Il mito di Prometeo

Il mito di Prometeo

Il racconto del mito di Prometeo è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 9: Prometeo – Il dono del fuoco.

Da un’unione tra il Mare e i suoi Fiumi nacquero le Nereidi. Non esistevano però uomini mortali; finché Prometeo, figlio di Giapeto, con il consenso della dea Atena, non li formò a immagine e somiglianza degli dei impastando la creta con l’acqua del Panopeo, fiume della Focide; e Atena soffiò in essi la vita.

Prometeo, il creatore del genere umano, che taluni includono nel numero dei Titani, era figlio della Ninfa Climene e del Titano Eurimedonte, oppure di Climene e Giapeto; suoi fratelli erano Epimeteo, Atlante e Menezio. II Gigante Atlante, il maggiore dei fratelli conosceva tutto quanto si cela negli abissi del mare; il suo regno si estendeva lungo una zona costiera scoscesa, più vasta che l’Asia e l’Africa messe assieme. La terra di Atlante giace al di là delle Colonne di Eracle e una catena di isole feraci la separa da un continente più lontano, che non è unito ai nostri. Il popolo di Atlante ha canalizzato e coltivato un’enorme pianura centrale, irrigata dalle acque delle colline che la cingono da ogni lato, salvo per un breve tratto aperto verso il mare. Costruirono anche palazzi, terme, campi sportivi, grandi opere portuali e templi; e fecero guerra non soltanto ai popoli del continente occidentale, ma anche ai popoli d’Oriente, fino alle terre d’Egitto e d’Italia. Gli Egiziani dicono che Atlante fosse figlio di Poseidone e che le sue cinque coppie di fratelli gemelli giurassero lealtà sul sangue di un toro sacrificato; e dicono che dapprima fossero molto virtuosi, portando con saggezza il peso della loro enorme ricchezza in oro e in argento. Ma un giorno si lasciarono vincere dall’avidità e dalla crudeltà e, col permesso di Zeus, gli Ateniesi, da soli, riuscirono a sconfiggerli distruggendo la loro potenza. Nello stesso tempo, gli dei scatenarono un diluvio che, in un giorno e in una notte, allagò l’intera Atlantide tanto che i porti e i templi furono sommersi dal fango e il mare divenne impraticabile. Atlante e Menezio, che scamparono al disastro, si unirono allora a Crono e agli altri Titani spalleggiandoli nella loro sciagurata guerra contro gli dei olimpi. Zeus uccise Menezio con una folgore e lo mandò nel Tartaro, ma risparmiò Atlante che condannò invece a portare il Cielo sulle spalle per l’eternità.

Atlante era il padre delle Pleiadi, delle Iadi e delle Esperidi, e tenne sempre il Cielo sulle spalle, salvo per il breve periodo in cui Eracle lo alleviò di quel peso. Taluni dicono che Perseo pietrificò Atlante trasformandolo nel monte Atlante, quando gli mostrò la testa di Medusa; ma dimenticano che Perseo era notoriamente un lontano antenato di Eracle.

