Category Archives: Robert Graves

Il mito di Antigone

Il mito di Antigone

Il racconto del mito di Antigone è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 10: Antigone – La ragione di Stato.

Sorella di Ismene, Eteocle e Polinice, era nata come loro dall’unione incestuosa tra Edipo e la madre di questi, Giocasta. Accompagnò suo padre debole e cieco nella miseria del lungo pellegrinaggio con cui cercava di espiare i suoi delitti e rimase con lui finché non scomparve nel bosco di Colono. Allora tornò a Tebe, su cui regnava suo zio Creonte. Qui le toccò di assistere al sanguinoso conflitto tra i suoi due fratelli: Eteocle, che difendeva la città, e Polinice, che l’assaliva, aiutato dai suoi amici. I due fratelli si uccisero reciprocamente. Creonte ordinò che Eteocle fosse sepolto con ogni onore, e Polinice, l’aggressore, rimanesse insepolto. Antigone non volle ubbidire a questo decreto, che andava contro le leggi della religione e della pietà; cosparse allora il corpo del fratello con una simbolica manciata di polvere. Creonte quindi la murò viva. Ne seguì la rovina di tutto il casato: Antigone si impiccò; il figlio di Creonte, Emone, suo promesso sposo, si uccise; la madre di Emone non resse al dolore e morì. A Creonte, responsabile di questo massacro, non rimase che suicidarsi.

Antigone è anche il personaggio principale della tragedia Antigone di Sofocle, rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C. Ecco la trama dell’opera di Sofocle. All’indomani della reciproca morte di Eteocle e Polinice il nuovo re di Tebe, Creonte, ha ordinato che il primo, difensore della città, sia onorato della sepoltura; invece il corpo di Polinice sia abbandonato agli animali da preda. Antigone, loro sorella, trasgredisce l’ordine del re, pur sapendo che ciò potrebbe comportarle la morte, e onora della sepoltura il fratello. Arrestata, non mostra pentimento del proprio gesto, anzi si oppone fieramente a Creonte e al suo empio bando, per cui viene condannata a morte. Inutilmente Emone, figlio di Creonte e promesso sposo della fanciulla, tenta di far recedere il padre da quanto stabilito nel suo editto. Altrettanto vano risulta un analogo intervento del vate Tiresia. Infine, il coro riesce a far breccia nell’animo del re, ma troppo tardi. Infatti, egli si reca nella caverna dove la ragazza è rinchiusa e trova che ha anticipato la morte per fame, impiccandosi. Emone, folle di rabbia, tenta il parricidio, ma poi si suicida sul cadavere della promessa sposa Euridice, consorte del re, prostrata dal dolore, si uccide anch’essa.

L’Antigone pone in primo piano il contrasto tra Antigone e Creonte, tra legge naturale e legge umana, tra re e suddito, fra potere politico e cittadino, tra famiglia e stato. Le usanze tradizionali permettevano la sepoltura anche dei traditori, purché avvenisse fuori dalla città. Creonte si era, perciò, spinto oltre il limite della pena prescritta; tuttavia era nel potere del re emanare editti che implicassero l’obbligo di obbedienza da parte di tutti. L’atto di Creonte è un atto di tracotanza nei confronti degli dèi, rappresentati dall’indovino Tiresia, loro interprete, insultato dal sovrano come prezzolato e bugiardo. E una società fondata sul diritto, qual era il pubblico dell’Antigone, non poteva non giudicare l’atto di Creonte come una barbarie. Il comportamento di Antigone, che decide di violare le leggi umane in nome delle leggi del sangue, più antiche e sacre di quelle scritte, mette in discussione l’autorità di Creonte. Antigone è un personaggio dalla grande forza d’animo, che deriva dalla sua stessa esperienza di vita: Antigone appare, nell’antefatto del dramma, l’unico personaggio con il coraggio e la forza di accompagnarsi, fra umiliazioni e patimenti di ogni tipo, all’individuo più turpemente peccaminoso che avesse mai visto la luce del sole, eppure a lei padre e fratello, Edipo. Antigone ha visto morire i suoi fratelli, sua unica speranza. Per questi motivi non riesce a condividire i timori della sorella Ismene, né ad accettare le regole di un mondo fatto dagli uomini, l’Antigone «nata per condividere non l’odio, ma l’amore», l’Antigone che ritiene la morte solo un guadagno. Creonte necessita di punire la nipote Antigone, non può accettare la ribellione da parte dei suoi stessi familiari, perché ne va della sua credibilità di re e della sua inflessibilità in fatto di giustizia. Quella di Creonte è la ragion di stato dei sofisti, mirante esclusivamente all’utile – che Protagora individua come criterio di scelta. Una politica, quella di Creonte nell’Antigone, che Sofocle condanna e dà come perdente: sarà, infatti, Creonte lo sconfitto. Così, in ultima analisi, se si può affermare che Antigone sia un personaggio che rivela un certo sperimentalismo, Creonte, il cui nome in greco significa potentesignore, rimane simbolo di arroganza e strapotere.

