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Il mito di Eracle (Parte 4 di 11): Onfale la regina della Lidia

Il mito di Eracle (Parte 4 di 11): Onfale la regina della Lidia

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Il mito di Eracle (Parte 3 di 11): la morte di Ifito

Eracle fu condotto in Asia e offerto in vendita come uno schiavo qualsiasi da Ermete, patrono di tutte le importanti transazioni commerciali e che in seguito consegnò agli orfani di Ifito il prezzo dell’acquisto: tre talenti d’argento. Eurito, tuttavia, caparbiamente proibì ai suoi nipoti di accettare quel compenso, dicendo che soltanto il sangue poteva pagare il sangue; e ciò che accadde del denaro soltanto Ermete lo sa. Come la Pizia aveva predetto. Eracle fu comprato da Onfale, regina di Lidia, una donna che aveva buon occhio in fatto di acquisti. E la servì fedelmente per un anno intero, oppure per tre, liberando l’Asia Minore dai banditi che la infestavano. Codesta Onfale, figlia di Giordano e, secondo certi autori, madre di Tantalo, aveva ereditato il regno dal suo sventurato marito Tmolo, figlio di Are e di Teogone. Mentre cacciava sul monte Carmanorio, così chiamato in onore di Carmanore, figlio di Dioniso e di Alessirroe, che fu ucciso lassù da un cinghiale selvatico, Tmolo si innamorò della cacciatrice Arippe, una casta sacerdotessa di Artemide. Arippe, sorda alle minacce e alle lusinghe di Tmolo, si rifugiò nel tempio della sua signora dove, incurante della santità del luogo, il re la violentò sul giaciglio della dea stessa. Arippe si impicco a una trave, dopo aver invocato Artemide che subito scatenò la furia di un toro; Tmolo fu lanciato in aria, ricadde su una palizzata appuntita e su ciottoli taglienti e morì tra atroci sofferenze. Teoclimeno, il figlio che egli aveva avuto da Onfale, lo seppellì là dove l’aveva trovato, e chiamò «Tmolo» il monte. Una città dello stesso nome, costruita sulle sue pendici, fu distrutta da un grande terremoto durante il regno dell’imperatore Tiberio.

Tra le molte imprese minori compiute da Eracle durante la sua schiavitù vi fu la cattura dei due Cercopi Efesini, che da tempo gli impedivano di dormire. Essi erano due fratelli gemelli chiamati Passalo e Acmone, oppure Olo ed Euribate, oppure Sillo e Triballo. Figli di Oceano e di Tia, e i più raffinati ladri e impostori che l’umanità abbia mai conosciuto, essi vagavano qua e là per il mondo, sempre pronti ad architettare nuove burle. Tia li aveva ammoniti di stare alla larga da Eracle, e poiché la sua frase: «Miei cari sederini bianchi, ancora non sapete chi sia il grande sedere nero» divenne proverbiale, «sederino bianco» ora significa «codardo, meschino, oppure lascivo». Essi si accanirono a ronzare attorno al letto di Eracle sotto forma di mosconi, finché una sera egli li agguantò, li costrinse ad assumere il loro vero aspetto e li appese a testa in giù a una pertica che portava sulla spalla. Ora il sedere di Eracle, che la pelle del leone non copriva, era divenuto nero come cuoio vecchio perché bruciato dai raggi del sole e dal fiato infuocato di Caco e del toro cretese; e i Cercopi scoppiarono in una risata irresistibile quando, appesi com’erano a testa in giù, se lo videro dinanzi agli occhi. La loro ilarità sorprese Eracle, ma quando ne seppe la ragione sedette su una pietra e rise a sua volta così di cuore che i gemelli lo convinsero a lasciarli in libertà. Benché vi sia una nota città asiatica chiamata Cercopia, il rifugio dei Cercopi e una roccia chiamata «sedere nero» si mostrano presso le Termopili; è dunque probabile che questo episodio si sia verificato in un’altra occasione. Taluni dicono che i Cercopi furono poi tramutati in pietra perché tentarono di burlarsi di Zeus; e altri ancora, che Zeus punì la loro insolenza trasformandoli in scimmioni dal lungo pelo giallastro e confinandoli nell’isola italiana chiamata Pitecusa.

In una stretta gola della Lidia viveva un certo Sileo, che catturava gli stranieri di passaggio e li costringeva a zappare la sua vigna. Ma Eracle gli sradicò tutte le viti. Quando poi i Lidi di Itone cominciarono a fare incursioni nel regno di Onfale, Eracle ricuperò il bottino e rase al suolo la loro città.  A Celene viveva il contadino Litierse, un bastardo di re Minosse, che offriva ospitalità ai viandanti, ma poi li costringeva a misurarsi con lui in una gara di mietitura. Se le forze venivano loro meno, li frustava e la sera, dopo aver vinto la prova, li decapitava e ne celava i corpi tra i covoni, cantando lugubri inni. Eracle si recò a Celene per portare aiuto al pastore Dafni, un figlio di Ennete, che dopo aver vagato per tutto il mondo alla ricerca della sua diletta Pimplea, rapita dai pirati, la trovò infine tra le schiave di Litierse. Dafni fu sfidato alla gara di mietitura, ma Eracle prese il suo posto e vinse: decapitò allora Litierse con una falce e gettò il suo cadavere nel fiume Meandro. Quanto a Dafni, non soltanto poté unirsi alla sua Pimplea, ma Eracle donò loro anche la terra di Litierse, come dote. In onore di Litierse, i falciatori frigi cantano ancora un funebre inno agreste che assomiglia molto all’inno in onore di Manero, figlio del primo re egiziano e anch’esso morto al momento del raccolto.
Infine, presso il fiume Sagari in Lidia, Eracle uccise con una freccia un gigantesco serpente che faceva strage di uomini distruggendo le messi. E Onfale, gratissima a Eracle, avendone finalmente scoperto l’identità e i natali, gli ridiede la libertà e lo rimandò a Tirinto, colmo di doni; mentre Zeus ne commemorava la vittoria con la costellazione Ofiuco. Il fiume Sagari era stato così chiamato in ricordo di un figlio di Mindone e di Alessirroe che si annegò nelle sue acque: la madre degli dei lo aveva fatto impazzire perché si era preso gioco dei suoi Misteri, insultando i suoi sacerdoti eunuchi.

Onfale aveva comprato Eracle più che altro per farsene un amante. Egli la rese madre di tre figli: Lamo, Agelao, avo del famoso re Creso che tentò di immolarsi su una pira quando i Persiani entrarono in Sardi, e Laomedonte. Alcuni parlano anche di un quarto figlio Tirreno o Tirseno, che inventò la tromba e guidò gli emigranti Lidi fino all’Etruria, dove presero il nome di Tirreni; ma è più probabile che Tirreno fosse il figlio di re Ati e un lontano discendente di Eracle e di Onfale.”Da una delle ancelle di Onfale, chiamata Malide, Eracle ebbe Cleodeo o Cleolao, e Alceo, fondatore della dinastia lidia che re Creso soppiantò dal trono di Sardi.