Prometeo, che era più saggio di Atlante, previde come sarebbe finita la rivolta dei Titani e preferì dunque schierarsi dalla parte di Zeus, inducendo Epimeteo a imitare il suo esempio. Prometeo era, in verità, il più intelligente della sua razza; aveva assistito alla nascita di Atena dalla testa di Zeus e la dea stessa gli insegnò l’architettura, l’astronomia, la matematica, la medicina, l’arte di lavorare i metalli, l’arte della navigazione e altre utilissime, che egli poi a sua volta insegnò ai mortali. Ma Zeus, che aveva deciso di distruggere l’intero genere umano, ed era stato distolto da tale proposito soltanto dall’intervento di Prometeo si irritò nel vedere gli uomini divenire sempre più esperti e potenti. Un giorno, nella piazza di Sicione, si accese una discussione a proposito delle parti di un toro sacrificato che si dovevano offrire agli dei, e delle parti che gli uomini potevano riservare per sé. Prometeo fu invitato a fare da arbitro. Egli allora scucì e smembrò il toro e ricucì la sua pelle in modo da formarne due grandi sacche, che riempì con le varie parti dell’animale. Una sacca conteneva tutta la carne, ma ben nascosta sotto
lo stomaco, che è il boccone meno appetitoso, e l’altra conteneva le ossa, nascoste sotto un bello strato di grasso. Quando le presentò a Zeus perché scegliesse l’una o l’altra. Zeus si lasciò trarre in inganno e scelse la sacca con il grasso e le ossa (che da quel giorno rimasero la porzione degli dei) ma punì Prometeo, che rideva di soppiatto, privando gli uomini del fuoco. «Che mangino la loro carne cruda!» gridò. Prometeo si recò subito da Atena e ottenne che essa lo facesse entrare di nascosto nell’Olimpo. Appena giunto, accese una torcia al divampante carro del Sole e ne staccò una brace ardente, che pose poi entro il cavo di un gigantesco gambo di finocchio. Spenta la torcia, sgattaiolò via senza che alcuno lo vedesse e ridonò il fuoco al genere umano . Zeus giurò di vendicarsi. Ordinò a Efesto di fabbricare una donna di creta, ai quattro venti di soffiare in essa la vita, e a tutte le dee dell’Olimpo di adornarla. Codesta donna, Pandora, fu la più bella del mondo e Zeus la mandò in dono a Epimeteo, scortata da Ermes. Ma Epimeteo, che era stato ammonito da suo fratello di non accettare doni da Zeus, cortesemente rifiutò. Sempre più infuriato. Zeus fece incatenare Prometeo, nudo, a una vetta del Caucaso, dove un avido avvoltoio gli divorava il fegato tutto il giorno, un anno dopo l’altro; e il suo tormento non aveva fine, poiché ogni notte (mentre soffriva crudelmente per i morsi del freddo) il fegato gli ricresceva. Zeus, non volendo ammettere di aver dato sfogo al suo desiderio di vendetta, cercò di giustificare la propria crudeltà facendo circolare una falsa voce: e cioè che Atena aveva invitato Prometeo sull’Olimpo per un segreto convegno amoroso. Epimeteo, angosciato per la sorte di suo fratello, si affrettò a sposare Pandora, che per volontà di Zeus era stupida, malvagia e pigra quanto bella. Subito essa aprì il vaso che Prometeo aveva affidato a Epimeteo raccomandandogli di tenerlo chiuso, e nel quale si trovavano tutte le Pene che possono affliggere l’umanità: la Vecchiaia, la Fatica, la Malattia, la Pazzia, il Vizio e la Passione. Subito esse volarono via a stormo e attaccarono i mortali. Ma la fallace Speranza, che Prometeo aveva pure chiuso nel vaso, li ingannò con le sue bugie ed evitò così che tutti commettessero suicidio.

ll mito di Prometeo, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Recensione: Prometeo – Il dono del fuoco

Recensione: Prometeo – Il dono del fuoco

Dal risvolto di copertina: “Ingegnoso e ribelle, il Titano che “pensa prima di agire”, è incatenato a una rupe per aver donato il fuoco all’umanità. Così il mito ce l’ha consegnato. Cosa lo condannò a tale supplizio? L’ira di Zeus sa essere impietosa e un’azione scellerata come quella di Prometeo, che preferì l’uomo alla divinità, merita una punizione esemplare: legato a una roccia, tormentato da un’aquila intenta a dilaniargli il fegato quotidianamente rigenerato. Un tormento che ci ricorda i futuri martirii; per questo Prometeo potrebbe, a ragione, essere accostato a chi per un’idea, un valore, un diritto da difendere non ha esitato a ribellarsi all’autorità. Un personaggio mitico che si fa storia, e con le sue azioni, attraverso le parole di chi l’ha narrato – da Eschilo a Shelley, fino a Leopardi, Kafka e oltre – accompagna anche noi oggi, impegnati a rifuggire tiranni e castighi mortali.”

Dall’introduzione di Giulio Guidorizzi: “Il mito di Prometeo sembra suggerire l’idea che disobbedienza e inganno siano necessari all’ordine del mondo. Sarebbe infatti stato radicalmente diverso il mondo, se Prometeo non avesse almeno due volte ingannato Zeus: sia rubando il fuoco per donarlo agli uomini, sia imbrogliandolo nel dividersi una vittima e inventando così il sacrificio, l’atto religioso fondamentale grazie al quale il cibo degli uomini sarà la carne, e quello degli dèi il fumo e le ossa dell’animale. Il “peccato” di Prometeo è la hybris, la sfida contro il potere divino: atto straordinario che lo ha reso, nel corso dei secoli, simbolo della lotta dell’umanità per affrancarsi dalle sue catene e per affermare la propria dignità.”