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Recensione a “La Dea Bianca” di Robert Graves

Recensione a “La Dea Bianca” di Robert Graves

Eccomi qua a recensire La Dea Bianca, il libro più complesso e discusso di Robert Graves. Comincio con il dire che questo libro NON si legge per avere un resoconto storico: meglio leggerlo come un’opera di fiction, come un tentativo di dare ordine e ispirazione al lettore nell’ambito della mitopoietica. Cosa si intende con mitopoiesi? Si intende la capacità di utilizzare l’attività spirituale creatrice dei miti, che già Platone considerava più particolarmente propria dei poeti, distinguendola dall’attività più specificamente teoretica, generatrice di verità e di conoscenza, propria dei filosofi. In altre parole Graves crea una visione mitologica di una realtà che non sappiamo se è vera storicamente ma che crea un universo affascinante e ricco di significato psichico. Un po’ come il mondo del Signore degli Anelli: non è reale ma “suona bene” e ci si può identificare e le idee contenute nel testo possono divenire parte del nostro modo di leggere il mondo e la nostra vita.

Dal punto di vista mitopoietico, Graves è un genio e un sopraffino poeta: la sua inventiva e ispirazione sono davvero ricche. Il suo fine è quello di trovare dei fili conduttori che leghino assieme la tradizione ebraica con quella greca, con quella celtica e con una miriade di civiltà più antiche di cui abbiamo soltanto degli accenni e dei frammenti di testi. Insomma, mettersi alla lettura di questo volume è una bella sfida e si ha sempre l’impressione di non saperne abbastanza. Graves prende spunto da un poema medievale gallese, la “Battaglia degli alberi” in cui ogni albero ha un particolare significato e nasconde un particolare segreto celato dal druido-poeta che ha esteso il testo. Tutti i segreti hanno a che fare con una antica religione matriarcale celtica che il poeta ha occultato per farla sopravvivere alla censura della chiesa cattolica. La chiave di lettura è data da un linguaggio segreto dei segni chiamato Ogham nel quale ogni albero rappresenta un simbolo, un significato, un suono, una serie di storie mitologiche e così via. Molto complesso, torno a dire! E molto denso di rimandi ad altri testi, tradizioni, mitologie. Il rischio, durante la lettura è quello di perdersi. Nonostante le difficoltà, i percorsi labirintici che segue l’Autore, il materiale complesso e ricchissimo, e anche una prosa a tratti oscura, le sue conclusioni e l’unione dell’alfabeto degli alberi con il calendario annuale con le stazioni del sole e della luna è affascinante e suona giusto per una strutturazione psichica dello scorrere del tempo e convince come possibile (non sicuro: possibile!) metodo per creare significato nei tempi remoti della nostra evoluzione e fornisce spiegazioni valide e plausibili per gli antichi rituali legati al passare delle stagioni.