Giunse in Grecia la voce che Eracle aveva rinunciato alla pelle di leone e alla corona di pioppo e portava invece collane di pietre preziose, braccialetti d’oro, un turbante da donna, un manto purpureo e una cintura meonia. E così agghindato sedeva tra lascive fanciulle ioniche, cardando la lana oppure intento a filarla; tremava come una foglia se la sua padrona lo sgridava. Essa lo percuoteva con la pantofolina dorata se per caso, con le dita maldestre, gli capitava di spezzare il fuso; e lo costringeva a raccontare le sue passate avventure per divertirla. Ma a quanto pareva Eracle non se ne vergognava. Ecco perché certi pittori ci mostrano l’eroe con una sopravveste gialla indosso, che si lascia pettinare dalle ancelle di Onfale mentre Onfale stessa, coperta dalla pelle del leone, regge la sua clava e il suo arco. In verità era accaduto soltanto questo: un giorno, mentre Eracle e Onfale visitavano i vigneti di Tmolo, la regina con una veste purpurea ricamata in oro e i riccioli profumati, ed Eracle che reggeva galantemente il parasole sulla sua testa, Pan li vide dall’alto di una collina. Innamoratosi di Onfale, subito si congedò dalle dee montane gridando: «Da ora in poi Onfale sarà il mio unico amore!» Onfale ed Eracle raggiunsero la loro mèta, una grotta appartata dove per gioco si scambiarono le vesti. Onfale cinse Eracle con una cintura intessuta e troppo piccola per la sua vita; quando poi gli fece indossare la veste, le maniche si lacerarono; e i sandaletti accolsero a stento la punta dei piedi dell’eroe. Dopo cena si coricarono in giacigli separati, perché all’alba dovevano fare sacrifici a Dioniso che in tali occasioni pretende dai suoi devoti la castità coniugale. A mezzanotte Pan sgattaiolò nella grotta e, brancolando al buio, trovò quel che gli parve il giaciglio di Onfale, poiché chi vi dormiva sopra era avvolto in vesti di seta. Con mano tremante sollevò un lembo delle coperte e vi strisciò sotto. Ma Eracle, destatesi e allungato un piede, fece volare Pan attraverso la grotta. All’udire un tonfo e un gemito, Onfale balzò a sedere e invocò delle torce, e quando la grotta fu illuminata rise con Eracle fino alle lacrime al vedere Pan steso a terra in un canto, tutto ammaccato. Da quel giorno, Pan ha concepito un odio profondo per ogni sorta di veste e vuole che i suoi sacerdoti officino nudi; per vendicarsi di Eracle sparse la voce che quello scambio di indumenti, fatto una sola volta e per capriccio, fosse invece cosa consueta e lasciva.

Vai a: Il mito di Eracle (Parte 5 di 11): Esione, figlia di Laomedonte

ll mito di Eracle, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Il mito di Eracle (Parte 3 di 11): la morte di Ifito

Il mito di Eracle (Parte 3 di 11): la morte di Ifito

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Le dodici fatiche di Eracle: 12) La cattura di Cerbero, il guardiano infernale

Quando Eracle ritornò a Tebe dopo le sue Fatiche, diede in isposa la propria moglie Megara, giunta ai trentatre anni, al suo nipote e auriga lolao che ne aveva soltanto sedici, perché sosteneva che la sua unione con Megara era stata infausta. Si mise poi alla ricerca di una moglie più giovane e di migliore auspicio; e saputo che il suo amico Eurito, un figlio di Melanio re di Ecalia, aveva offerto la propria figlia Iole in isposa all’arciere che fosse stato capace di superare in una gara lui stesso e i suoi quattro figli, subito partì a quella volta. Eurito aveva ricevuto in dono un bellissimo arco da Apollo, e il dio gli aveva insegnato pure a usarlo; infatti egli si vantava di superare il maestro. Tuttavia Eracle vinse la gara senza difficoltà. Eurito ne fu assai amareggiato, e quando seppe che Eracle aveva ripudiato Megara dopo averne ucciso i figli, rifiutò di concedergli Iole in isposa. Bevuto molto vino per darsi coraggio disse a Eracle: «Tu non avresti mai potuto gareggiare con me e con i miei figli, se non avessi usato slealmente delle frecce magiche che vanno dritte al bersaglio. La prova dunque non è valida e in ogni caso non affiderei mai la mia amatissima figlia a un ruffiano come te. Sei lo schiavo di Euristeo e in qualità di schiavo meriti soltanto calci da un uomo libero!» Così dicendo cacciò Eracle dal palazzo. Eracle non rispose per le rime, come avrebbe potuto fare; ma giurò di vendicarsi in seguito.

Tre dei figli di Eurito, e cioè Dideone, Clizie e Tosseo, avevano appoggiato il padre nelle sue disoneste pretese. Il maggiore invece, che si chiamava Ifito, dichiarò che secondo giustizia Iole avrebbe dovuto essere data in isposa a Eracle; e quando, poco tempo dopo, dodici giumente dai solidi zoccoli e dodici vigorose mule sparirono dall’Elibea, rifiutò di credere che Eracle fosse l’autore del furto. Gli animali, in verità, erano stati rubati da Autolico, ladro ben noto, che per opera di magia ne alterò le fattezze e li vendette all’ignaro Eracle come se fossero di sua proprietà.  Ifito seguì le tracce delle giumente e delle mule e si accorse che si dirigevano verso Tirinto; ciò gli fece sospettare che Eracle, dopo tutto, avesse voluto davvero vendicarsi dell’insulto di Eurito. Trovatesi all’improvviso a faccia a faccia con Eracle celò i suoi sospetti e si limitò a chiedergli consiglio. Eracle non riconobbe gli animali dalla descrizione che gliene fece Ifito e con la consueta generosità promise di aiutarlo a cercarli se Ifito avesse accettato la sua ospitalità. Tuttavia comprese che lo si sospettava di furto e ciò urtò il suo cuore sensibile. Al termine di un sontuoso banchetto egli condusse Ifito sulla torre più alta di Tirinto. «Guardati attorno», gli intimò, «e dimmi se vedi le tue giumente pascolare qua sotto!» «Non le vedo», ammise Ifito. «Allora mi hai falsamente accusato, in cuor tuo, di essere un ladro!» urlò Eracle, e lo gettò giù verso la sua morte. Eracle poi si recò da Neleo re di Pilo, e gli chiese di essere purificato; ma Neleo rifiutò, perché Eurito era suo alleato. E nessuno dei suoi figli, salvo il più giovane, Nestore, acconsentì a ricevere Eracle che infine persuase Deifobo, figlio di Ippolito, a purificarlo ad Amicle. Tuttavia, poiché era ancora tormentato da incubi notturni, Eracle si recò dall’oracolo di Delfi e chiese come potesse liberarsene. La Pizia Senoclea rifiutò di rispondere a quella domanda. «Tu hai ucciso un ospite», disse, «e io non ho voce per uomini come te!» «Allora dovrò io stesso istituire un oracolo!» gridò Eracle. E tosto spogliò il tempio delle offerte votive e gettò via persino il tripode sul quale sedeva Senoclea. «Eracle di Tirinto era un uomo ben diverso dal suo omonimo Canopico!» disse la Pizia con tono severo; essa alludeva all’Eracle Egizio che un giorno era giunto a Delfi e si era comportato in modo cortese e riverente.