Oltre alla narrazione del mito, il volume contiene anche approfondimenti sulla sua fortuna nel corso dei secoli, in tutte le forme artistiche: letteratura (con una ricca antologia di testi classici sul mito), pittura, teatro, cinema. Inoltre vi è una tavola genealogica, e un ricco apparato bibliografico e sitografico. Il volume su Prometeo è curato da Maria Pia Pattoni, professore di letteratura greca presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui gli ultimi volumi pubblicati.

L’intera collana di trenta volumi è a cura di Giulio Guidorizzi. Guidorizzi è grecista, traduttore, studioso di mitologia classica e antropologia del mondo antico. Ha scritto numerosi libri sulla mitologia. Noi vi consigliamo, per iniziare, il suo bellissimo Il mito greco (in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2012). Qui una lista di suoi volumi sul mito greco.

Il racconto del mito di Prometeo.
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Recensione a Frammenti di Telegonia dell’Anonimo di Chio

Recensione a Frammenti di Telegonia dell’Anonimo di Chio

La recensione del volume Frammenti di Telegonia è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 6: Ulisse – Il viaggio della ragione.

Prima di leggere qui, se non l’hai ancora fatto, vai alla presentazione del volume Frammenti di Telegonia, che racconta la storia del figlio di Odisseo e della Maga Circe.

La pagina facebook MITOLOGIA IN PILLOLE (iscrivetevi, ne vale la pena!) ha recensito i Frammenti di Telegonia. Grazie mille a Ludovico Baù per questo scritto! 🙂

“Il più grande dispiacere per un amante della mitologia è immaginare i numerosi racconti perduti nel corso della storia, miti che non sono sopravvissuti all’inesorabile scorrere del tempo e giacciono nel dimenticatoio. Da ciò ne deriva che la gioia più grande viene dal ritrovamento di testi mitici pensati perduti per sempre, questo è ciò di cui oggi parlerò in questa sede.
La figura di Telegono, figlio di Odisseo e della Maga Circe, ci è nota attraverso il ricordo della Telegonia di Eugammone di Cirene (VI sec. a. C.) andata persa.
La tragica storia di questo eroe sarebbe rimasta nell’oblio se non fossero stati rinvenuti dei fascicoli ottocenteschi attribuiti a un “Anonimo di Chio” dove si racconta, attraverso il linguaggio epico, di Telegono e dei personaggi a lui strettamente collegati come l’amico Elato e la sacerdotessa delle Esperidi Talia.
Il testo che la casa editrice Ericlea propone è scritto in forma di frammenti i quali riprendono gli avvenimenti più importanti del mito di cui Telegono è protagonista. Non intendiamo soffermarci eccessivamente sulla trama poiché questa è la tipica storia che per essere apprezzata a pieno va scoperta, un riassunto diminuirebbe il piacere della lettura. Abbiamo deciso quindi di mettere in evidenza i topos del mito che sono: Il grande VIAGGIO attraverso le isole della Grecia, l’AMICIZIA come legame che non può essere sciolto da nessun male, la PAURA della morte che attanaglia ogni essere mortale e la RICERCA (non vi diciamo di cosa). Questo libro mi ha fatto provare le stesse sensazioni di quando, quasi per gioco, mi misi a leggere l’Odissea anni addietro: il testo è riuscito a riportarmi in un’ passato arcaico e magico dove uomini e dei camminavano sulla terra e condividevano piaceri e dolori, anche se per poco tempo quei piaceri e dolori li ho provati anche io. Vi è una tragicità unica in questa narrazione per quanto riguarda il panorama greco che ho ritrovato solo nell’antica epopea sumera di Gilgamesh. Ho molto apprezzato la lettura di “FRAMMENTI DI TELEGONIA” e spero che questa recensione faccia nascere in voi la curiosità di avventurarvi tra le sue pagine. Avere per le mani un racconto pensato perduto fino a poco tempo fa non è cosa da tutti i giorni e vi assicuro che suscita forti emozioni. Se deciderete di leggere il testo e vorrete condividere le vostre riflessioni, i ragionamenti e le impressioni nei commenti ne saremmo molto felici.” (
Copyright Ludovico Baù e pagina fb Mitologia in pillole). 