Il tema centrale del libro è, come in altre opere di Graves a cominciare da I Miti Greci, la decadenza di una società matriarcale primitiva, che venera una divinità femminile unica e trina: la Dea Bianca o Triplice Dea. Civiltà decaduta a causa dell’avvento di popoli guerrieri nomadi (achei, semiti, accadi, ecc.). E questa divinità femminile si trasforma, poco alla volta, nell’immagine primordiale della Musa (e a noi che ci chiamiamo La Voce delle Muse, questo piace assai!!) e nel suo linguaggio che si è distillato ed è passato dalla pietra, agli indovinelli per giungere nel luogo principe del mistero: la poesia. Alcune domande a cui troverete la risposta durante la lettura de La Dea Bianca: chi è e quanti nomi possiede la Dea? Perché il dio dell’Antico Testamento ha creato prima gli alberi e le erbe e solo dopo il sole, la luna e le stelle? Quale segreto è nascosto nel nodo gordiano? Quando arrivarono in Britannia 50 Danaidi e perché? Oltre a mille altri quesiti meno noti e legati alla tradizione nord-europea.

Un libro consigliato a lettori pazienti, che conoscono già o sono affascinati dalla mitologia (qualsiasi mitologia va bene: nel libro le trovate tutte!), e che sono alla ricerca di perle preziose che danno ispirazione all’immaginazione mitologica e poetica. Non portate la bussola, durante la lettura: lasciatevi guidare dalla mano di Graves in un universo ricco e labirintico. E non preoccupatevi se non capite tutto: penso che al mondo non esista persona che possa affermare di essere in chiaro alla fine della lettura! Ma vi posso garantire che sarete felici di averlo letto e tornerete di tanto in tanto a sfogliarlo. Si tratta del libro di un Autore che crede che la letteratura e la poesia siano prima di tutto MAGIA! E che il suono delle parole crei un significato e una realtà separata da quella che vediamo con gli occhi. BUONA LETTURA, BUON MITO! (Andreas Barella)

Graves, Robert.  1948.  La Dea Bianca.  Milano, Adelphi, 1992. 596 pagine, 20 Euro.

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Recensione a “Belisario” di Robert Graves

Recensione a “Belisario” di Robert Graves

Comincio col dire che tra tutti i libri di Graves che ho letto (e che trovate recensiti qua sul sito, vedi sotto per il link) Belisario è il più lento e quello che presenta più resistenza alla lettura. Per cui, se non avete mai letto nulla di Graves NON ve lo consiglio come prima opera. Il periodo storico descritto, il VI° secolo dopo Cristo, e i luoghi, la Costantinopoli di Giustiniano, la frontiera persiana, la Libia e una desolata Italia che ormai è lontana dai fasti anche del romano impero d’occidente, non è delle più accattivanti. Dopo un centinaio di pagine in cui Graves cerca di introdurci nelle diatribe religiose del periodo storico, diatribe del tipo se la persona di Cristo fosse solo divina o assieme umana e divina, ecco che la storia comincia a divenire appassionante, ricca di descrizione di battaglie e di strategie militari e di personaggi affascinanti. Belisario è un generale di Giustiniano e Robert Graves ci narra la sua vita attingendo, da quel maestro che è, alle fonti storiche classiche: Livio, Tucidide, Erodoto, Senofonte e anche alla sua fantasia e alla sua arte narrativa. Tanto che, se non si sono lette le opere degli storici antichi è davvero impossibile capire cosa sia vero e cosa sia inventato. Ma poco importa, a dire la verità, questo è un romanzo storico dove storia e romanzo si mischiano affrescando una vita straordinaria senza lasciare lacune. Belisario è l’ultimo generale fedele all’impero romano (d’oriente). È un cristiano ortodosso ma ha un’ammirevole tolleranza per gli altri credi religiosi e per le altre “sette” cristiane. Soprattutto, però, Belisario è un genio nell’ambito della tecnica militare. Il libro narra dei suoi successi in Persia, a Cartagine e nella campagna d’Italia e lo fa dilungandosi nel descrivere il rapporto con i soldati, sia i propri che quelli nemici, e nel descrivere un codice d’onore che commuove per la sua linearità e coerenza.