Apollo allora si levò indignato e lottò con Eracle finché Zeus non separò i due rivali con una folgore, inducendoli a stringersi la mano in segno di amicizia. Eracle restituì il sacro tripode e unitamente al dio fondò la città di Gizio dove ora sorgono, l’una accanto all’altra, nella piazza del mercato, statue di Apollo, di Eracle e di Dioniso. Senoclea diede poi a Eracle questo consiglio: «Per liberarti dal tuo tormento dovrai servire come schiavo per un anno intero, e il prezzo della tua schiavitù sarà offerto ai figli di Ifito. Zeus è furibondo perché hai violato le leggi dell’ospitalità, ne vale come scusa la provocazione». «Di chi dovrò essere schiavo?» chiese Eracle umilmente. «La regina Onfale di Lidia ti comprerà», replicò Senoclea. «Obbedisco», disse allora Eracle, «ma un giorno ridurrò in schiavitù l’uomo che ha fatto ricadere sulla mia testa questa sofferenza, e con lui tutta la sua famiglia!» Altri tuttavia dicono che Eracle non restituì il tripode e che quando, cento anni dopo. Apollo seppe che era stato portato nella città di Feneo, punì i Feneati ostruendo il canale che Eracle aveva scavato per farvi scorrere l’eccesso d’acqua piovana, e allagò la città. È assai diffusa una versione del tutto diversa di questi avvenimenti, e cioè che Lieo l’Eubeo, figlio di Posidone e di Dirce, attaccò Tebe durante una rivolta, uccise re Creonte e usurpò il trono. Convinto che Eracle fosse morto (tale notizia gli era stata data da Copreo), Lieo cercò di sedurre Megara e poiché essa gli resisteva, l’avrebbe uccisa con i suoi figli se Eracle non fosse ritornato dal Tartaro appena in tempo per vendicarsi di Lieo. Ma Era, che prediligeva Lieo, fece impazzire Eracle: egli uccise allora Megara e i propri figlioletti e anche il suo amante, l’Etolo Stichio. I Tebani, che mostrano ancor oggi le tombe dei fanciulli, dicono che Eracle avrebbe ucciso in quella circostanza anche il suocero Anfitrione, se Atena non gli avesse ridato il senno picchiandogli sul capo una grossa pietra, e la indicano aggiungendo: «L’abbiamo soprannominata ‘Castigatrice’». Anfitrione, in verità, era morto molto tempo prima, durante la guerra orcomena. Gli Ateniesi sostengono che Teseo, grato a Eracle che lo aveva liberato dal Tartaro, arrivò in quel
frangente con un esercito ateniese, per dar man forte a Eracle contro Lieo. Rimase come annichililo dinanzi a
quella strage, tuttavia promise a Eracle tutti gli onori finché fosse vissuto e anche dopo la sua morte e lo condusse ad Atene, dove Medea lo guarì dalla follia con potenti medicine. E Sicalo lo purificò di nuovo.

Vai a: Il mito di Eracle (Parte 4 di 11): Onfale la regina della Lidia

ll mito di Eracle, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

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Le dodici fatiche di Eracle: 12) La cattura di Cerbero, il guardiano infernale

Le dodici fatiche di Eracle: 12) La cattura di Cerbero, il guardiano infernale

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Le dodici fatiche di Eracle: 11) I pomi d’oro delle Esperidi

L’ultima e più ardua fatica di Eracle fu catturare il cane Cerbero nel Tartaro. Per prepararsi a questa impresa l’eroe si recò a Eleusi dove chiese di essere iniziato ai Misteri e si cinse il capo con la corona di mirto. Oggigiorno tutti i Greci di buona reputazione possono essere iniziati a Eleusi ma poiché ai tempi di Eracle vi erano ammessi soltanto gli Ateniesi, Teseo propose che un certo Pilio lo adottasse. Pilio acconsentì, e quando Eracle fu purificato per il suo massacro dei Centauri, perché nessuno con le mani sporche di sangue poteva essere ammesso ai Misteri, fu iniziato dal figlio di Orfeo, Museo, mentre Teseo gli faceva da padrino. Tuttavia Eumolpo, il fondatore dei Grandi Misteri, aveva decretato che nessuno straniero vi poteva essere ammesso e perciò gli Eleusini, restii a rifiutare la richiesta di Eracle, e però dubitando che la sua adozione da parte di Pilio facesse di lui un vero Ateniese, stabilirono in suo onore i Piccoli Misteri; altri dicono che Demetra stessa onorò Eracle istituendo i Piccoli Misteri in quell’occasione. Ogni anno si svolgono due diversi Misteri Eleusini: i Grandi, in onore di Demetra e di Core, e i Piccoli, in onore della sola Core. Questi Piccoli Misteri, una preparazione dei Grandi, rievocano la sorte di Dioniso con una rappresentazione drammatica che si svolge ad Agra presso il fiume Ilisso, nel mese Antesterione. I riti principali comportano il sacrificio di una scrofa, che gli iniziati dapprima lavano nel fiume Cantaro; in seguito sono purificati da un sacerdote che porta il nome di Idrano. Dovranno poi aspettare un anno prima di partecipare ai Grandi Misteri, che si svolgono in Eleusi nel mese Boedromione, e sono legati al silenzio da un solenne giuramento che fanno in presenza del mistagogo. Nell’attesa è loro negato l’accesso al santuario di Demetra e aspettano nel vestibolo mentre si svolgono le cerimonie solenni. Così purificato e preparato. Eracle discese al Tartaro da Tenaro in Laconia; o, altri dicono, dalla penisola Acherusia presso Eraclea sul Mar Nero, dove si mostrano ancora, a grande profondità, tracce del suo passaggio. Fu guidato da Atena e da Ermete: ogni qual volta infatti, esausto per le Fatiche sostenute, egli invocava disperatamente Zeus, Atena era subito al suo fianco, pronta a confortarlo. Terrificato dal cipiglio di Eracle, Caronte lo traghettò al di là del fiume Stige senza esitare; per punirlo di questa sua disobbedienza, Ade in seguito lo incatenò per un anno intero. Appena Eracle fu sbarcato sulla riva opposta tutte le ombre fuggirono, salvo Meleagro e la Gorgone Medusa. Alla vista di Medusa Eracle estrasse la spada, ma Ermete lo rassicurò dicendogli che si trattava soltanto di un fantasma. E quando incoccò una freccia per colpire Meleagro, che indossava una splendida armatura, Meleagro rise e disse: «Tu non hai nulla da temere dai morti» e conversarono amichevolmente per un po’.Infine si offrì di sposare la sorella di Meleagro, Deianira. Presso le porte del Tartaro, Eracle trovò i suoi amici Teseo e Piritoo legati a sedie di tortura, e strappò i lacci di Teseo, ma fu costretto a lasciare incatenato Piritoo: poi fece rotolare via il sasso che aveva imprigionato Ascalafo, e infine, per ingraziarsi le ombre con un dono di sangue, sgozzò un capo della mandria di Ade. Il mandriano, Menete o Menezio, figlio di Centonimo, lo sfidò a una gara di lotta, ma subito Eracle lo strinse alla vita e gli spezzò le cestole. A quel punto Persefone, che era uscita dal suo palazzo e aveva salutato Eracle come un fratello, implorò che lasciasse in vita Menete. Quando Eracle chiese di Cerbero, Ade, ritto al fianco della moglie, replicò sogghignando: «II cane è tuo se saprai domarlo senza usare la clava o le frecce». Eracle trovò il cane presso le porte dell’Acheronte e risolutamente lo afferrò per la gola, dalla quale sorgevano tre teste ricoperte di serpenti. La coda irta di aculei scattò per colpire, ma Eracle, protetto dalla pelle di leone, non allentò la stretta finché Cerbero, mezzo soffocato, si arrese.