Il volume è acquistabile qui.
Il sito della Casa Editrice Ericlea.
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Telegono, il figlio di Odisseo e della Maga Circe

Telegono, il figlio di Odisseo e della Maga Circe

Frammenti di Telegonia, Andreas Barella, Anonimo di Chio, Casa Editrice EricleaLa presentazione del volume Frammenti di Telegonia è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 6: Ulisse – Il viaggio della ragione.

Care amiche, cari amici, a conclusione dei post su Odisseo, siamo molto felici di presentarvi il primo volume nella collana ANONIMO DI CHIO della Casa Editrice Ericlea, che parla proprio del figlio che Odisseo ha avuto assieme alla Maga Circe e che tanto spazio ha nella profezia sul futuro del re di Itaca, profezia pronunciata da Tiresia nell’Ade (vedi qui, se non ricordi l’episodio).

Lasciamo la parola al curatore della collana, il Dr. phil. I Andreas Barella, che ci presenta la genesi di questo progetto. Ringraziamo la Casa Editrice per il permesso di pubblicare l’estratto.

DALLA PREFAZIONE AL VOLUME: “Nella primavera di un paio di anni fa partii in vacanza con un amico. Si trattava di un viaggio di svago per ridonare linfa a un’amicizia da troppo tempo negletta. Ma era anche un viaggio di studio, di ricerca di immagini e atmosfere mitologiche. La meta era il Mar Egeo e le sue isole, soprattutto quelle orientali al confine con la Turchia. La scoperta dei quaderni all’origine di questo libretto è avvenuta grazie a un incontro fortuito sull’isola di Chio, la supposta terra natale di Omero. Una anziana signora ci ospitò nella sua casa dopo che eravamo stati colti dalla notte nell’entroterra durante una gita fra i monasteri che punteggiavano le colline. In gioventù la donna era emigrata in Inghilterra e parlava un po’ di inglese. Morto il marito era tornata sulla sua isola, nell’antica casa di famiglia dove ci ospitava con squisita gentilezza e generosità.

Ci mostrammo appassionati di mitologia. Colpita dal nostro amore per Omero ci narrò di un curioso personaggio di cui le parlava la nonna. Un viaggiatore, forse inglese forse prussiano, che sua nonna chiamava in turco Deli Amca, “il vecchio pazzo” e che proprio in quella casa aveva vissuto e dove, dopo lunghi incontri con anziani narratori dell’isola e della terraferma vicina, aveva riempito una serie impressionante di quaderni. Incuriositi le chiedemmo di cosa parlassero. Lei ci rispose che si trattava di storie che il vecchio raccontava la sera a sua nonna e a sua madre bambina, accompagnandole con la lira. Chiedemmo che fine avessero fatto quaderni e strumento e lei allargò le braccia, rispose che non sapeva se esistessero ancora. Da bambina ricordava di averli visti accantonati su vecchi scaffali in una piccola stanza abbandonata.

La mattina dopo andammo a cercarli. La camera del vecchio c’era ancora: nessuna traccia della lira ma il locale era pieno di quaderni di pessima qualità, ingialliti. Alcuni in buono stato, altri rovinati dall’umidità del contatto con i muri, altri si intravvedevano sotto un sottile strato di intonaco, utilizzati chissà quando e da chissà chi per isolare la parete meno esposta al sole, altri ancora erano stipati in due valige di pelle che dovemmo forzare in quanto le cerniere erano talmente arrugginite da impedire l’apertura. Anche se parziale, si trattava pur sempre di una scoperta straordinaria: 108 quaderni di 96 pagine ciascuno (82 in buone condizioni, 16 ricuperabili, 10 in stato pessimo) e il ricordo della nostra squisita ospite di almeno altrettanti fascicoli finiti chissà dove e che stiamo tentando di rintracciare.

