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Le dodici fatiche di Eracle: 7) Il toro di Creta; 8) Le cavalle carnivore di Diomede

Le dodici fatiche di Eracle: 7) Il toro di Creta; 8) Le cavalle carnivore di Diomede

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Le dodici fatiche di Eracle: 5) Le stalle di Augia; 6) Gli uccelli della palude di Stinfalo

Euristeo ordinò a Eracle, come sua settima Fatica, di catturare il toro di Creta; ma ancora si discute se si trattava del toro inviato da Zeus e che trasportò Europa fino a Creta, oppure dell’altro, che Minosse si rifiutò di sacrificare a Poseidone e che generò il Minotauro in Pasifae. A quel tempo devastava la terra cretese e specialmente la regione bagnata dal fiume Tetride, sradicando le piante e abbattendo i muri degli orti. Quando Eracle veleggiò verso Creta, Minosse gli offrì ogni aiuto in suo potere, ma Eracle preferì catturare il toro da solo, benché l’animale sputasse fiamme dalle nari. Dopo un’aspra lotta Eracle riportò il toro a Micene, dove Euristeo, dedicandolo a Era, lo rimise in libertà. Era tuttavia, considerando odioso un dono che le ricordava la gloria di Eracle, guidò il toro dapprima a Sparta e poi di nuovo attraverso l’Arcadia e oltre l’istmo sino a Maratona in Attica, donde poi Teseo lo trascinò ad Atene per sacrificarlo ad Atena. Tuttavia molti ancora negano l’identità tra il toro di Creta e quello di Maratona.

Euristeo ordinò a Eracle, come sua ottava Fatica, di catturare le quattro cavalle selvagge del tracio re Diomede (non si sa con certezza se egli fosse il figlio di Are e di Cirene, oppure se fosse nato dall’incestuoso amplesso di Asteria col fratello Atlante) che governava sui bellicosi Bistoni. Le sue stalle, poste nella ormai scomparsa città di Tirida, erano il terrore di tutta la Tracia. Diomede infatti teneva le sue cavalle legate con catene di ferro a mangiatoie di bronzo, e le nutriva con la carne dei suoi ospiti ignari. Un’altra leggenda vuole che si trattasse di stalloni e non di cavalle, ed elenca i loro nomi: Podargo, Lampone, Xanto e Dino. Con un piccolo gruppo di volontari. Eracle veleggiò verso la Tracia e si fermò a Fere a far visita al suo amico re Admeto. Giunto a Tirida sopraffece gli stallieri di Diomede e condusse le cavalle sulla riva del mare, dove le lasciò in custodia al suo amante Abdero e tornò indietro ad affrontare i Bistoni che si erano lanciati all’inseguimento. I Bistoni erano molto più numerosi, ma Eracle riuscì ad assicurarsi la vittoria con l’astuzia: tagliò infatti un canale e l’acqua del mare invase la bassa pianura. Fuggirono i Bistoni, terrorizzati. Eracle li raggiunse, stese al suolo Diomede con un colpo della sua clava, ne trascinò il corpo lungo le rive del lago artificiale e lo gettò alle cavalle, che divorarono la carne ancora palpitante. Placata così la loro fame, poiché durante l’assenza di Eracle avevano già divorato Abdero, l’eroe riuscì a domarle senza fatica. Secondo un’altra leggenda Abdero, benché nato a Opunte nella Locride, era al servizio di Diomede. Alcuni lo dicono figlio di Ermete, altri figlio dell’amico di Brade, l’opunzie Menezio, e dunque fratello del Patroclo che cadde a Troia. Dopo aver fondato la città di Abdera presso la tomba di Abdero, Eracle aggiogò al cocchio di Diomede le cavalle, che fino a quel giorno non avevano mai conosciuto morso o briglia. Poi le guidò a grande velocità attraverso le montagne, finché raggiunse Micene, dove Euristeo dedicò le cavalle a Era e le lasciò pascolare libere sull’Olimpo. Pare che fossero in seguito divorate da bestie feroci, ma altri affermano che sopravvissero fino alla guerra di Troia e fors’anche fino ai tempi di Alessandro Magno. Le rovine del palazzo di Diomede ancora si vedono a Cartera, e ad Abdera si celebrano giochi in onore di Abdero; tali giochi comprendono le solite gare, salvo la corsa dei cocchi. Taluni infatti dicono che Abdero fu ucciso quando le cavalle rovesciarono il cocchio al quale egli le aveva attaccate.