Sulla via del ritorno Eracle si intrecciò una corona con le fronde dell’albero che Ade aveva piantato presso i Campi Elisi in ricordo della sua amante, la bellissima Ninfa Leuca. Le foglie marginali di tale corona rimasero nere, perché questo è il colore dell’Oltretomba; ma le foglie che aderivano alla fronte di Eracle furono tinte in bianco-argento dal sudore dell’eroe. Ecco perché il pioppo bianco o tremula gli è sacro; il suo colore significa che Eracle ha compiuto le Fatiche in ambedue i mondi. Con l’aiuto di Atena, Eracle attraversò il fiume Stige sano e salvo, e poi trascinò Cerbero su per l’orrido che si trova presso Trezene, dove Dioniso aveva guidato sua madre Semele. Nel tempio di Artemide Salvatrice, costruito da Teseo all’imboccatura di quell’orrido, sorgono ora degli altari sacri alle divinità degli Inferi. Pure a Trezene si vede ancora oggi dinanzi all’antico palazzo di Ippolito una fontana scoperta da Eracle. Secondo un’altra versione. Eracle trascinò Cerbero, legato con catene adamantine, lungo un sentiero sotterraneo che conduce alla cupa grotta di Acona, presso Mariandine sul Mar Nero. Poiché Cerbero opponeva resistenza, abbagliato dalla luce solare, e abbaiava furiosamente con tutte e tre le bocche, la sua saliva volò sopra i verdi campi circostanti e fece nascere la velenosa pianta dell’aconito, detta anche ecatea, perché Ecate fu la prima a usarla. Un’altra leggenda dice che Eracle ritornò sulla superficie terrestre attraverso Tenaro, il famoso tempio a forma di grotta dinanzi al quale sorge un simulacro di Poseidone; ma se davvero vi era una via che risaliva al tempio dall’Oltretomba, fu in seguito bloccata. Infine taluni dicono che Eracle emerse nel sacro recinto di Zeus Lafistio, sul monte Lafistio, dove si trova una statua di Eracle lungimirante. Tutti concordano tuttavia nell’affermare che, non appena Eracle ebbe condotto Cerbero a Micene, Euristeo, il quale stava celebrando un sacrificio, gli porse la porzione destinata agli schiavi, riservando le porzioni migliori della vittima per la sua gente; Eracle allora manifestò il suo giusto sdegno uccidendo tre dei figli di Euristeo: Perimede, Euribio ed Euripilo. Oltre all’aconito Eracle scoprì anche i seguenti semplici: l’eraclea panacea, ossia l’origano selvatico; l’eraclea sideria, con il suo stelo sottile, le foglie simili a quelle del coriandolo, che cresce presso i laghi e presso i fiumi ed è un eccellente rimedio per tutte le ferite d’arma da taglio; e lo iosciamo o embane, che provoca vertigini e pazzia. L’eraclea ninfea, che ha una radice a forma di clava, fu così chiamata in ricordo di una certa Ninfa abbandonata da Eracle, che morì di gelosia; rende impotenti gli uomini per un periodo di dodici giorni.

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Le dodici fatiche di Eracle: 11) I pomi d’oro delle Esperidi

Le dodici fatiche di Eracle: 11) I pomi d’oro delle Esperidi

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Le dodici fatiche di Eracle: 10) Le mandrie di Gerione

Eracle aveva compiuto queste dieci Fatiche nello spazio di otto anni e un mese; ma Euristeo, che non riteneva valida la seconda e la quinta Fatica, gliene impose altre due. La undicesima Fatica fu di cogliere i frutti aurei di un melo, dono di nozze della Madre Terra a Era, e che la dea aveva tanto gradito da piantarlo nel proprio giardino. Questo giardino si trovava sulle pendici del monte Atlante, dove gli ansimanti cavalli del Sole terminavano la loro corsa e dove i greggi e le mandrie di Atlante vagavano liberamente sui pascoli che nessuno contendeva. Quando Era un giorno si accorse che le Esperidi, figlie di Atlante, cui essa aveva affidato il sacro albero, stavano cogliendone le mele, ordinò al sempre vigile drago Ladone di arrotolarsi attorno al tronco e di fare attenta guardia. Taluni dicono che Ladone era figlio di Tifone e di Echidna; oppure di Ceto e Porci; altri ancora, che egli era nato per partenogenesi dalla Madre Terra. Aveva cento teste e parlava con diverse lingue. È pure discusso se le Esperidi vivessero sul monte Atlante nella terra degli Iperborei o sul monte Atlante in Mauritania; in qualche luogo oltre il fiume Oceano o su due isole dinanzi al promontorio chiamato Corno Occidentale, che giace presso l’Esperia etiopica, alle frontiere dell’Africa. Benché le mele appartenessero a Era, Atlante, nella sua qualità di giardiniere, ne andava fiero, e Temi lo mise in guardia: «Un giorno, o Titano, il tuo albero sarà spogliato dalle mele d’oro da un figlio di Zeus». Atlante, che non era stato ancora punito con il terribile ordine di reggere il globo celeste sulle sue spalle, costruì solide mura attorno all’orto e scacciò tutti gli stranieri dalla sua terra; può darsi che fosse appunto Atlante colui che mise Ladone a guardia del melo. Eracle, che non sapeva quale direzione prendere per giungere al giardino delle Esperidi, camminò attraverso la Illiria fino al fiume Po, patria del profetico dio del mare Nereo. Strada facendo guadò l’Echedoro, un piccolo fiume macedone dove Cicno, figlio di Are e di Pirene, lo sfidò a duello. Are fece da secondo a Cicno e incitò i duellanti, ma Zeus scagliò una folgore tra di loro e interruppe il combattimento. Quando Eracle finalmente giunse al Po, le Ninfe del fiume, figlie di Zeus e di Temi, lo condussero presso Nereo addormentato. Eracle agguantò il canuto dio del Mare e senza lasciarselo sfuggire di mano nonostante le sue continue proteiche metamorfosi, lo costrinse a rivelargli il modo per impossessarsi delle mele d’oro. Altri invece dicono che Eracle ottenne da Prometeo le informazioni che desiderava. Nereo aveva consigliato a Eracle di non cogliere le mele con le proprie mani, ma di servirsi di Atlante, alleggerendolo nel frattempo dell’enorme peso che gravava sulle sue spalle. Appena giunto al giardino delle Esperidi, Eracle chiese dunque ad Atlante di fargli questo favore. Atlante avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di avere un’ora di respiro, ma Ladone gli incuteva paura; allora Eracle uccise il drago scoccando una freccia al di sopra del muro del giardino. Poi chinò le spalle per accogliere il peso del globo celeste; Atlante si allontanò e ritornò poco dopo con tre mele colte dalle sue figlie. Il Titano assaporava la gioia della recuperata libertà. «Porterò io stesso le mele a Euristeo», disse, «se tu reggerai il cielo sulle tue spalle per due o tre mesi ancora.» Eracle finse di acconsentire, ma poiché Nereo l’aveva avvertito di non accettare una simile proposta, pregò Atlante di sostenere il globo per pochi minuti soltanto, affinché egli potesse fasciarsi il capo. Atlante, tratto in inganno, posò a terra le mele e riprese il suo carico; subito Eracle raccattò i frutti e si allontanò con un ironico saluto. Alcuni mesi dopo Eracle portò le mele a Euristeo che gliele restituì; l’eroe le diede allora ad Atena che a sua volta le restituì alle Ninfe, poiché era ingiusto che i beni di Era passassero nelle sue mani. Tormentato dalla sete al termine di questa sua Fatica, Eracle batté il piede al suolo e ne fece scaturire un fiume, che in seguito salvò le vite degli Argonauti quando si trovarono stanchi e assetati nel bel mezzo del deserto libico. Frattanto Era, piangendo sulla sorte di Ladone, ne pose l’immagine fra le stelle come costellazione del Serpente.

