora una fragile struttura dell’identità cosciente che attraversa il territorio instabile della psiche. Il mare non è soltanto un ostacolo esterno. È il luogo dove l’uomo incontra ciò che ha rimosso. Jung avrebbe detto che nessun individuo può diventare veramente se stesso senza confrontarsi con l’Ombra: quella parte della personalità che contiene ciò che non vogliamo riconoscere di noi stessi. Il viaggio dell’eroe è dunque un viaggio verso ciò che è stato escluso. (Vi ricordo il volume “Il Viaggio dell’Eroe” di Paul Rebillot che vi permette di esplorare la VOSTRA personale e particolare Odissea psichica: maggiori dettagli qui).
I mostri dell’Odissea non sono soltanto creature fantastiche. Sono immagini psichiche. Sono parti dell’anima che assumono forme mitologiche perché il linguaggio del profondo non parla attraverso concetti razionali, ma attraverso simboli.

Polifemo: l’incontro con la forza cieca
Polifemo è forse una delle immagini archetipiche più potenti dell’intero poema. Il ciclope rappresenta una coscienza deformata: enorme, potente, ma priva di profondità. Ha un solo occhio. Simbolicamente, questa è un’immagine straordinaria: vedere con un solo occhio significa vedere soltanto una parte della realtà. È la coscienza dominata dall’istinto, dalla certezza assoluta, dall’incapacità di riconoscere l’altro. Polifemo è ciò che accade quando la forza non viene accompagnata dalla consapevolezza. Ma il confronto con il ciclope insegna qualcosa anche a Ulisse: l’intelligenza non deve servire soltanto a dominare, ma a comprendere. Peccato che Nolan abbia rinunciato al famoso e fiabesco inganno del “Nessuno”, perché lì Ulisse deve rinunciare temporaneamente alla propria identità, e riesce a farlo solo per poco tempo: mentre fugge sulla nave con i compagni scampati non resiste e urla a Polifemo chi è e cosa ha fatto. Ma prima ha dovuto diventare nessuno. Ogni trasformazione interiore richiede una morte simbolica dell’ego. L’uomo non può rinascere se continua ad aggrapparsi alla vecchia immagine di sé.

Circe e Calipso: le tentazioni dell’anima
Le figure femminili dell’Odissea sono spesso state interpretate superficialmente come semplici ostacoli erotici. Una lettura psicologica più profonda mostra invece che rappresentano forze fondamentali dell’inconscio. Circe è l’archetipo della trasformazione. È colei che mostra a Ulisse che l’uomo può perdere la propria forma e diventare altro. Il suo regno è ambiguo: può essere una prigione, ma anche un luogo di conoscenza. L’incontro con Circe ricorda che ogni crisi contiene una possibilità evolutiva. La regressione può diventare trasformazione se l’Io riesce a integrarla.
Calipso invece rappresenta un’altra tentazione: quella della sospensione. La ninfa offre a Ulisse una condizione quasi divina: restare fuori dal tempo, sottrarsi alla sofferenza, evitare il ritorno. Ma una vita senza trasformazione diventa immobilità. La psicologia del profondo insegna che ciò che non evolve si atrofizza. Anche il paradiso può diventare una prigione quando impedisce il compimento del destino personale. Ulisse deve scegliere l’imperfezione umana contro l’immortalità. Deve scegliere il dolore del divenire. E la sua scelta ricorda un po’ quella di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre: decide di andare, di trasformarsi, di evolvere.

Le Sirene: il fascino della dissoluzione
Le Sirene rappresentano uno degli archetipi più moderni dell’Odissea. Il loro canto promette conoscenza totale. Promette di sapere tutto, ma proprio per questo è distruttivo. La tentazione delle Sirene è la tentazione di una coscienza che vuole possedere ogni cosa senza più accettare il mistero. L’uomo moderno vive continuamente questa attrazione: la ricerca di informazioni infinite, la volontà di anticipare ogni evento, l’illusione che conoscere significhi controllare. Ma la conoscenza assoluta può diventare una forma di perdita dell’anima. Ulisse sopravvive perché ascolta senza abbandonarsi. È una delle grandi lezioni simboliche del mito: non dobbiamo eliminare il desiderio, dobbiamo imparare a stare davanti al desiderio senza esserne divorati. La scena delle sirene, è la mia preferita del film di Nolan: l’espediente di non farne udire il canto agli spettatori è prima fastidioso (“Ma come… anche io voglio sentire cosa cantano… anche io sono come Ulisse e non come gli stolti marinai”) ma poi si rivela scelta azzeccata: impossibile rappresentare in modo soddisfacente il contenuto della musica e delle parole delle sirene.

Penelope: il centro immobile
Se Ulisse rappresenta il movimento, Penelope rappresenta il centro. La cultura occidentale ha spesso interpretato l’eroe come colui che parte, combatte e conquista. Ma l’Odissea contiene un messaggio più sottile: il viaggio dell’eroe è possibile perché esiste qualcosa che rimane. Penelope è l’archetipo del principio ordinatore. È la memoria della casa. È ciò che conserva un’identità quando tutto il resto viene disperso. Da un punto di vista psicologico, Penelope rappresenta quel nucleo interiore che Jung chiamerebbe il Sé: il centro regolatore della psiche, più profondo dell’Io. L’Io viaggia. Il Sé attende. L’Io attraversa la tempesta. Il Sé mantiene la direzione. Senza Itaca non esisterebbe il viaggio.

Il ritorno: la vera prova dell’eroe
Molti miti terminano con la conquista. L’Odissea termina con il ritorno. Ed è una differenza fondamentale. Il ritorno è più difficile della partenza. Partire significa abbandonare ciò che conosciamo. Tornare significa confrontarci con ciò che abbiamo lasciato. Dopo essere cambiato, l’eroe deve scoprire se il mondo che lo attende può ancora riconoscerlo. La vera domanda non è: “Riuscirà Ulisse a tornare?” La vera domanda è: “Chi tornerà al posto dell’uomo che è partito?”
Questa è la domanda che rende l’Odissea eterna. Ogni essere umano attraversa, in forme diverse, una propria guerra di Troia. Ogni individuo perde qualcosa nel percorso verso l’età adulta. Ogni persona deve attraversare mari interiori popolati da paure, desideri e illusioni. Il viaggio non consiste nel tornare indietro. Consiste nel recuperare una parte di sé che era andata perduta.

Nolan e il mito dell’uomo contemporaneo
La forza dell’Odissea come materiale narrativo sta proprio nella sua capacità di parlare al presente. L’uomo contemporaneo non è meno smarrito dell’uomo antico. Ha strumenti più sofisticati, ma le stesse domande fondamentali. Chi sono? Che cosa resta di me dopo le perdite? Qual è la mia casa interiore? Quale parte di me devo lasciare morire per poter rinascere? Il cinema di Nolan ha spesso esplorato il rapporto tra memoria, identità e tempo. L’Odissea rappresenta forse il punto mitologico più radicale di questa ricerca: un uomo che attraversa il tempo non per dominarlo, ma per riconciliarsi con esso. Il viaggio di Ulisse non è quindi un ritorno al passato. È un incontro con una versione più completa di sé. Perché forse Itaca non è un luogo. Forse Itaca è quello spazio interiore nel quale finalmente smettiamo di fuggire. E comprendiamo che il viaggio più lungo non è quello attraverso il mare. È quello che conduce verso casa dentro di noi.

PS: ho scritto e curato due volumi sul mito di Telegono, il figlio di Ulisse e della Maga Circe. Tutti i dettagli li trovate qui.

Andreas Barella

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