Vai a: Le dodici fatiche di Eracle: 9) La cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni

ll mito di Eracle, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

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Le dodici fatiche di Eracle: 5) Le stalle di Augia; 6) Gli uccelli della palude di Stinfalo

Le dodici fatiche di Eracle: 5) Le stalle di Augia; 6) Gli uccelli della palude di Stinfalo

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Le dodici fatiche di Eracle: 3) La cerva di Cerinea; 4) Il cinghiale Erimanzio

Quinta Fatica di Eracle fu di ripulire in un solo giorno le sozze stalle di Augia. Euristeo con gioia maligna già si immaginava Eracle costretto a raccogliere lo sterco in canestri e a portarseli via sulle spalle. Augia, re di Elide, era figlio di Elio o Eleo e di Naupiadama, una delle figlie di Anfidamante, benché altri pensino che sua madre fosse Ifiboe e altri ancora lo dicano figlio di Poseidone. In greggi e mandrie era l’uomo più ricco della terra; poiché, per divino favore, le sue bestie erano immuni da malattie e prodigiosamente fertili, né mai abortivano. Sia vacche sia pecore generavano quasi sempre femmine, tuttavia Augia possedeva trecento tori neri dalle candide zampe e duecento stalloni di pelo fulvo; inoltre, dodici eccezionali tori bianco-argentei sacri a suo padre Elio. Questi dodici tori difendevano le mandrie dall’assalto delle bestie feroci che a volte scendevano dalle boscose colline. Ora, per molti anni nessuno aveva mai ripulito dallo sterco le stalle e gli ovili di Augia e, benché il puzzo nefasto non fosse nocivo per le bestie, fece scoppiare una pestilenza nell’intero Peloponneso. Inoltre, le valli dove le mandrie pascolavano erano coperte da uno strato di sterco così alto che non si poteva più ararle per seminarvi il grano. Eracle chiamò Augia da lontano e gli propose di ripulirgli le stalle prima del calar del sole in cambio di un decimo del suo bestiame. Augia rise incredulo, e convocò Fileo, il suo figliolo maggiore, perché fosse testimone della proposta di Eracle. «Giura allora di compiere questa impresa prima del calar del sole», disse Fileo. Il giuramento che Eracle pronunciò in nome di suo padre fu il primo e l’ultimo della sua vita. Augia similmente giurò di tenere fede al patto. A questo punto Fetonte, il capo dei dodici tori bianchi, caricò Eracle scambiandolo per un leone. Eracle afferrò il toro per il corno sinistro, gli forzò il capo all’indietro e lo stese a terra. Seguendo il consiglio di Menedemo l’Eleo, e aiutato da Iolao. Eracle dapprima aprì due brecce nelle mura della stalla e poi deviò il corso dei vicini fiumi Alfeo e Peneo o Menio, di modo che le loro acque invasero le stalle e i cortili, ne spazzarono via tutto il sudiciume e avanzarono ancora impetuose per ripulire gli ovili e la vallata adibita a pascolo. Così Eracle compì la sua Fatica in un solo giorno, risanando l’intero paese e senza sporcarsi nemmeno il mignolo. Ma Augia, saputo che Eracle aveva già ricevuto da Euristeo l’ordine di ripulire le stalle, rifiutò di versargli la ricompensa promessa e osò persino negare di aver stretto un patto con lui. Eracle allora propose che il caso fosse sottoposto ad arbitrato. Tuttavia, quando i giudici si furono insediati e Fileo, citato da Eracle, testimoniò il vero, Augia balzò in piedi livido per la rabbia e li bandì ambedue dall’Elide, affermando che Eracle l’aveva tratto in inganno, poiché il lavoro era stato compiuto dagli dei Fiumi, e non da lui stesso. Peggio ancora Euristeo rifiutò di considerare valida quella fatica, perché Eracle era stato assoldato da Augia. Fileo allora si recò a Dulichio, ed Eracle alla corte di Dessameno, re di Oleno; più tardi salvò la figlia di Dessameno, Mnesimache, dagli assalti del Centauro Funzione.

Sesta Fatica di Eracle fu di cacciare gli innumerevoli uccelli dai becchi di bronzo, dagli artigli di bronzo, dalle ali di bronzo, divoratori di uomini e sacri ad Ade che, spaventati dai lupi del burrone dei lupi, lungo la strada di Orcomeno, avevano invaso la palude Stinfalia. Colà essi vivevano lungo le rive del fiume dallo stesso nome, e di quando in quando si alzavano nell’aria simili a oscura nube, uccidevano uomini e animali lasciando cadere una pioggia di piume di bronzo, e al tempo stesso defecando un escremento velenoso che bruciava le messi. Giunto alla palude che era circondata da fitte selve, Eracle si accorse che non poteva cacciare gli uccelli con le sue frecce, perché erano troppo numerosi. Inoltre, la palude non pareva né abbastanza bassa perché un uomo vi si potesse addentrare a piedi, né abbastanza profonda per permettere l’uso di una barca. Mentre Eracle indugiava incerto sulla riva, Atena gli diede un paio di nacchere di bronzo, fabbricate da Efesto; o forse si trattava di un sonaglio. Salito su uno sperone roccioso del monte Cillene, che sovrasta la palude. Eracle batté l’una contro l’altra le nacchere, oppure scosse il sonaglio, con tale clangore che gli uccelli si alzarono subito in volo, pazzi di terrore. Eracle li uccise a dozzine mentre volavano verso le isole di Are nel Mar Nero, dove più tardi furono trovati dagli Argonauti. Taluni dicono che Eracle era con gli Argonauti a quell’epoca e uccise molti altri uccelli. Gli uccelli Stinfali sono grandi pressappoco come gru e assomigliano molto agli ibis, ma i loro becchi diritti possono forare una corazza di metallo. Vivono anche nel deserto arabico e laggiù li considerano ancor più pericolosi dei leoni e dei leopardi, perché si abbattono sui petti dei viaggiatori e li trafiggono. I cacciatori arabi hanno imparato a indossare speciali corazze di corteccia intrecciata, dove i becchi esiziali di tali uccelli si impigliano e l’uomo aggredito può così stringerli per il collo. È probabile che uno stormo volasse dall’Arabia alla palude Stinfalia e l’intera specie ne prendesse il nome. Secondo altre versioni, i cosiddetti uccelli Stinfali erano donne, figlie di Stinfalo e di Ornite che Eracle uccise, perché gli rifiutarono l’ospitalità. A Stinfalo, nell’antico tempio di Artemide Stinfalia, simulacri di questi uccelli sono appesi al soffitto e dietro l’edificio si trovano statue di fanciulle con gambe di uccello. Colà Temeno, un figlio di Pelasgo, fondò tre templi in onore di Era; nel primo essa era onorata come Fanciulla, perché Temeno l’aveva allevata; nel secondo come Sposa, perché si era unita a Zeus; nel terzo come Vedova, perché aveva ripudiato Zeus ritirandosi a Stinfalo.