Eracle non ritornò direttamente a Micene. Dapprima attraversò la Libia dove re Anteo, figlio di Poseidone e della Madre Terra, costringeva gli stranieri a lottare con lui finché fossero esausti, e poi li uccideva; infatti non soltanto egli era atleta forte e abile, ma ogni qual volta toccava terra riprendeva forza. Conservava i crani delle sue vittime per farne il tetto del tempio di Posidone. Non si sa se Anteo fu sfidato per primo da Eracle, che era ben deciso a por fine a questa barbara usanza, oppure se lo sfidò. Anteo comunque non era un avversario facile da battere; viveva in una grotta ai piedi di un picco roccioso, dove si nutriva di carne di leone e dormiva sulla nuda terra per conservare e aumentare la sua forza colossale. La Madre Terra, non ancora sterile dopo il parto dei Giganti, concepì Anteo in un antro libico ed era fiera di lui più di quanto non lo fosse dei suoi mostruosi figli maggiori: Tifone, Tizio e Briareo. Le cose si sarebbero messe male per gli Olimpi se egli si fosse schierato contro di loro nella Pianura Flegrea. Preparandosi alla lotta, ambedue i contendenti si liberarono delle loro pelli di leone, ma mentre Eracle si ungeva il corpo con olio alla maniera olimpica, Anteo si massaggiò le membra con sabbia calda, per timore che il solo contatto delle piante dei piedi con la terra non fosse sufficiente a rinvigorirlo. Eracle aveva pensato di risparmiare le proprie forze per atterrare Anteo, ma non appena ebbe steso il Gigante al suolo, con grande stupore vide i suoi muscoli enfiarsi e il sangue scorrergli benefico nelle membra, poiché la Madre Terra gli ridava forza. I contendenti si avvinghiarono di nuovo l’uno all’altro, e di nuovo Anteo si gettò a terra, questa volta di sua spontanea volontà, senza aspettare che Eracle lo sopraffacesse. Al che Eracle, rendendosi conto di ciò che stava accadendo, sollevò il Gigante alto tra le braccia e gli strizzò le costole, sordo ai profondi gemiti della Madre Terra, finché Anteo morì. Alcuni dicono che questa lotta si svolse a Lisso, una cittadina della Mauritania a circa cinquanta miglia da Tangeri, presso il mare, dove ancora si mostra una collinetta detta la tomba di Anteo. Se si scavano alcune palate di terra da questa collina, così credono gli indigeni, subito comincia a piovere e continuerà a piovere finché non si lascerà ricadere la terra al suo posto. C’è anche chi dice che il giardino delle Esperidi si trovasse su un’isola vicina, dove sorge un altare di Eracle; ma salvo pochi alberi d’olivo, non è rimasta traccia dell’antico frutteto. Quando Sertorio si impadronì di Tangeri, aprì la tomba di Anteo per vedere se il suo scheletro era davvero gigantesco come la leggenda lo descriveva. Con sua grande sorpresa trovò che misurava sessanta cubiti: subito richiuse la tomba e offrì ad Anteo sacrifici eroici. In quella regione si dice inoltre che Anteo fondò Tangeri, un tempo chiamata Tingis; oppure che Soface, figlio di Eracle e di Tinga, vedova di Anteo, regnò sulla città e le diede il nome di sua madre. Diodoro, figlio di Soface, conquistò molte nazioni africane con un esercito greco reclutato tra i coloni Micenei che Eracle aveva guidati laggiù.9 I Mauritani sono di origine orientale e, come i Farusi, discendono da certi persiani che accompagnarono Eracle in Africa; ma altri sostengono che essi discendono da quei Cananei che Giosuè l’israelita scacciò dalla loro terra.

In seguito Eracle si recò dall’oracolo di Ammone, dove chiese un colloquio con il padre suo Zeus. Ma Zeus era restio a mostrarsi e poiché Eracle insisteva, sventrò un ariete, ne indossò il vello e diede a Eracle certe istruzioni. Ecco per quale ragione nelle immagini degli Egiziani Zeus Ammone appare con la testa di ariete. I Tebani sacrificano un ariete una volta all’anno, al termine della festa di Zeus, e poi ricoprono col suo vello il simulacro del dio. Dopo di i presenti si battono il petto in segno di lutto per la vittima e la seppelliscono in una tomba sacra. Eracle in seguito si diresse verso sud e fondò la città dalle cento porte che chiamò Tebe in ricordo della sua città natale; ma altri dicono che Tebe era già stata fondata da Osiride. In quel tempo re dell’Egitto era Busiride, fratello di Anteo, figlio di Posidone e di Lisianassa, una figlia di Epafo o, come altri dicono, di Posidone e di Anippe, una figlia del fiume Nilo. Ora il regno di Busiride era già stato colpito da siccità e carestia per un periodo di otto o nove anni, ed egli aveva interrogato gli àuguri greci per averne consiglio. Suo nipote, un famoso veggente cipriota chiamato Frasio o Trasio o Tasio, figlio di Pigmalione, dichiarò che la carestia sarebbe cessata se ogni anno uno straniero fosse stato sacrificato in onore di Zeus. Busiride cominciò col sacrificare Frasio stesso e poi sacrificò altri ospiti occasionali fino all’arrivo di Eracle, il quale lasciò che il sacerdote lo trascinasse presso l’altare. Gli cinsero il capo con una benda e Busiride, invocando gli dei, si preparava ad alzare l’ascia sacrificale, quando Eracle spezzò le corde che lo legavanoe massacrò Busiride, Anfidamante, figlio di Busiride, e tutti i sacerdoti che assistevano al sacrificio. Poi Eracle attraversò l’Asia e sbarcò a Termidre, il porto di Lindo di Rodi, dove liberò un bue aggiogato al carro di un contadino, lo sacrificò e banchettò con la sua carne, mentre il contadino rifugiatosi su un monte lo malediceva da lontano. Ecco perché i Lindi ancor oggi mormorano maledizioni quando sacrificano a Eracle.

Infine raggiunse le montagne del Caucaso, dove Prometeo era incatenato da trent’anni, oppure mille o trentamila anni, mentre ogni giorno un avvoltoio, nato da Tifone e da Echidna, gli divorava il fegato. Zeus si era ormai pentito di avergli inflitto quella punizione: Prometeo infatti l’aveva generosamente avvertito di non sposare Teti, perché avrebbe potuto generare un dio più potente di lui stesso; e ora, quando Eracle implorò il perdono da Prometeo, glielo concesse senza esitare. Tuttavia, avendo condannato Prometeo a un tormento eterno. Zeus stabilì che, a perenne ricordo della sua prigionia, egli portasse un anello fatto col ferro delle sue catene, dove fosse incastonata una pietra del Caucaso, e quella fu la prima pietra incastonata in un anello. Ma era scritto che le sofferenze di Prometeo dovessero durare finché un immortale accettasse di scendere volontariamente al Tartaro in vece sua: Eracle allora rammentò a Zeus Chirone, che desiderava rinunciare al dono dell’immortalità dal giorno in cui si era aperta nel suo ginocchio una ferita incurabile. Superato così l’ultimo ostacolo. Eracle, invocando Apollo Cacciatore, colpì al cuore l’avvoltoio con una freccia e liberò Prometeo. L’umanità cominciò allora a portare anelli in onore di Prometeo, e anche corone; poiché, appena liberato. Prometeo ricevette l’ordine di cingersi il capo con una corona di salice ed Eracle, per associarsi a lui, ne cinse una di oleastro. Zeus onnipotente pose una freccia fra le stelle come costellazione della Sagitta; e ancor oggi gli abitanti delle montagne caucasiche considerano l’avvoltoio come nemico dell’umanità. Bruciano i suoi nidi con dardi infuocati e gli tendono trappole per vendicare le sofferenze di Prometeo.