La voce narrante del libro è quella di Eugenio, uno schiavo eunuco al servizio di Antonina, che all’inizio del volume è una cortigiana e prostituta amica di Teodora (anche lei prostituta, ma che diverrà la moglie di Giustiniano e quindi il vero potere occulto dell’impero romano d’oriente). Antonina diverrà la moglie di Belisario e lo seguirà in tutte le sue campagne militari. I successi militari di Belisario si intrecciano con gli intrighi di palazzo e con la descrizione di luoghi e di avvenimenti storici poco noti ai più: un affresco notevole di un periodo storico buio e decadente ma ricco di fascino. Senza voler svelare troppo della trama devo però mettervi sull’attenti: Belisario cadrà vittima delle gelosie degli altri generali e dell’imperatore stesso che preferisce contornarsi di adulatori incompetenti e traditori piuttosto che riconoscere il valore del suo più fedele generale. La fine del romanzo, vi confesso, mi ha riempito di rabbia e di frustrazione, anche se il personaggio di Belisario ne esce quasi beatificato e si trasforma in un monumento alla “povertà e alla pazienza” come scritto sulla ciotola per elemosine di cui Belisario entra in possesso.

La storia di Belisario è un balsamo di coerenza e di semplicità, sia nelle azioni che nei sentimenti, e il personaggio Belisario rimane proprio per questo sempre un pochino misterioso. Il generale che Graves ci consegna è un esempio di saldezza nella burrasca della vita e della politica e vi confesso che farò tesoro della sua pazienza e del suo modo di reagire alle avversità della vita. Una lettura consigliata per gli amanti del romanzo storico. (Andreas Barella)

Graves, Robert.  1938.  Belisario.  Milano, Longanesi, 2017. 488 pagine, 22 Euro.

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Recensione a “Io, Gesù” di Robert Graves

Recensione a “Io, Gesù” di Robert Graves

Robert Graves in questo romanzo parte da un punto di vista provocatorio, e che per dei credenti potrebbe addirittura suonare come blasfemo o per lo meno offensivo. Gesù, in questo romanzo, non sarebbe figlio della Vergine Maria, concepito nel suo seno dallo Spirito Santo, ma il figlio mortale di Maria e di Antipatro, il figlio maggiore di Re Erode il Grande (esatto… quello della strage degli innocenti). Sempre pronto a giustiziare chi crede potrebbe diventare un pericolo per la sua corona, Erode, uccide persino suo figlio, poco prima di morire anche lui. In questo modo Gesù sarebbe il legittimo erede al trono di Giudea. Inoltre la discendenza di Maria, che si fa risalire al Re Davide, rafforza nella storia di Graves, la posizione di Gesù come Messia e re della Giudea.

Gesù, nel romanzo, naturalmente non sa nulla di queste storie e cresce pensando di essere il figlio del falegname Giuseppe. Molto presto il ragazzo scopre di essere un abile oratore, e diventa un uomo acculturato e addentro le Divine Scritture, un oratore carismatico, un profeta. In molti modi (non li svelo per non rovinare la sorpresa) incarna le diverse profezie sulla venuta del Messia, ma Graves si guarda bene dal confermare o negare il fatto che Gesù è effettivamente il Figlio di Dio. Il suo Gesù è una persona che crede fermamente di dover incarnare queste profezie, e lo fa con tutti i mezzi.

Tutta la parte dell’arresto, del processo, il ruolo di Giuda, di Ponzio Pilato risentono della straordinaria conoscenza di Graves delle vicende dell’impero romano in quel periodo (vi rimando alla lettura di “Io, Claudio”, trovate qua la recensione) e si dipanano tra tradimenti, intrecci e supposizioni politiche.

Graves si lascia trasportare dalla sua magnifica fantasia e inventa che Maria Maddalena sia una sacerdotessa dell’antico culto della Dea Madre. È questo naturalmente il collegamento con le teorie tante care all’Autore sul culto della Dea Madre e sui parallelismi tra Giudaismo, grecità, religione egizia, e altre mitologie sumerico-babilonesi. A qualche lettore questi parallelismi potranno sembrare un po’ tirati per i capelli, ma sono ben congegnati e costruiti basandosi su tradizioni accertabili e accertate dall’Autore (così afferma Graves nel suo “Commentario storico” finale).