Vai a: Le dodici fatiche di Eracle: 7) Il toro di Creta; 8) Le cavalle carnivore di Diomede

ll mito di Eracle, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

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Le dodici fatiche di Eracle: 3) La cerva di Cerinea; 4) Il cinghiale Erimanzio

Le dodici fatiche di Eracle: 3) La cerva di Cerinea; 4) Il cinghiale Erimanzio

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Le dodici fatiche di Eracle: 1) Il leone di Nemea; 2) L’idra di Lerna

Terza Fatica di Eracle fu catturare la cerva di Cerinea e condurla viva da Enoe a Micene. Questo agile animale dal mantello maculato aveva zoccoli di bronzo e auree corna, simili a quelle di un cervo, tanto che taluni la considerano un cervo. Era sacra ad Artemide che, ancora fanciulla, vide cinque cerve, di inusitate proporzioni, pascolare sulle rive del fiume tessalico Anauro, ai piedi dei monti Parrasi: il sole scintillava sulle loro corna. Lanciatasi all’inseguimento, la dea ne catturò quattro, l’una dopo l’altra, con le proprie mani, e le aggiogò al suo carro; la quinta fuggì oltre il fiume Celadone fino alla collina di Cerinea. Tale infatti era la volontà di Era, che aveva già in mente la Fatica di Eracle. Secondo un’altra leggenda la cerva era un mostro indomabile che saccheggiava i raccolti, ed Eracle, dopo fiera lotta, la sacrificò ad Artemide sul monte Artemisio. Eracle, che non voleva né uccidere né ferire la cerva, portò a termine questa fatica senza ricorrere alla forza. Instancabile, egli la inseguì per un anno intero, spingendosi sino in Istria e nella terra degli Iperborei. Quando, esausta, la cerva si rifugiò infine sul monte Artemisio, e di lì scese al fiume Ladone, Eracle tese l’arco e scoccò una freccia che trafisse le gambe anteriori dell’animale, passando tra l’osso e i tendini, senza fare sgorgare sangue. Poi, gettatasi la cerva sulle spalle, si affrettò verso Micene attraversando l’Arcadia. Altri tuttavia dicono che egli si servì di reti; oppure seguì le tracce dell’animale finché lo trovò addormentato rotto un albero. Artemide andò incontro a Eracle e lo rimproverò aspramente perché aveva maltrattato la cerva a lei sacra; ma Eracle si difese dicendo di esservi stato costretto e fece ricadere la colpa su Euristeo. La collera della dea allora si placò, ed essa permise all’eroe di portare l’animale vivo sino a Micene. Secondo un’altra versione quella cerva era stata consacrata ad Artemide dalla Pleiade Taigeta, sorella di Alcione, grata per aver potuto assumere temporaneamente le sembianze di cerbiatta, sfuggendo così all’amplesso di Zeus. Ciò nonostante Zeus non si lasciò trarre in inganno una seconda volta e generò in lei Lacedemone. Allora essa si impiccò sulla cima del monte Amicleo, che da quel giorno fu chiamato Taigeto. La nipote e omonima di Taigeta sposò Lacedemone ed ebbe da lui un figlio, Imero; Afrodite indusse Imero a deflorare la propria sorella Cleodice, senza che egli se ne rendesse conto, in una notturna orgia promiscua. Il giorno seguente, accortosi di ciò che aveva fatto, Imero si gettò nel fiume, e nessuno lo vide più. Quel fiume ora viene a volte chiamato Imero, ma più spesso Eurota, perché il predecessore di Lacedemone, il re Eurota, dopo aver subito un’ignominiosa disfatta per mano degli Ateniesi (volle infatti attaccar battaglia senza attendere la luna piena), si annegò nelle sue acque. Eurota, figlio di Milete, l’inventore dei mulini ad acqua, fu padre di Amicla e nonno sia di Giacinto sia di Euridice, che sposò Acrisio.