Vai a: Le dodici fatiche di Eracle: 12) La cattura di Cerbero, il guardiano infernale

ll mito di Eracle, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Le dodici fatiche di Eracle: 10) Le mandrie di Gerione

Le dodici fatiche di Eracle: 10) Le mandrie di Gerione

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Le dodici fatiche di Eracle: 9) La cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni

Decima Fatica di Eracle fu impossessarsi del bestiame di Gerione in Erizia, un’isola presso il fiume Oceano, senza richiesta né pagamento. Gerione, figlio di Crisaore e di Callirroe, una figlia del Titano Oceano, era re di Tartesso in Spagna e reputato il più forte fra gli uomini viventi. Era nato infatti con tre teste, sei braccia e tre busti che si riunivano alla vita. La mandria di Gerione, che comprendeva bestie di pelo fulvo e di straordinaria bellezza, era sorvegliata dal mandriano Eurizione, figlio di Are, e da Ortro, cane a due teste, un tempo di proprietà di Atlante e nato da Tifone e da Echidna. Nel corso del suo viaggio attraverso l’Europa, Eracle uccise molte belve feroci e, giunto infine a Tartesso, eresse un paio di colonne, l’una di fronte all’altra, sulle due rive dello stretto: una in Europa, l’altra in Africa. Alcuni dicono che i due continenti erano dapprima uniti e che Eracle li separò aprendo un canale; altri invece dicono che egli rimpicciolì il canale già esistente per impedire il passaggio di balene o altri mostri marini. Elio fece splendere i suoi raggi su Eracle, e l’eroe, che non riusciva a lavorare con tale calura, incoccò una freccia nell’arco e la scagliò contro il dio. «Questo è troppo», gridò Elio furibondo. Eracle si scusò per quello scatto d’ira e subito allentò l’arco. Per non essere da meno in fatto di cortesia. Elio imprestò a Eracle il suo nappo d’oro a forma di giglio d’acqua, perché in esso navigasse fino a Erizia. Ma il Titano Oceano, per mettere Eracle alla prova, fece beccheggiare pericolosamente il nappo sui flutti. Eracle tese di nuovo l’arco e indusse così Oceano, spaventato, a placare la tempesta. Un’altra versione dice che Eracle navigò fino a Erizia in un’urna di bronzo, servendosi della sua pelle di leone a mo’ di vela. Al suo arrivo nell’isola. Eracle salì sul monte Abante. Il cane Ortro si precipitò su di lui abbaiando, ma Eracle lo abbatté con un colpo della sua clava; ed Eurizione, il mandriano di Gerione, correndo in aiuto di Ortro, morì allo stesso modo. Eracle allora cominciò a portar via il bestiame. Menete, che faceva pascolare la mandria di Ade lì nei pressi, benché Eracle non avesse toccato le sue bestie, andò ad avvertire Gerione. Sfidato a battersi. Eracle corse finché si trovò di fianco a Gerione e gli trapassò tutti e tre i corpi con una sola freccia; ma altri dicono che rimase fermo e scoccò tre frecce in rapida successione. Era si affrettò allora in aiuto di Gerione; ma Eracle la ferì con una freccia alla mammella destra e la dea fuggì. Così Eracle si impadronì della mandria, senza richiederla né pagarla, e si imbarcò sul nappo d’oro, che restituì a Elio con molti ringraziamenti non appena giunse sano e salvo a Tartesso. Dal sangue di Gerione germogliò un albero che ogni anno, quando le Pleiadi si alzano in ciclo, dà frutti senza nocciolo simili alle ciliegie. Gerione tuttavia non morì senza discendenti: sua figlia Erizia ebbe da Ermete un figlio, Norace, che guidò un gruppo di coloni in Sardegna, ancor prima di Ilio, e colà fondò Nora, la più antica città dell’isola. Non si sa con certezza dove fosse situata Erizia, detta anche Eritrea o Eritria. Alcuni la descrivono come un’isola presso il fiume Oceano, altri la situano al largo della costa della Lusitania. Altri ancora la identificano con l’isola del Leone, oppure con un’isoletta vicina, sulla quale sorse l’antica città di Cadice e dove verdeggiavano pascoli così ricchi che il latte era tutta panna e bisognava salassare il bestiame ogni cinquanta giorni perché non fosse soffocato da eccesso di sangue. L’isoletta, sacra a Era, è chiamata o Erizia o Afrodisia. Leone, l’isola dove si trova l’attuale città di Cadice, era un tempo chiamata Cotinusa per i suoi oliveti, ma i Fenici le diedero il nuovo nome di Gadira (Cadice) ossia «città cintata». Sul promontorio occidentale sorgono il tempio di Crono e la città di Cadice; a oriente un tempio di Eracle, celebre per una sorgente che sgorga copiosa quando la marea si abbassa e pare inaridirsi quando la marea si alza. E Gerione giace sepolto nella città, pure famosa per un albero misterioso che prende via via forme diverse.

Secondo un’altra versione la mandria di Gerione non si trovava affatto su un’isola, ma sulle pendici dei monti nella parte più remota della Spagna, di fronte all’Oceano; e «Gerione» era l’appellativo di re Crisaore, che governava su tutto il territorio e aveva tre figli forti e coraggiosi i quali lo aiutarono a difendere il regno guidando ciascuno un esercito reclutato tra le genti più bellicose. Per combattere contro costoro. Eracle organizzò una grande spedizione in Creta, patria di suo padre Zeus. Prima di partire ricevette splendidi omaggi dai Cretesi e in cambio liberò la loro isola da orsi, lupi, serpenti e altri animali nocivi, e Creta non ne fu mai più infestata. Dapprima Eracle veleggiò verso la Libia, dove uccise Anteo, cacciò altre belve dal deserto e rese la terra fertile come mai lo era stata prima. Poi si recò in Egitto, dove uccise Busiride e poi marciò verso occidente, attraverso il Nordafrica, annientando le Gorgoni e le Amazzoni libiche; fondò la città di Ecatompilo, ora Capsa, nella Numidia meridionale e raggiunse l’Oceano presso Cadice. Colà innalzò
le colonne ai due lati dello stretto e, trasportata la sua armata in Spagna, si accorse che i tre figli di Crisaore, con i loro tre eserciti, erano accampati a una certa distanza gli uni dagli altri. Li affrontò separatamente e li vinse, uccidendo i capi, e infine si portò via la mandria di Gerione, affidando il governo della Spagna ai più degni degli indigeni superstiti.

