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Estratti dal mito di Er (Platone, Repubblica)

Estratti dal mito di Er (Platone, Repubblica)

Lunedì 28 maggio 2018 Andreas Barella de La Voce delle Muse è stato ospite di “Appesi alla Luna”, programma radiofonico di Rete Uno della RSI (Radio Svizzera Italiana). La trasmissione trattava del talento, di come possiamo svilupparlo e se si tratta di qualcosa di innato in ognuno di noi. Per illustrare il suo punto di vista, Andreas ha scelto, tra gli altri testi, questo estratto dalla Repubblica di Platone. Il testo è rimaneggiato e accorciato per essere letto in trasmissione. Se volete leggere la versione completa del dialogo e di questo mito, la trovate facilmente online. Qui potete ascoltare la trasmissione

Disse Socrate: «Tuttavia, ti racconterò di un uomo valoroso, ti parlerò di Er figlio di Armenio. Costui era morto in guerra e quando, al decimo giorno, si portarono via dal campo i cadaveri, fu raccolto intatto e ricondotto a casa per essere sepolto: al dodicesimo giorno, quando si trovava già disteso sulla pira, ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, si mise in viaggio assieme a molte altre, finché giunsero a un luogo meraviglioso nel quale si aprivano due voragini contigue nel terreno e altre due, corrispondenti alle prime, in alto nel cielo. In mezzo ad esse stavano seduti dei giudici, i quali dopo aver pronunciato la loro sentenza, ordinavano ai giusti di prendere la strada a destra che saliva verso il cielo, con un contrassegno della sentenza attaccato sul petto, agli ingiusti di prendere la strada a sinistra che scendeva verso il basso, anch’essi con un contrassegno sulla schiena dove erano indicate tutte le colpe che avevano commesso».
Giunto il suo turno, i giudici dissero a Er che avrebbe dovuto riferire agli uomini ciò che accadeva laggiù e gli ordinarono di ascoltare e osservare ogni cosa di quel luogo. Cosi vide le anime che, dopo essere state giudicate, partivano verso una delle due voragini del cielo o della terra: dall’ altra voragine della terra risalivano anime piene di lordura e di polvere, dall’altra posta nel cielo scendevano anime pure.

Quelle che via via arrivavano sembravano reduci come da un lungo viaggio: liete di essere giunte a quel prato, vi si accampavano come in un’adunanza festiva. Le anime che si conoscevano si abbracciavano e quelle provenienti dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste, e viceversa nello scambiarsi i racconti delle proprie vicende le une gemevano e piangevano, al ricordo di quante e quali sofferenze avevano patito e visto durante il viaggio sottoterra (un viaggio di mille anni), mentre quelle provenienti dal cielo riferivano le visioni di beatitudine e di straordinaria bellezza che avevano contemplato. Ma per farne un resoconto minuzioso ci vorrebbe troppo tempo. Comunque: tutti i gruppi di anime, dopo aver trascorso sette giorni nel prato, all’ottavo dovevano alzarsi e partire da lì, per giungere in un luogo da dove scorgevano, distesa dall’alto lungo tutto il cielo e la terra, una luce diritta come una colonna, molto simile all’arcobaleno, ma più splendente e più pura.

In quel luogo un araldo disse: “Anime effimere, ecco l’inizio di un altro ciclo di vita mortale. Non sarà il destino a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro destino. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole».

Quindi l’araldo depose a terra davanti a loro i modelli di vita, in numero molto maggiore delle anime presenti. Ce n’erano d’ogni tipo: tutte le vite degli animali e degli uomini. Tra esse c’erano delle tirannidi, alcune perfette, altre rovinate a mezzo e finite in miseria, esilio e povertà; c’erano poi vite di uomini illustri, gli uni per l’aspetto, la bellezza e il vigore fisico in ogni campo, in particolare in quello agonistico, gli altri per nobiltà di stirpe e virtù degli antenati, ma c’erano anche vite di uomini oscuri per le stesse ragioni, e la cosa valeva anche per le donne. Le anime non erano disposte in un ordine gerarchico, perché un’anima diventava necessariamente diversa a seconda della vita che aveva scelto; per il resto i modelli di vita erano mescolati tra loro: gli uni erano uniti alla ricchezza, gli altri alla povertà, gli uni alla malattia, gli altri alla salute, altri ancora si trovavano in uno stato intermedio tra questi estremi.