Nei tomi scritti in esametri in greco antico, con ampi inserti in greco moderno e in turco, con note marginali in inglese, in tedesco e in francese, vergati con una calligrafia minuta e precisa, centinaia di episodi mitologici collegati uno all’altro da migliaia di rimandi numerici specifici (inseriti a margine nella forma: n° volume, n° pagina) ad altri episodi in una rete infinita di possibilità di narrazione.

Chi era questo Pseudo-Omero, Deli Amca, il vecchio pazzo o, come lo abbiamo chiamato in copertina, questo Anonimo di Chio? Per ora possiamo solo fare supposizioni. La nostra idea è che si trattasse di un erudito appassionato di mitologia che, forse a seguito della scoperta delle rovine di Troia e di Micene da parte di Heinrich Schliemann negli anni 70 del 1800, si fosse trasferito in Grecia e abbia appreso (da chi? dove?) a narrare oralmente le storie in seguito raccolte nei quaderni. Il vecchio si era forse ritirato a Chio per mettere in forma scritta i racconti uditi nel suo peregrinare. Filologi e mitologi stanno, con meraviglia, approfondendo lo studio dei fascicoli. Una versione critica vedrà verosimilmente la luce nei prossimi anni. I manoscritti sono a disposizione, presso la casa editrice, degli esperti interessati.

Non volevamo però attendere così a lungo per presentare queste storie. Quella che pubblichiamo nelle prossime pagine, senza nessuna velleità filologica, è una libera traduzione e arrangiamento di alcuni frammenti di una vicenda appassionante e che ha come protagonista Telegono, il “nato lontano da casa”, il figlio di Odisseo e della maga Circe. Le sue vicende sono pescate un po’ qua e un po’ là nei quaderni, distillate e senza rinvii ad altre storie. Nei manoscritti vi sono circa 200 rimandi che collegano la storia di Telegono a vicende note e meno note del corpus mitologico classico. A volte abbiamo dovuto scegliere una versione a scapito di una o due altre, in alcune occasioni le indichiamo alla fine del capitolo corrispondente; non sempre però, in modo da non appesantire la lettura. Si tratta, appunto, di frammenti. Come di frammenti si parla quando si cita la Telegonia di Eugammone di Cirene, composta nel sesto secolo avanti Cristo: che il nostro cantore abbia utilizzato la narrazione perduta di questa opera? Anche questo è un mistero che attende risposta.

Un’ultima considerazione: abbiamo deciso per una traduzione in prosa per rendere maggiormente accessibile il testo, cercando di mantenere il ritmo e lo stile poetico dei quaderni. Ci siamo imbattuti in diverse contraddizioni che lasciamo ai lettori individuare, come in una specie di caccia al tesoro: si tratta principalmente di differenze negli appellativi degli dèi e dei protagonisti, dovuti a fonti diverse che poi durante la narrazione orale venivano presumibilmente adeguati dal narratore, ma che nei quaderni presentano incongruenze anche notevoli. Un esempio è l’appellativo di Telegono, che viene chiamato “giovane” in episodi verso la fine delle sue avventure. Abbiamo però deciso di mantenere queste contraddizioni in quanto proprie del racconto orale. In futuro (maggiori dettagli nelle note tra i capitoli e alla fine del volume) presenteremo anche altri racconti e cicli narrativi contenuti in questo meraviglioso regalo che il Destino, o la Musa, ci ha voluto destinare.” (COPYRIGHT ©2019 CASA EDITRICE ERICLEA e ANDREAS BARELLA. Questo testo può essere utilizzato solo citando la fonte e l’autore.)

Il volume è acquistabile qui.
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Il mito di Medea

Il mito di Medea

Il racconto del mito di Medea è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 8: Medea – La condizione femminile.

Dalla passione all’odio – Medea è una delle figure mitiche più note e presenti nell’immaginario e nelle testimonianze antiche: prigioniera della propria passione d’amore e vittima, al tempo stesso, del pregiudizio di chi la considera maga e straniera, Medea si macchia del crimine più orrendo che una madre può compiere, l’uccisione dei propri figli, divenendo il simbolo estremo di una femminilità negata.