Le Colonne di Eracle sono di solito identificate con il monte Calpe in Europa e Abila o Abilice in Africa. Per altri tali colonne sono due isolette presso Cadice, la più grande delle quali è sacra a Era. Gli Spagnoli e i Libici tuttavia prendono alla lettera il termine «colonne» e ritengono che si tratti delle colonne erette a Cadice in onore di Eracle, alte otto cubiti e ciascuna con inciso sopra quanto costò. Colà i marinai che sono tornati sani e salvi da un viaggio offrono sacrifici. Secondo quanto raccontano gli stessi abitanti di Cadice, il re di Tiro ricevette da un oracolo l’ordine di fondare una colonia presso le Colonne di Eracle e a tale scopo fece partire da Tiro tre spedizioni. La prima, pensando che l’oracolo alludesse ad Abila e a Calpe, sbarcò nello stretto, dove ora sorge la città di Exitani; la seconda veleggiò per circa duecento miglia oltre lo stretto, fino a un’isola sacra a Eracle di fronte alla città spagnola di Onoba; ma ambedue furono scoraggiate da presagi sfavorevoli mentre offrivano sacrifici, e tornarono in patria. La terza spedizione raggiunse Cadice dove innalzò un tempio a Eracle sul promontorio orientale e fondò la città di Cadice sul promontorio occidentale. Altri tuttavia negano che fosse Eracle a innalzare quelle colonne e affermano che Abila e Calpe furono dapprima chiamate «Colonne di Crono» e in seguito «Colonne di Briareo», un gigante il cui potere si estese fin laggiù; ma che, svanito il ricordo di Briareo (chiamato anche Egeone), furono chiamate con nuovo nome in onore di Eracle, forse perché la città di Tartesso, che sorge a cinque miglia all’incirca da Calpe, era stata fondata dall’eroe ed era anche nota come Eraclea. Ancora vi si vedono resti di grandi mura e di cantieri. Ma non dobbiamo dimenticare che in origine Eracle fu anche chiamato Briareo. Di solito si ritiene che le Colonne di Eracle fossero due; ma altri parlano di tre o di quattro. Pare che ci siano delle cosiddette Colonne di Eracle anche sulla costa settentrionale della Germania, nel Mar Nero, nell’estremità occidentale della Gallia e in India. Un tempio di Eracle sorge sul Sacro Promontorio in Lusitania, il punto più occidentale del mondo. I visitatori non possono entrare nel recinto del tempio durante la notte, perché a quell’ora vi soggiornano gli dèi. Forse, quando Eracle innalzò le colonne per segnare il limite delle acque sicuramente navigabili, questo fu il luogo che elesse. Ancora si discute sui mezzi che Eracle adottò per trasportare il bestiame a Micene. Alcuni dicono che egli riunì temporaneamente Abila con Calpe e passando su quel ponte entrò in Libia; ma secondo una versione più probabile egli attraversò il territorio dove ora sorge Abdera, una colonia fenicia, e percorse la Spagna, dove alcuni dei suoi seguaci si fermarono per fondare colonie. Nei Pirenei egli corteggiò e poi seppellì Pirene, principessa dei Bebrici, dalla quale la catena di montagne prende il nome. Si dice che laggiù sorga il Danubio, presso una città chiamata pure Pirene in onore della principessa. Eracle visitò poi la Gallia, dove abolì la barbara usanza di uccidere i forestieri, e si guadagnò tante simpatie con le sue nobili imprese che fu autorizzato a fondare una grande città cui diede il nome di Alesia, ossia «Errante», in ricordo dei suoi lunghi viaggi. I Galli ancor oggi considerano Alesia come il cuore e la città madre di tutta la loro terra (fu conquistata sotto il regno di Caligola) e si vantano di discendere dalla unione di Eracle con una principessa di eccezionale statura chiamata Galata, che lo elesse suo amante e da lui generò una razza di guerrieri. Mentre Eracle percorreva la Liguria con la mandria di Gerione, due figli di Poseidone, chiamati Ialebione e Dercino, cercarono di rubargli il bestiame e furono ambedue uccisi, A un certo punto della battaglia combattuta contro forze liguri nemiche. Eracle si trovò sprovvisto di frecce e si inginocchiò piangente, ferito ed esausto. Poiché il terreno lì attorno era tutto di soffice creta, non trovò sassi da lanciare contro il nemico (Ligie, fratello di Ialebione, era capo dei Liguri), ma infine Zeus, commosso dalle lacrime dell’eroe, coprì il cielo con una nube dalla quale piovvero pietre; e così i Liguri furono messi in fuga. Zeus pose tra le stelle l’immagine di Eracle che combatte contro i Liguri, nella costellazione detta Engonaside. Un altro ricordo di tale battaglia rimase sulla terra, e cioè la larga pianura circolare che si estende tra Marsiglia e le bocche del fiume Rodano, a circa quindici miglia dal mare, chiamata «Pianura Sassosa» perché è cosparsa di pietre grandi quanto il pugno di un uomo. Vi si trovano anche sorgenti salate. Durante la traversata delle Alpi liguri Eracle tagliò una strada dove potessero comodamente passare il suo esercito e le sue salmerie; disperse anche le bande di briganti che infestavano il passo e poi entrò nell’attuale Gallia Cisalpina e in Etruria. Soltanto dopo aver vagato a lungo in Italia, ed esser giunto in Sicilia, Eracle si accorse di avere sbagliato strada. I Romani dicono che, giunto sulle rive dell’Albula, in seguito chiamato Tevere, Eracle fu accolto da re Evandro, un esule dall’Arcadia. Alla sera attraversò il fiume a nuoto, spingendo dinanzi a sé la mandria, e si sdraiò sulla riva erbosa per riposare. In una profonda grotta, lì nei pressi, viveva un enorme e orribile pastore con tre teste chiamato Caco, figlio di Efesto e di Medusa, che era il terrore della foresta dell’Aventino e sputava fiamme da ciascuna delle sue tre bocche. Crani e membra umane erano inchiodati alle travi di sostegno della grotta, e il suolo biancheggiava delle ossa delle sue vittime. Mentre Eracle dormiva. Caco rubò due dei più bei tori della mandria e quattro manzi, che trascinò nella sua grotta tirandoli per la coda. Alle prime luci dell’alba Eracle si destò e subito si accorse che alcuni capi di bestiame erano spariti. Dopo averli cercati invano, fu costretto a riprendere il cammino col resto della mandria, ma ecco che uno dei manzi rubati muggì lamentosamente. Eracle, seguendo quel muggito, giunse alla grotta di Caco, ma la trovò sbarrata da un masso che dieci coppie di buoi avrebbero a mala pena smosso. Ciò nonostante Eracle lo spostò come se si trattasse di un ciottolo e, senza arretrare dinanzi al fumo e alle fiamme che Caco stava ora vomitando, lo agguantò e gli maciullò il viso. Con l’aiuto di re Evandro, Eracle poi innalzò un altare a Zeus, cui sacrificò uno dei tori ricuperati, e in seguito organizzò anche il proprio culto, i Romani tuttavia raccontano questa storia in modo da rivendicarne la gloria: secondo loro non fu Eracle che uccise Caco e offrì sacrifici a Zeus, ma un mandriano gigantesco chiamato Garano o Recarano, alleato di Eracle. Re Evandro governava più per i suoi meriti personali che per la sua potenza: era particolarmente stimata la sua conoscenza delle lettere che gli era stata infusa dalla madre profetessa, l’arcade Ninfa Nicostrata o Temi; essa era figlia del fiume Ladone e, pur essendo già maritata a Echeno, generò Evandro da Ermete. Nicostrata indusse Evandro ad assassinare il suo presunto padre, e, quando gli Arcadi li bandirono ambedue, venne con lui in Italia, scortata da un gruppo di Pelasgi. Colà, circa sessant’anni prima della guerra di Troia, fondarono la piccola città di Pallanzio, su una collina presso il fiume Tevere, più tardi chiamata Monte Palatino. Quel luogo era stato scelto da Nicostrata, e ben presto non vi fu in Italia un re più potente di Evandro. Nicostrata, ora chiamata Carmenta, adattò l’alfabeto pelasgico di tredici consonanti, che Cadmo aveva portato dall’Egitto, all’alfabeto latino di quindici consonanti. Ma altri affermano che fu Eracle a insegnare al popolo di Evandro l’uso delle lettere, e per questo egli viene onorato sullo stesso altare delle Muse. Secondo i Romani, Eracle liberò re Evandro dal peso di un tributo che doveva pagare agli Etruschi; uccise re Fauno, che usava sacrificare gli stranieri sull’altare di suo padre Ermete; e generò Latino, l’antenato dei Latini, dalla vedova di Fauno, oppure dalla di lui figlia. Ma i Greci sostengono che Latino era figlio di Circe e di Odisseo. Eracle, in ogni caso, soppresse l’annuale sacrificio di due uomini che erano gettati nel Tevere come offerta a Crono, e costrinse i Romani a sostituirli con due fantocci. Ancor oggi, nel mese di maggio, quando la luna è piena, la prima delle vergini Vestali, ritta sul ligneo Pons Sublicius, getta nella bionda corrente del fiume i simulacri di due vegliardi chiamati «Argivi», dipinti in bianco e fatti con giunchi intrecciati. Si crede inoltre che Eracle abbia fondato Pompei ed Ercolano; che abbia sconfitto i giganti dei Campi Flegrei presso Cuma e che abbia costruito una diga lunga un miglio attraverso il golfo Lucrino, ora chiamata strada Eraclea; su di essa fece passare la mandria di Gerione.