Come ogni opera che tratta delle origini e della storia di Gesù, romanzo o meno, il libro è stato oggetto di polemica e critiche feroci. Al lettore l’ardua sentenza: a me è piaciuto e l’ho letto volentieri, ma confesso che non è il mio romanzo preferito di Robert Graves.

Andreas Barella

Graves, Robert.  1946.  Io, Gesù.  Milano: Longanesi, 2015.  544 pagine,  22 Euro

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Recensione a “Io, Claudio” e a “Il Divo Claudio” di Robert Graves

Recensione a “Io, Claudio” e a “Il Divo Claudio” di Robert Graves

Dalla copertina del volume: <<“Mi accingo a scrivere della mia vita; a partire dalla mia prima fanciullezza via via anno per anno fino a quella svolta fatale in cui, circa otto anni fa, mi trovai subitamente impegolato in una crisi che chiamerò ‘aurea’ e dalla quale non ho mai potuto districarmi.” Zio di Caligola, marito dell’infedele Messalina, padre adottivo e vittima di Nerone, l’imperatore Claudio inizia il racconto della sua vita, scritto proprio di suo pugno, e non affidato, com’era costume a quei tempi, a un oscuro segretario o a un annalista adulatore. Immaginaria autobiografia del grande imperatore, Io, Claudio rievoca i fasti, i costumi e la potenza della Roma imperiale, ma anche gli episodi grotteschi e le tragiche avventure di colui che, tra i dodici Cesari, ebbe la vita più movimentata. Primo “generalissimo” dell’impero, seguiremo Claudio nell’instaurazione della dominazione permanente della Britannia, nei palazzi dei deserti libici, per le strade di Roma, negli accampamenti dei Balcani, addirittura ad Antiochia in una casa infestata dagli spiriti.>>

Il romanzo di Graves è un’opera di fantasia anche se l’Autore afferma di aver attinto ai vari autori classici (Svetonio in primis) per lo sviluppo della trama. Il romanzo narra appunto le vicende di Claudio, dalla nascita alla sua elevazione, casuale e fortuita, al soglio imperiale. Il punto di vista del narratore è quello autobiografico dello stesso Claudio, che personaggio secondario della corte imperiale ne narra le gesta dal punto di vista di un ragazzo e uomo intelligente che viene considerato un idiota e uno storpio dai vari imperatori e membri della corte con cui entra in contatto. Nella narrazione impareremo a conoscere dal punto di vista personale personaggi quali Cesare Augusto con Livia Drusilla che è vista come un’oscura manipolatrice, l’imperatore Tiberio e il folle Caligola.

Molto azzeccata secondo me, l’idea di descrivere i fatti strani dal punto di vista magico e divino: spesso Claudio giustifica situazioni e comportamenti associandoli a influssi magici o dovuti all’intervento di qualche divinità e questo nonostante in altre occasioni si mostri scientifico e non incline alle spiegazioni “religiose” di fatti naturali o fatali. Questo miscuglio di visioni suona come realmente romano, anche se affermo così senza nessuna cognizione di causa. L’impressione è però quella di una complessità di visione tipica di un’epoca a noi sconosciuta e lontana.

Da segnalare le 13 puntate (io le ho viste in inglese, non so se esistono in italiano) dello sceneggiato “I, Claudius” prodotto negli anni 70 dalla BBC. Graves ha poi scritto un seguito al romanzo, Il Divo Claudio, che narra del regno di Claudio come imperatore e che termina con la sua morte. Una lettura consigliata a chi ha voglia di immergersi in un mondo lontano ma che presenta trame politiche degne di House of Cards.

Graves, Robert. Io, Claudio. 1934. Milano: Corbaccio, 1995. 400 pagine, 19,60 Euro

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