La quarta Fatica imposta a Eracle fu di catturare vivo il cinghiale Erimanzio: una feroce, enorme belva che infestava le pendici del monte Erimanto, coperte da selve di cipressi, e le boscaglie del monte Lampia, devastando la campagna nei dintorni di Psofide. Il monte Erimanto prende il suo nome dal figlio di Apollo che Afrodite accecò perché l’aveva vista bagnarsi; Apollo per vendicarsi si trasformò in cinghiale e uccise Adone, l’amante della dea. Il monte è tuttavia sacro ad Artemide. Eracle, passando da Folce per recarsi sull’Erimanto, dove uccise un certo Sauro, efferato bandito, fu ospitato dal Centauro Polo, figlio di Sileno e di una Ninfa dei boschi. Folo offrì a Eracle carni arrostite, ma quanto a lui mangiò soltanto carne cruda e non osò aprire la giara di vino che apparteneva a tutti i Centauri finché Eracle non gli ricordò che, quattro generazioni prima, Dioniso aveva lasciato la giara nella grotta appunto perché fosse aperta in quella occasione. Il forte profumo del vino fece perdere la ragione ai Centauri. Armati di grossi massi, abeti sradicati, torce e trincetti, si precipitarono verso la grotta di Folo. Mentre Folo, terrorizzato, cercava scampo. Eracle audacemente respinse Ancio e Angrio, i primi assalitori, con un lancio di carboni infuocati. Nefele, la tempestosa nonna dei Centauri, fece allora cadere dal cielo una violenta pioggia che allentò la corda dell’arco di Eracle e rese scivoloso il terreno. Tuttavia l’eroe si dimostrò all’altezza delle sue imprese precedenti, uccise parecchi Centauri, tra i quali Oreo e Ileo. Gli altri raggiunsero Malea dove si rifugiarono presso Chirone, loro re, che era stato scacciato dal monte Pelio dai Lapiti. Una freccia scoccata dall’arco di Eracle trapassò il braccio di Elato e si conficcò vibrando nel ginocchio di Chirone. Eracle, angosciato, si accovacciò accanto al vecchio amico ed estrasse la freccia, mentre Chirone stesso gli porgeva i farmaci per medicare la ferita; ma a nulla valsero contro il veleno dell’idra e Chirone si ritirò ululando per il dolore sul fondo della grotta; tuttavia non poteva spirare, perché era immortale. Prometeo in seguito propose che egli rinunciasse a tale immortalità per por fine alle sue sofferenze, e Zeus accettò tale richiesta; ma altri dicono che Chirone decise di morire non per il dolore della ferita, ma perché era ormai stanco della sua lunghissima vita. I Centauri allora fuggirono in varie direzioni: alcuni a Folce con Eurizione; alcuni, con Nesso, fino al fiume Eveno; altri in Sicilia, dove le Sirene li sterminarono. Poseidone accolse i superstiti a Eleusi e li nascose su una montagna. Tra i Centauri che in seguito Eracle uccise ci fu Omado l’Arcadico, che aveva tentato di violentare Alcione, sorella di Euristeo; vendicando così nobilmente un oltraggio fatto a un nemico, Eracle si guadagnò fama imperitura. Folo frattanto mentre dava sepoltura ai suoi morti compagni, estrasse da un cadavere una delle frecce di Eracle e la esaminò: «Come mai», si chiese, «un Centauro così robusto può essere perito per una semplice scalfittura?» Ma ecco che la freccia gli sfugge dalle mani e, forandogli un piede, lo uccide all’istante. Eracle allora desistette dall’inseguire il cinghiale e ritornò a Foloe, dove seppellì Polo con straordinari onori ai piedi del monte che prese il suo nome. Fu in quella circostanza che il fiume Anigro acquistò il disgustoso puzzo che ancor oggi emana per tutto il suo corso, dalla sorgente, sul monte Lapito, sino alla foce: perché il Centauro chiamato Pilenore, che Eracle aveva colpito con una freccia, si lavò la ferita nelle sue acque. Alcuni, tuttavia, sostengono che Melampo diede origine a quel puzzo molti anni dopo, quando gettò nell’Anigro i sozzi oggetti che erano stati usati per purificare le figlie di Preto. Sepolto Polo, Eracle riprese la caccia inseguendo il cinghiale lungo le rive dell’Erimanto. Catturare l’animale vivo era impresa di grande difficoltà; ma Eracle lo stanò dal folto di un bosco lanciando alte grida, lo spinse in una forra dove la neve era alta e gli balzò sulla schiena. Legatelo con catene, se lo caricò sulle spalle e partì alla volta di Micene. Ma quando seppe che gli Argonauti stavano radunandoli per iniziare il viaggio verso la Colchide, abbandonò il cinghiale ai margini della piazza del mercato e invece di attendere nuovi ordini da Euristeo, che se ne stava nascosto nella sua urna di bronzo, partì con Ilo per unirsi alla
spedizione. Non si sa chi finì il cinghiale incatenato, ma le sue zanne sono conservate nel tempio di Apollo a Cuma. Secondo un’altra leggenda, Chirone fu accidentalmente ferito da una freccia mentre stava conversando con Eracle sul monte Pelio, in compagnia di Polo e del giovane Achille. A nove giorni dalla sua morte. Zeus pose l’immagine di Chirone nella volta celeste, come costellazione del Centauro. Ma altri ancora sostengono che il Centauro della costellazione è Polo, cui Zeus concesse questo onore perché eccelleva tra tutti nell’arte di trarre profezie dall’esame delle viscere. L’arciere dello Zodiaco è pure un Centauro: un certo Croto, che visse sul monte Elicona e fu il prediletto delle sue sorellastre, le Muse.