Si dice inoltre che Eracle si sdraiò per riposare al confine tra il territorio di Reggio e quello di Locri Epizefiri e che, disturbato dal canto delle cicale, supplicò gli dei di farle tacere. La sua preghiera fu subito esaudita e da quel giorno non si sentirono più le cicale lungo la riva reggina del fiume Alece, mentre ancora cantano allegramente lungo la riva locrese. La sera stessa un toro si staccò dal branco e, tuffatesi nel mare, nuotò sino alla Sicilia. Eracle, inseguendo il toro, lo trovò tra il bestiame di Erice, re degli Elimi, figlio di Afrodite e di Bute. Erice, che era ottimo pugile e lottatore, lo sfidò a un combattimento in cinque riprese. Eracle accettò la sfida, alla condizione che Erice avrebbe messo in palio il suo regno contro il toro fuggito dalla mandria di Gerione, e vinse le prime quattro riprese; infine sollevò Erice alto sulle braccia, lo scaraventò a terra e lo uccise, e così insegnò ai Siciliani che chi è nato da una dea non è sempre immortale.
Eracle vinse dunque il regno di Erice e lo lasciò agli abitanti del luogo, perché ne godessero finché uno dei suoi discendenti non si presentasse per rivendicarlo. Altri dicono che Erice (il luogo dove egli lottò con Eracle ancora si vede) aveva una figlia chiamata Psofide che generò a Eracle due figli: Echefrone e Promaco. Condotti sull’Erimanto, essi gli diedero il nuovo nome di Psofide in onore della madre, e colà innalzarono il tempio ad Afrodite Ericina, di cui oggi rimangono soltanto le rovine. I santuari eroici di Echefrone e Promaco hanno da lungo tempo perduto la loro importanza, e Psofide è di solito considerata figlia di Xanto, nipote di Arcade. Proseguendo il suo viaggio attraverso la Sicilia, Eracle giunse al luogo dove ora sorge la città di Siracusa; colà offrì sacrifici e istituì una festa annuale presso la sacra gola del Ciane, dove emerse Ade per trascinare Core negli Inferi. Per coloro che lo onorano nella piana di Lentini, Eracle lasciò imperituri segni della sua visita. Presso la città di Agirlo, le impronte degli zoccoli del suo bestiame si impressero su una strada lastricata come se la pietra fosse cera; e considerando quel prodigio come una promessa di immortalità, Eraòle accettò dagli indigeni gli onori divini che sino a quel giorno aveva costantemente rifiutati. Poi, in segno di riconoscenza per tanti omaggi, scavò un lago di quattro stadi di circonferenza all’esterno delle mura, e innalzò i santuari di Iolao e di Gerione. Ritornando verso l’Italia per seguire un’altra strada che lo conducesse in Grecia, Eracle guidò la mandria lungo la costa orientale fino al promontorio Lacinie. Il re di quel territorio, Lacinie, si vantò in seguito di aver messo in fuga Eracle. Ma in verità egli si limitò a innalzare un tempio ad Era e a quella vista Eracle partì disgustato. Sei miglia più oltre uccise incidentalmente un certo Crotone, lo seppellì con tutti gli onori e profetizzò che, in tempi futuri, lì sarebbe sorta una grande città che avrebbe avuto il nome dell’ucciso. La profezia di Eracle si avverò dopo la sua divinizzazione: egli apparve in sogno a uno dei suoi discendenti, l’argivo Miscelo, minacciandolo di terribili punizioni se non avesse guidato un gruppo di coloni in Sicilia per fondarvi una città; e quando gli Argivi erano sul punto di condannare a morte Miscelo per aver contravvenuto alla loro legge contro l’emigrazione. Eracle miracolosamente tramutò tutti i sassolini neri del voto in sassolini bianchi. Eracle allora propose di guidare la mandria di Gerione attraverso l’Istria fino all’Epiro e di là nel Peloponneso passando per l’istmo. Ma quando fu sulle rive del golfo Adriatico, Era mandò un tafano che fece impazzire la mandria, spingendola nella Tracia e nel deserto scitico. Eracle si lanciò all’inseguimento e in una fredda notte tempestosa si avvolse nella pelle del leone e cadde addormentato sulla pendice di una collina. Quando si destò, vide che le cavalle del suo cocchio, che egli aveva lasciate libere di pascolare, erano sparite anch’esse. Eracle vagò in lungo e in largo alla ricerca delle cavalle finché raggiunse la boscosa regione di Ilea dove uno strano essere, metà donna e metà serpente, gli lanciò un richiamo dalla sua grotta. Essa si era impadronita delle cavalle e si disse disposta a restituirle se Eracle fosse divenuto il suo amante. Eracle acconsenti, sebbene con una certa riluttanza e la baciò tre volte. Al che la donna con la coda di serpente lo abbracciò con passione e quando, finalmente, egli fu libero di andarsene, gli chiese: «Che ne farò dei tre figli che ora porto nel mio seno? Quando saranno cresciuti debbo tenerli in questa terra dove io sono padrona, oppure mandarli da tè?» «Quando saranno cresciuti fai bene attenzione», rispose Eracle, «e se uno di essi tenderà l’arco così, come ora lo tendo io, e si cingerà i fianchi con questa cintura, così come ora io me ne cingo, eleggilo re di questo paese.» Dicendo tali parole le diede uno dei suoi due archi e la sua cintura che aveva un nappo d’oro appeso alla fibbia; poi proseguì il suo cammino. La donna ebbe tre gemelli che chiamò Agatirso, Gelone e Scita. I due primi si rivelarono impari al compito assegnato dal loro padre e la donna-serpente li scacciò; ma Scita riuscì in ambedue le prove e gli fu concesso di rimanere. Egli divenne così il capostipite di tutti i re sciti che da quel giorno hanno un nappo d’oro appeso alla cintura. Altri invece dicono che Zeus e non Eracle si giacque con la donna-serpente e che, quando i tre figli generati da lei furono in età di governare il paese, 1asciò cadere dal cielo quattro doni d’oro; un aratro, un giogo, un’ascia e una coppa. Agatirso corse per il primo a raccogliergli, ma appena si fu avvicinato gli oggetti presero fuoco e gli bruciarono le mani. La stessa sorte toccò a Gelone. Ma quando Scita si fece avanti, subito il fuoco si placò; egli si portò a casa i quattro doni e i suoi fratelli acconsentirono a cedergli il trono. Eracle, ritrovate le sue cavalle e gran parte della mandria dispersa, guadò il fiume Strimone gettandovi dentro dei massi a mo’ di diga, e non incappò in altre avventure finché il gigantesco mandriano Alcioneo, che si era impossessato dell’istmo di Corinto, fece rotolare un pezzo di roccia sull’esercito di nuovo riunitesi al seguito di Eracle, sfasciando dodici cocchi e uccidendo un numero doppio di uomini. Egli era quell’Alcioneo che rubò due volte i sacri bovini di Elio, da Erizia e dalla cittadella di Corinto. Scagliata la prima roccia ne afferrò un’altra e la scagliò contro Eracle che la rimandò indietro con un colpo della sua clava e uccise il Gigante; quella roccia ancora si vede sull’istmo.

Vai a: Le dodici fatiche di Eracle: 11) I pomi d’oro delle Esperidi

ll mito di Eracle, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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