Er disse che valeva la pena di vedere lo spettacolo delle singole anime intente a scegliere la propria vita. Quando ormai era scesa la sera, si accamparono presso il fiume Lete, la cui acqua non può essere contenuta in nessun vaso. Poi tutte furono costrette a bere una certa quantità di quell’acqua, e chi via via beveva si dimenticava ogni cosa. Dopo che si furono addormentate, nel cuore della notte scoppiò un tuono e un terremoto, e all’improvviso esse si levarono da lì per correre chi in una, chi in un’altra direzione verso la nascita, filando veloci come stelle. Ma a Er fu impedito di bere l’acqua; non sapeva come e per quale via fosse tornato nel corpo, ma all’improvviso riaprì gli occhi e si vide disteso all’alba sulla pira.

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L’archetipo dell’insegnante: Chirone e Circe

L’archetipo dell’insegnante: Chirone e Circe
L’archetipo dell’insegnante: Chirone e Circe

Andreas Barella ha parlato alla Radio Svizzera di Lingua italiana, nella trasmissione Appesi alla Luna, del ruolo mitologico degli insegnanti. Qui trovi la trasmissione. Qua sotto vi mettiamo l’estratto del suo volume “Adolescenza il Giardino Nascosto,” da cui ha tratto spunto per la chiacchierata nel salotto di RETE UNO. Si ringrazia l’editore per il permesso di pubblicare l’estratto.

“Nell’antichità l’educazione dei giovani di famiglia altolocata (ma spesso il mito situa in questa categoria le persone che hanno un valore intrinseco, interiore e psichico, e non solo quelle nate da un alto lignaggio) è affidato a persone di prestigio. Un esempio illustre è l’educazione di Achille. L’eroe della guerra di Troia, abbandonato dalla madre, viene affidato dal padre al centauro Chirone.

Altri personaggi sono altrettanto ricchi, per esempio il ruolo delle sacerdotesse della magia femminile che insegnano i loro segreti alle persone che amano (Medea con Giasone, Arianna con Teseo e soprattutto Circe con Ulisse), oppure i molti insegnamenti divini che gli esseri umani colgono come eccezionali occasioni di crescita.

Il centauro ha la peculiarità di occuparsi a tempo pieno della educazione dei giovani, è la sua attività principale. Per questo motivo Chirone è la prima figura mitologica che vorrei assurgere a simbolo del ruolo di docente all’interno del percorso di crescita degli adolescenti. La figura del centauro ha la ricchezza della ambivalenza di cui abbiamo parlato a lungo nei capitoli precedenti e che contraddistingue il mondo adolescenziale.

Chirone è una figura di natura doppia, a metà strada tra bestia ed essere umano. Il suo corpo è di cavallo, mentre il busto e la testa sono umani. Esso ha un temperamento selvaggio e aggressivo, ma sa dimostrarsi anche benevolo e ospitale. Un po’ come la nostra società dei consumi: sa essere aggressiva, ma sa anche come prendersi cura dei suoi membri. E come l’adolescenza ha questa capacità di essere una cosa e anche il suo esatto contrario. È uno straordinario maestro di caccia (colui che dà la morte) ma anche uno scienziato che conosce a menadito la medicina (colui che dona e mantiene la vita). Si tratta di un essere intermedio tra natura e cultura. È il più saggio e il più sapiente tra tutti i Centauri, ed è immortale. Il suo insegnamento è basato sulla musica, sull’arte della guerra e della caccia, sulla morale e sulla medicina.

Il centauro offre ai giovani a lui affidati ciò che nessun essere umano potrebbe dar loro: trasforma infanzia e adolescenza in un incantesimo silvestre che annulla qualsiasi distanza tra natura e cultura. Non insegna ai suoi allievi le complesse regole della caccia nelle selve, fa di loro, come Achille, dei corridori dei boschi che non si servono di trappole né di armi. Il centauro confonde le categorie e la sua scienza non viene trasmessa attraverso l’insegnamento, egli esercita sui fanciulli a lui affidati un’imposizione dei suoi doni che li trasforma mediante una sorta di modificazione strutturale della loro personalità. La storia del centauro costituisce una versione mitologica dell’iniziazione.

È proprio questo il primo augurio che porgo ai docenti: quello di essere partecipi come il centauro all’insegnamento che donano ai ragazzi. Sono naturalmente cosciente che la vita quotidiana dell’insegnamento è ricca di molti aspetti burocratici e strutturali che hanno la tendenza a soffocare la personalità degli insegnanti, ma perché non arricchire la propria visione di se stessi con queste immagini? Trasmetterli agli allievi, vivere la materia che si insegna e renderla squillante per i giovani è una sfida che dovrebbe sempre capeggiare nella mente e nella programmazione degli insegnanti. Perché è questo compito che rende vivi, nella mia esperienza, i docenti, la materia e gli allievi stessi.