Vai a: Le dodici fatiche di Eracle: 5) Le stalle di Augia; 6) Gli uccelli della palude di Stinfalo

ll mito di Eracle, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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Le dodici fatiche di Eracle: 1) Il leone di Nemea; 2) L’idra di Lerna

Le dodici fatiche di Eracle: 1) Il leone di Nemea; 2) L’idra di Lerna

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi:  Il mito di Eracle (Parte 2 di 11): prime avventure e la pazzia

Il leone di Nemea – La prima fatica che Euristeo impose a Eracle, quando egli si stabilì a Tirinto, fu di uccidere e scuoiare il leone Nemeo o Cleoneo, una belva enorme invulnerabile da ferro, bronzo o pietra. Benché alcuni dicano che questo leone fosse nato da Tifone o dalla Chimera e dal cane Ortro, altri sostengono che Selene lo generò con un terrificante sobbalzo e lo lasciò cadere sulla terra, e precisamente sul monte Treto presso Nemea, dinanzi a una grotta a due uscite. E che per punire il mancato adempimento di un sacrificio, là lo lasciò, affinché divorasse la sua gente. Chi ne soffrì di più furono i Bambinei. Altri ancora dicono che, per seguire il desiderio di Era, Selene creò il leone dalla spuma del mare rinchiusa in un’ampia arca e che Iride, servendosi della sua cintura a mo’ di guinzaglio, lo guidò tra i monti Nemei; questi monti presero il nome da una figlia di Asopo, oppure di Zeus e Selene; e la grotta del leone ancora si vede, a due miglia dalla città di Nemea. Giunto a Cleone, tra Corinto e Argo, Eracle alloggiò nella casa di un contadino o pastore chiamato Molorco, il cui figlio era stato ucciso dal leone. Molorco già si preparava a offrire un capro a Era come sacrificio propiziatorio, ma Eracle lo trattenne: «Aspetta trenta giorni», disse. «Se ritornerò sano e salvo sacrificherai a Zeus Salvatore; se no sacrificherai a me siccome eroe!» Eracle raggiunse Nemea a mezzogiorno, ma, poiché il leone aveva fatto stragi nel vicinato, non trovò nessuno che potesse dargli indicazioni, né vedeva tracce da seguire. Dopo aver battuto le pendici del monte Apesante, così chiamato da Apesante, un pastore divorato dal leone, benché altri dicano che Apesante fosse figlio di Acrisie che morì per un morso di serpente al tallone, Eracle si recò sul monte Treto e finalmente vide da lontano il leone che ritornava alla sua tana, il mantello chiazzato dal sangue della sua quotidiana strage. Eracle scagliò frecce in rapida successione, ma tutte rimbalzarono sulla fitta pelliccia, e il leone si leccò le labbra sbadigliando. Eracle allora die di piglio alla spada, che si piegò quasi fosse di stagno. Infine agguantò la sua clava e vibrò un tale colpo sul muso del leone che la belva entrò nella sua tana scrollando il capo: non per il dolore, però, ma perché gli ronzavano le orecchie. Eracle, fissando con rammarico la sua clava infranta, decise allora di bloccare uno degli ingressi della caverna ed entrò dall’altro. Certo ormai che il mostro fosse invulnerabile dalle armi, iniziò con lui una lotta terribile. Il leone gli amputò un dito con un morso; ma, immobilizzatagli la testa. Eracle gli premette il braccio contro la gola finché lo soffocò. Con la carcassa del leone sulle spalle. Eracle ritornò a Cleone; vi giunse al trentesimo giorno e trovò Molorco sul punto di offrirgli un sacrificio eroico; invece, sacrificarono assieme a Zeus Salvatore. Compiuto il sacrificio. Eracle si fabbricò una nuova clava e, dopo aver in parte modificato i Giochi Nemei, fino a quel giorno celebrati in onore di Ofelte, li dedicò a Zeus. Poi portò la carcassa del leone sino a Micene. Euristeo, stupito e terrorizzato, gli ordinò di non mettere mai più piede in città. In futuro avrebbe dovuto deporre i frutti delle sue Fatiche dinanzi alle porte. Eracle si adoperò inutilmente per scuoiare il leone, finché, per divina ispirazione, pensò di servirsi degli artigli della belva, affilati come rasoi, e ben presto poté indossare la pelle invulnerabile a guisa di armatura, mentre il cranio del leone gli copriva il capo come elmo. Frattanto Euristeo ordinò ai suoi fabbri di forgiargli un’urna di bronzo, che seppellì sottoterra. E da quel giorno, ogni qual volta veniva annunciato l’arrivo di Eracle, egli si rifugiava in quell’urna e trasmetteva i suoi ordini per mezzo di un araldo, un figlio di Pelope chiamato Copreo, che Euristeo aveva purificato da un omicidio. Gli onori tributatigli dai cittadini di Nemea in segno di gratitudine per l’impresa da lui compiuta Eracle, in seguito, li cedette ai suoi alleati di Cleone che combatterono con lui durante la Guerra Elea e caddero nel numero di trecentosessanta. Quanto a Molorco, egli fondò la vicina città di Molorca e piantò il Bosco Nemeo, dove ora si svolgono i Giochi Nemei. Eracle non fu il solo che strangolò un leone in quei giorni. La medesima prodezza fu compiuta dal suo amico Filio come la prima delle tre prove d’amore impostegli da Cicno, figlio di Apollo e di Iria. Filio aveva inoltre catturati vivi alcuni mostruosi uccelli antropofagi, simili ad avvoltoi, e sostenuta un’aspra lotta con un toro selvaggio, che guidò poi all’altare di Zeus. Dopo queste tre fatiche Cicno, non contento, pretese anche un bue che Filio aveva vinto come premio a certi giochi funebri. Eracle consigliò a Filio di rifiutare, insistendo invece affinché Cicno tenesse fede ai patti. Cicno allora, disperato, si gettò in un lago che fu chiamato lago Cicneo. Sua madre Ina lo seguì nella morte, e ambedue furono trasformati in cigni.