Medea è figlia di Eeta, a sua volta figlio del Sole e re della Colchide, una regione agli estremi confini del mondo greco, sul Mar Nero – e di Ecate, la dea dell’Oltretomba e delle notti di luna piena. Tali legami con il Sole e con gli Inferi fanno di Medea una figura particolare, dotata di straordinari poteri magici. Nelle stanze segrete del suo palazzo reale la giovane Medea custodisce filtri e pozioni di ogni tipo. Le sue vicende sono legate all’avventura di un eroe greco, Giasone. Partito dalla Tessaglia per conquistare il vello d’oro, un simbolo di potere e di ricchezza, custodito proprio nella regione su cui regna Eeta, Giasone è obbligato a compiere questa difficile impresa dallo zio Pelia, che ha usurpato il trono di Esone, suo fratello e padre di Giasone.

Giasone chiama a raccolta i migliori eroi della Grecia, costruisce la nave Argo e parte per la spedizione. Dopo aver superato diverse avventure, arriva finalmente in Colchide ma Eeta intende consegnargli il vello d’oro solo se l’eroe supererà una durissima prova: aggiogare dei buoi che spirano fiamme, arare con essi un immenso campo seminando denti di drago e uccidere i guerrieri nati da quei denti. Giasone è disperato ma Medea, che si è innamorata a prima vista dell’eroe, decide di aiutarlo. Tra l’onore, che salvaguarderebbe restando fedele al padre, e la passione che nutre per l’uomo venuto da lontano sceglie quest’ultima, donando a Giasone filtri magici che lo rendono invincibile. Eeta è furioso e non vuole concedere il vello d’oro a Giasone. Medea, però, addormenta il drago che lo custodisce e se ne impossessa. A questo punto decide di fuggire in Grecia con Giasone: seguirà il suo impulso d’amore lasciando patria e famiglia.

Inizia così una serie di episodi tragici che vedono Medea protagonista tanto disperata quanto feroce. Il fratello Apsirto, mandato da Eeta a inseguire i fuggiaschi, viene attirato in un tranello e ucciso dai due. Giunta finalmente in Tessaglia, Medea vorrebbe aiutare Giasone a conquistare il potere, e convince le figlie di Pelia a fare a pezzi il proprio padre per poi bollirlo in un calderone magico, allo scopo di ringiovanirlo. È un altro inganno: ma l’orribile fine di Pelia convince Acasto, suo figlio, a cacciare dal paese Giasone e Medea, che si recano nella città di Corinto, in esilio.

Qui i due hanno dei figli e conducono una vita serena, fino al giorno in cui il re Creonte propone a Giasone di sposare sua figlia ed ereditare così il trono.

La Medea di Euripide e di Seneca – L’ultima parte del mito di Medea costituisce la trama di due delle più note opere teatrali antiche, ancora oggi tra le più rappresentate: la Medea di Euripide e quella dello scrittore e filosofo latino Lucio Anneo Seneca.

Giasone accetta in sposa la figlia di Creonte, e Medea non può opporsi alla decisione. In un attimo Medea vede crollare tutto ciò che faticosamente e dolorosamente aveva costruito; vede trasformarsi in odio fatale l’infuocata passione che nutriva per Giasone. Creonte, preoccupato per la possibile vendetta della donna, le ordina di lasciare immediatamente la città. Medea però riesce a ottenere un giorno di tempo. È il giorno in cui darà sfogo al suo odio. Innanzitutto invia alla promessa sposa un dono nefasto: un velo bellissimo che però, indossato, avvolge la giovane in un fuoco mortale. Creonte pure muore nel tentativo di salvare la figlia, ma a Medea tutto ciò non basta. Deve compiere una vendetta inesorabile, inaudita, troncando l’ultimo legame con l’uomo che l’ha tradita: dopo averli abbracciati per l’ultima volta, uccide i figli e fugge nel cielo sul cocchio del Sole. Nelle due opere che mettono in scena queste ultime vicende di Medea emergono innumerevoli temi e spunti di riflessione. In particolare: il rapporto fra i sessi, il contrasto fra amore e convenienza, i pregiudizi sugli stranieri, nella Medea di Euripide; il mondo ingannevole della magia e il baratro fatale in cui l’uomo è condotto dall’odio, nell’opera di Seneca.

Riassunto del mito di Medea adattato dall’enciclopedia Treccani (versione per ragazzi).

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