Anche la maga Circe che compare nel Canto X dell’Odissea (e maga sta per sacerdotessa che conosce le arti segrete della natura) è una straordinaria insegnante. Il suo modo di istruire è diverso, almeno all’inizio, da quello di Chirone, in quanto per imparare da lei bisogna riconoscere il suo potere e la sua diversità, senza averne paura. Cosa che i marinai di Ulisse non riescono a fare, e vengono tramutati in porci. Ulisse, con l’aiuto di Ermes, diviene immune alla magia trasformativa di Circe e può, una volta tenutane a bada la pericolosità, impararne i segreti. Di nuovo, come con Chirone, si tratta di insegnamenti che vengono impartiti grazie all’esperienza, al vivere a stretto contatto l’una con l’altro e sono segreti e insegnamenti legati al mondo naturale e istintivo. In questo regno si imparano i segreti che permettono poi di vivere e regnare anche nel mondo della ragione.

È questo il grande segreto che i due prototipi degli insegnanti ci comunicano. Proprio con questa mentalità si può e si deve affrontare il lavoro di docente. La messa in scena rituale che andiamo a presentare nella seconda parte è un esempio di come sia possibile farlo. Lo svolgimento di questo tipo di attività può essere facilmente programmato all’interno delle ore scolastiche che le scuole medie riservano alla conoscenza e allo studio della mitologia. E che le scuole superiori dedicano allo studio della filosofia. Si tratta di un’ottima occasione per rendere naturali e vive le storie che lette nell’antologia scolastica suonano vecchie e noiose. È l’occasione per le docenti e i docenti di diventare un po’ Chirone e un po’ Circe e trasportare gli studenti da un mondo interamente fattuale e nozionistico in un mondo fatato, in un incantesimo che diminuisce le distanze tra mondo mentale, mondo emotivo e mondo fisico, ricreando quella atmosfera silvana e boschiva in cui Circe e Chirone formano i futuri Re, i futuri Eroi e le future Eroine, le future Maghe.

Consideriamo ora come raggiungere questo risultato. Se avete bisogno di aiuto e di suggerimenti trovate maggiori dettagli nell’Appendice.”

Tratto da: Andreas Barella, “Adolescenza, il Giardino Nascosto,” Casa Editrice Ericlea. Si ringrazia l’editore per il permesso di pubblicare l’estratto. Maggiori informazioni sul volume.

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I grandi miti greci, ogni settimana con il Corriere della Sera

I grandi miti greci, ogni settimana con il Corriere della Sera
I grandi miti greci, ogni settimana con il Corriere della Sera

Vi segnaliamo che in edicola, ogni settimana al martedì, assieme al Corriere della Sera, vengono pubblicati degli agili libretti su un personaggio specifico della mitologia greca. Le uscite sono 30 e i protagonisti sono elencati più sotto. La presentazione ufficiale della collana: “Dalle avventure di Eracle alla tragedia di Antigone, dagli enigmi della Sfinge al giudizio di Paride: Corriere della Sera presenta Grandi miti greci, una collana di monografie dedicate agli eroi e agli dèi della mitologia ellenica, appositamente scritte da autorevoli docenti universitari con la curatela di Giulio Guidorizzi. In ogni libro, la ricostruzione del mito, gli autori e le opere che nei secoli se ne sono occupati, una sezione antologica con i testi più rappresentativi e utili apparati critici. Immergiti in un mondo di storie antiche quanto la cultura occidentale, imprese intramontabili e personaggi mitici che da più di due millenni nutrono il nostro immaginario. Le grandi storie sono eterne.”

Noi le stiamo leggendo e vale proprio la pena. In una prima sezione vi è il racconto e l’analisi del mito; in una seconda sezione vi sono gli sviluppi nell’arte del mito trattato: musica, quadri, libri, piéce teatrali ispirate dal mito vengono raccontate e commentate. In una terza sezione vi sono poi degli estratti della storia dalle opere più famose che ne hanno trattato. Una ricca bibliografia e sitografia completa ogni volumetto, che si legge in un paio di ore e lascia l’anima leggera e soddisfatta. Una lettura consigliata. Non è detto che traendo spunto da questa bella iniziativa non ci metteremo in futuro a recensire qualche volume o a fare delle entrate qua sul blog sui vari dèi, dee, eroi. Man mano che lo faremo, potete cliccare sui vari link.