L’idra di Lerna – La seconda Fatica che Euristeo impose a Eracle fu di distruggere l’idra di Lerna, mostro nato da Echidna e da Tifone e che Era aveva addestrato per minacciare la vita di Eracle. Lerna sorge accanto al mare, a circa cinque miglia dalla città di Argo. A occidente la sovrasta il monte Fontino, con il suo sacro bosco di platani che digrada sino alla spiaggia. In questo bosco, chiuso da un lato dal fiume Pontino, presso il quale Danao dedicò un tempio ad Atena, e dall’altro dal fiume Amimene, vi sono statue di Demetra, Dioniso Salvatore e Prosinna, una delle nutrici di Era; e sul lido un simulacro in pietra di Afrodite offerto dalle Danaidi. Ogni anno si svolgono a Lerna riti notturni e segreti in onore di Dioniso, che in quel luogo discese al Tartaro alla ricerca di sua madre Semele; e non molto lontano si celebrano i Misteri di Demetra Lernea, in un recinto che segna il punto da dove anche Ade e Persefone discesero al Tartaro. Questo fertile e sacro distretto fu un tempo terrorizzato dall’idra, che aveva la sua tana sotto un platano, presso la settuplice sorgente del fiume Amimene e si aggirava nella palude Lernea, di cui nessuno riuscì a misurare la profondità (l’imperatore Nerone ci si provò di recente, ma invano), e che divenne la tomba di molti incauti viandanti.  L’idra aveva un mostruoso corpo di cane e otto o nove teste serpentine, una di esse immortale; ma taluni parlano di cinquanta, altri di cento, persino di diecimila teste. A ogni modo, l’idra era così velenosa che il suo solo respiro e persino il puzzo delle sue tracce potevano uccidere. Atena aveva ben meditato in quale modo Eracle potesse uccidere l’idra, e quando egli giunse a Lerna, sul suo cocchio guidato da Iolao, gli indicò la tana del mostro. Dietro consiglio della dea, Eracle costrinse l’idra a uscire dalla tana tempestandola di frecce infuocate, e poi l’assalì trattenendo il fiato. Il mostro si avvolse attorno ai suoi piedi, nel tentativo di farlo inciampare. Invano Eracle si accanì con la clava: non appena gli riusciva di spaccare una delle teste dell’idra, subito ne ricrescevano due o tre altre per sostituirla. Un enorme granchio emerse allora dalla palude per aiutare l’idra e si attaccò al piede di Eracle; schiacciando violentemente il guscio del granchio sotto il tallone, Eracle gridò per invocare il soccorso di Iolao. Iolao diede fuoco a un lembo del bosco e poi, per impedire che nuove teste germogliassero sul corpo dell’idra, ne cauterizzava la radice con rami infuocati, e così fermava il flusso del sangue. Usando una spada o un aureo falcetto, Eracle tagliò allora la testa immortale, che era in parte d’oro, e la seppellì, ancor sibilante, sotto una pesante roccia ai margini della strada che conduceva a Elea. Poi squartò la carcassa e immerse la punta delle sue frecce nella bile del mostro. Da quel giorno la minima scalfittura prodotta da tali frecce fu sempre fatale. Per ricompensare il granchio dei suoi servigi, Era lo immortalò tra i segni dello Zodiaco, ed Euristeo dichiarò che quella Fatica non era stata compiuta a dovere, perché Iolao aveva aiutato Eracle con i suoi rami infuocati.