Il piano dell’opera (ogni volume costa 7,90 Euro e li trovate sul sito del Corriere della Sera):

  1. Edipo – Il gioco del destino
  2. Dioniso – L’esaltazione dello spirito
  3. Apollo – La divina bellezza
  4. Zeus – Le origini del mondo
  5. Arianna – Le insidie dell’amore
  6. Orfeo – La nascita della poesia
  7. Ulisse – Il viaggio della ragione
  8. Medea – La condizione femminile
  9. Prometeo – Il dono del fuoco
  10. Antigone – La ragione di stato
  11. Fedra – L’insana passione
  12. Ade e Persefone – Gli dèi degli inferi
  13. Enea – L’eroe di una nuova dinastia
  14. Circe – La seduzione e la magia
  15. Eracle – L’eroe più popolare
  16. Teseo – Lo stato e le donne
  17. Elena – La bellezza che genera la guerra
  18. Afrodite – La primavera dell’amore
  19. Achille – Il guerriero vulnerabile
  20. Narciso – La morte, lo specchio e l’amore
  21. Atena – La dea invincibile
  22. Poseidone – La forza del profondo
  23. Le sirene – Incanto e seduzione
  24. Ettore – L’eroe e la sua sposa
  25. Artemide – La natura selvaggia
  26. Giasone – La verità su un eroe
  27. Agamennone – Il re dei re
  28. Perseo – L’audacia dell’avventura
  29. Hermes – Il dio dell’astuzia
  30. Sisifo e i peccatori – I grandi peccatori

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L’aldilà degli antichi

L’aldilà degli antichi

Odisseo cerca tre volte di abbracciare la madre nell’Ade

Buongiorno amiche e amici! Quest’oggi vogliamo segnalarvi questa interessante trasmissione della Rete Due della RSI in cui Letizia Bolzani intervista Silvia Romani che ci parla dei diversi modi in cui gli antichi immaginavano l’aldilà, in occasione del suo nuovo interessantissimo libro. Buon ascolto! E buona lettura!

Dalla presentazione della trasmissione: Orfeo prova, senza successo, a portarne fuori la moglie; Ulisse vi incontra la madre pur senza riuscire ad abbracciarla; Achille ne viene visitato dall’amico Patroclo, che è evanescente come un’ombra; Demetra deve lasciare che la figlia Persefone vi torni periodicamente; Enea chiede alla Sibilla la strada per giungere al cospetto del padre defunto: il mondo antico ci narra tante storie di affetti familiari che provano ad attraversare i misteriosi confini con il mondo dei trapassati. Un mondo dai molti nomi – Ade e Averno sono forse i più ricorrenti – e dai confini fluidi, un paesaggio lugubre oppure amorfo, oppure ancora ameno.

Riflettere sui modi con cui il pensiero greco e romano si è rappresentato l’aldilà ci aiuta a leggere più approfonditamente la filosofia antica, oltre a fornirci alcune chiavi per comprendere l’immaginario anche di noi contemporanei.

Ne parleremo in questa puntata con Silvia Romani, docente di Mitologia e Religioni del mondo classico all’Università Statale di Milano, che ha recentemente pubblicato, con Tommaso Braccini, il saggio “Una passeggiata nell’aldilà in compagnia degli antichi” (Einaudi).

Ecco la trasmissione

Dedalo e Icaro, ovvero storia di un padre ingombrante

Dedalo e Icaro, ovvero storia di un padre ingombrante

Dedalo e Icaro

La Voce delle Muse è spesso attiva nelle scuole con insegnanti e ragazzi (qui tutti i dettagli del nostro lavoro nelle scuole). Andreas Barella, una delle Muse, ha pubblicato qualche anno fa un volume sul lavoro scolastico con la mitologia. Il libro si intitola “Adolescenza, il Giardino Nascosto”. Eccone un estratto dedicato al rapporto padre-figlio. Maggiori dettagli sul libro li trovate sul sito della Casa Editrice Ericlea, dove potete anche ordinare il volume.

Icaro e le ali di cera ovvero dei limiti e del loro superamento – Consideriamo per iniziare un mito che parla di limiti, di ordini ricevuti dall’alto e che vengono messi in discussione. Per farlo narreremo la storia di Icaro, figlio di Dedalo. Cosa vogliono i ragazzi, quando sono alla ricerca di significato? Vediamo come la mitologia ha dato risposta a questa domanda, che poi in realtà vale per tutti gli esseri umani: che cosa inseguiamo quando rincorriamo la sfida e la ricerca dei nostri limiti?