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Il mito di Eracle (Parte 2 di 11): prime avventure e la pazzia

Il mito di Eracle (Parte 2 di 11): prime avventure e la pazzia

Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare

Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi:  Il mito di Eracle (Parte 1 di 11): nascita e giovinezza

Giunto al diciottesimo anno di età. Eracle lasciò le mandrie e si preparò ad affrontare il leone del Citerone, che faceva strage tra il bestiame di Anfitrione e del suo vicino re Tespio, chiamato anche Testio. Il leone aveva un’altra tana sul monte Elicona, ai piedi del quale si trova la città di Tespia. L’Elicona fu sempre un monte gaio; i Tespi vi celebrano un’antica festa in onore delle Muse e si dilettano in giochi amorosi sulle sue pendici, attorno alla statua di Eros, loro patrono. Re Tespio ebbe cinquanta figlie da sua moglie Megamede, figlia di Arneo, gaia come tutte le donne tespie. Per timore che esse si unissero a uomini indegni di loro, Tespio decise che ciascuna avesse un figlio da Eracle, che era impegnato tutto il giorno nella caccia al leone. Eracle infatti dormì a Tespia per cinquanta notti di seguito. «Ti darò mia figlia maggiore Procri come compagna», disse Tespio a Eracle con cordialità ospitale. Ma poi fece in modo che a Procri si sostituissero le sorelle, una notte per ciascuna, finché tutte si giacquero con Eracle. Altri tuttavia dicono che Eracle le deflorò tutte in un’unica notte, e che soltanto una si rifiutò al suo amplesso e rimase vergine fino alla morte, servendo come sacerdotessa nel santuario di Tespia; perché ancor oggi la sacerdotessa tespia deve essere vergine. Tuttavia Eracle generò cinquantuno figli dalle figlie di Tespio, perché Procri, la maggiore, ebbe due gemelli, Antileone e Ippeo, e la più giovane altri due. Stanato finalmente il leone, lo uccise con una clava grezza fatta del legno di un olivo che aveva sradicato sull’Elicona. Eracle poi indossò la pelle della belva le cui fauci spalancate fungevano da elmo. Altri però dicono che egli si rivestì con la pelle del leone Nemeo, oppure di un’altra belva che uccise a Teumesso, presso Tebe, mentre il merito di aver ucciso il leone del Citerone spetta a Alcatoo.

Alcuni anni prima degli eventi ora narrati, durante la festa di Posidone a Onchesto, un incidente di poco conto suscitò la collera dei Tebani, e allora l’auriga Meneceo scagliò un sasso che ferì mortalmente il re Climeno, che discendeva da Minia. Climeno, agonizzante, fu riportato a Orcomeno e laggiù, mentre esalava l’ultimo respiro, ingiunse ai propri figli di vendicarlo. Il maggiore di costoro, Ergine, che ebbe come madre la principessa beota Budea o Buzige, raccolse un esercito, marciò contro i Tebani e rovinosamente li sconfisse, Secondo i termini della resa, confermati da solenni giuramenti, i Tebani avrebbero dovuto pagare a Ergino un tributo annuale di cento capi di bestiame, per venti anni di seguito, in espiazione dell’assassinio di Climeno. Eracle, di ritorno dall’Elicona, si imbatté negli araldi mini che venivano a raccogliere il bestiame in terra tebana. Eracle chiese quale fosse la meta del loro viaggio, ed essi con tono sprezzante risposero che dovevano ricordare ai Tebani l’atto di clemenza di Ergino, il quale si era limitato a esigere una mandria di cento capi invece di mozzare le orecchie, il naso e le mani di ogni cittadino di Tebe. «Un simile tributo sta davvero tanto a cuore a Ergine?» replicò Eracle furibondo. Poi mutilò gli araldi nel modo da essi descritto, e li rimandò a Orcomeno, le estremità sanguinanti legate con una corda attorno al collo. Quando Ergino pretese che gli si consegnasse l’autore di così oltraggioso misfatto, re Creonte sarebbe stato disposto a obbedire, perché i Mini avevano disarmato i Tebani; ne egli poteva sperare nell’amichevole intervento dei suoi vicini in una situazione tanto grave. Ma Eracle convinse i camerati più giovani a battersi per la libertà. Si recò allora in tutti i templi della città, raccolse le lance, gli scudi, gli elmi, le corazze, gli schinieri e le spade che erano stati offerti agli dei in ricordo di vittoriose battaglie, e Atena, che molto apprezzò quel gesto, li adattò alla corporatura di Eracle e dei suoi amici. Così Eracle poté equipaggiare ogni Tebano in età di combattere, gli insegnò l’uso delle armi ed egli stesso assunse il comando dell’esercito. Un oracolo gli promise la vittoria se la persona che avesse i più nobili natali in Tebe si fosse tolta la vita. Tutti gli sguardi si appuntarono allora su Antipeno, un discendente degli Sparti, ma visto che egli indugiava a morire per il bene comune, le sue figlie Androclea e Aloide si sacrificarono in vece sua, e furono in seguito onorate come eroine nel tempio di Artemide. I Mini frattanto si preparavano a marciare su Tebe, ma Eracle tese loro un’imboscata in uno stretto valico, uccise Ergino e la maggior parte dei capitani. Questa vittoria, ottenuta con un pugno d’uomini, fu subito sfruttata da Eracle che calò su Orcomeno, ne abbatté le porte, saccheggiò il palazzo reale e obbligò i Mini a pagare a Tebe un doppio tributo. Inoltre ostruì i due canali, costruiti dagli antichi Mini per irrigare i loro ricchi campi di grano con le acque del Cefiso. Scopo principale di questo attacco fu immobilizzare la cavalleria dei Mini, loro arma più temibile, e di condurre la guerra sulle colline, dove Eracle poteva battersi con eguale vantaggio; ma poiché egli era sinceramente amico di tutto il genere umano, in seguito sgombrò di nuovo quei canali. Il tempio di Eracle Legatore di cavalli a Tebe ricorda un episodio di quella campagna: Eracle si introdusse di notte nel campo nemico e, dopo aver rubato i cavalli che legò a degli alberi in una località molto lontana, passò i guerrieri addormentati a fil di spada. Sventuratamente Anfitrione, suo padre putativo, fu ucciso nella battaglia. Al suo ritorno a Tebe, Eracle dedicò un altare a Zeus Protettore, un leone di pietra ad Artemide e due altri simulacri pure di pietra ad Atena Armata. Dato che gli dei non avevano punito Eracle per il trattamento inflitto ai messaggeri di Ergine, i Tebani si permisero di onorarlo con una statua, detta di Eracle che mozza i nasi. Secondo un’altra versione, Ergine sopravvisse alla sconfitta dei Mini e fu uno degli Argonauti che riportarono il Vello d’Oro dalla Colchide. Per molti anni egli si adoperò a ricostituire la perduta fortuna, e alla fine si ritrovò di nuovo ricchissimo, ma vecchio e senza prole. Un oracolo gli consigliò di mettere un nuovo coltellaccio sul logoro coltro dell’aratro, e allora Ergine sposò una giovane moglie, che gli generò Trofoni e Agamede, i famosi architetti, e anche Azeo.