Il mito – Il padre di Icaro, Dedalo, ha costruito il labirinto per il re di Creta, Minosse. Si tratta di una costruzione straordinaria, concepita dalla geniale mente di Dedalo. Forse per non permettere al suo inventore di svelarne i misteri, o forse per l’aiuto che lo stesso Dedalo ha dato ad Arianna, la figlia di Minosse, svelandole un sistema per uscire dalla costruzione in cui è rinchiuso il Minotauro (mezzo uomo e mezzo toro), o forse ancora perché Dedalo ha aiutato Pasifae, la moglie del re, ad accoppiarsi con il toro bianco che aveva generato in lei il Minotoauro, Dedalo viene imprigionato nel palazzo e non può più allontanarsi. Pasifae aiuta l’inventore a fuggire dal palazzo. Ma non è facile fuggire da Creta, poiché Minosse fa sorvegliare tutte le navi e offre una ricca ricompensa a chi gli riporta Dedalo. Esso costruisce allora un paio di ali per se stesso e un altro paio per il figlio Icaro; le penne più grandi sono intrecciate le une alle altre, e le più piccole sono saldate con della cera. Dopo aver legato le ali alle spalle di Icaro, Dedalo gli dice con le lacrime agli occhi: “Figlio mio, stai attento! Non volare mai troppo in alto, perché il sole farebbe sciogliere la cera; né troppo in basso, poiché le piume potrebbero essere inumidite dal mare”. Infila poi le braccia nelle proprie ali e si alza in volo. “Seguimi da vicino,” ordina al figlio, “e non cambiare direzione!” Mentre si allontanano dall’isola verso nordest, battendo ritmicamente le ali, i contadini, i pescatori e i pastori che alzano lo sguardo verso di loro li scambiano per dèi.

Quando si sono lasciati Nasso, Delo e Paro alla sinistra e Lebinto e Calimne alla destra, Icaro disobbedisce agli ordini del padre e comincia a volare verso il sole, inebriato dalla velocità che le grandi ali imprimono al suo corpo. A un tratto Dedalo, guardandosi alle spalle, non vede più suo figlio, ma soltanto delle piume sparse che galleggiano sulle onde sotto di lui. Il calore del sole ha disciolto la cera e Icaro è precipitato in mare, annegandovi. Dedalo vola a lungo in quel luogo, girando in tondo, finché il cadavere emerge; lo porta allora in un’isola vicina, chiamata in seguito Icaria, dove lo seppellisce. L’isola dà poi il nome anche al mare circostante.

Altri non credono a questa storia e dicono che Dedalo fugge da Creta su una barca fornitagli da Pasifae e si dirige verso la Sicilia; mentre si accinge a sbarcare su un’isoletta in compagnia del figlio, costui cade in mare e annega. Aggiungono che è Eracle a seppellire Icaro; Dedalo in segno di gratitudine, scolpisce in suo onore una statua così somigliante che quando la vede, a Pisa, Eracle la scambia per un rivale e la abbatte con una pietra.

Altri ancora narrano che Dedalo inventa le vele e non le ali, per poter battere in velocità le navi di Minosse; e che Icaro, manovrando il timone con poca perizia, annega quando la barca si capovolge. Dedalo continua a navigare verso occidente finché, sbarcato a Cuma nei pressi di Napoli, dedica colà le sue ali ad Apollo e gli erige un tempio dal tetto d’oro.

Che Icaro muoia perché precipitato con le ali, oppure affogato cadendo da una barca, poco cambia. Quello che conta è che muore confrontato con aggeggi e mezzi che ancora non padroneggia, e mentre sta imparando, qualcosa va storto e lui ne paga le conseguenze. Quanto di quello che succede è responsabilità del giovane? Quanto lo possiamo considerare irresponsabile, incosciente di quello a cui sta andando incontro, e quanto soltanto sfortunato o vittima degli eventi?

L’analisi del mito continua con il resoconto di come i ragazzi vivono il rapporto con un padre ingombrante e considera le emozioni date dal senso di libertà del volo, paragonabili ai moderni mezzi di locomozione (scooter, moto). Proseguite la lettura nel volume: Andreas Barella, “Adolescenza, il Giardino Nascosto”, Ericlea, 2010. Maggiori dettagli sul libro e possibilità di ordinarlo in formato cartaceo o e-book.

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