La vittoria sui Mini fece di Eracle l’eroe più famoso di tutta la Grecia e come ricompensa re Creonte gli diede in sposa sua figlia Megara o Megera e lo nominò protettore della città, mentre Ificle sposò la figlia più giovane. Alcuni dicono che Eracle ebbe due figli da Megara; altri, che ne ebbe tre, quattro e persino otto. Essi sono chiamati gli Alcaldi. Eracle in seguito sconfisse Pirecmo, re degli Eubei, che aveva marciato su Tebe a fianco dei Mini; e sparse il terrore in Grecia ordinando che il suo corpo fosse legato a due cavalli che galoppavano in opposte direzioni e, così dilaniato, fosse poi esposto senza sepoltura sulle rive del Eracleo, in un punto detto dei Puledri di Pirecmo, ancora si sente l’eco di un nitrito quando vi si portai cavalli all’abbeverata. Era, seccata dai successi di Eracle, lo fece impazzire. Dapprima egli assalì il suo carissimo nipote Iolao, il figlio maggiore di Ificle, che riuscì a sfuggire ai suoi attacchi; poi, scambiando sei dei propri figli per dei nemici, li passò a fil di spada e ne gettò i corpi su un rogo, con i cadaveri di altri due figli di Ificle: tutti assieme, i ragazzi stavano facendo esercizi militari. I Tebani celebrano ogni anno una festa in onore di queste otto vittime. Il primo giorno si offrono sacrifici e i fuochi ardono per tutta la notte; il secondo si svolgono i giochi funebri e il vincitore è incoronato con bianco mirto. I celebranti piangono al ricordo del brillante destino che attendeva i figli di Eracle. Uno di essi avrebbe governato su Argo, occupando il trono di Euristeo, ed Eracle avrebbe gettato la pelle del leone sopra le sue spalle; un altro sarebbe divenuto re di Tebe, e nella sua destra Eracle avrebbe posto la mazza della difesa, equivoco dono di Dedalo; a un terzo era stata promessa Ecalia, che in seguito Eracle rase al suolo; le spose più degne erano state scelte per ciascuno di loro e garantivano alleanze con Atene, Tebe e Sparta. Così grande affetto Eracle nutriva per questi suoi figli, che taluni ora negano che egli li abbia uccisi e preferiscono supporre che i giovani fossero assassinati a tradimento da qualcuno degli ospiti di Eracle: da Lieo, forse; o, come pensa Socrate, da Augi.

Quando Eracle ricuperò la ragione, si chiuse in una camera buia per alcuni giorni, evitando il contatto con i suoi simili; poi, purificato da re Tespio, si recò a Delfi per chiedere che cosa dovesse fare. La Pizia si rivolse a lui chiamandolo per la prima volta Eracle e non Palemone e gli consigliò di fissare la sua residenza a Tirinto, di servire Euristeo per dodici anni e di compiere tutte le Fatiche che Euristeo stesso ritenesse opportuno di imporgli. Come compenso gli sarebbe stata concessa l’immortalità. A tale annuncio Eracle cadde in una cupa disperazione, poiché gli ripugnava di servire un uomo che sapeva essergli di molto inferiore; tuttavia non osava opporsi al volere di Zeus. Molti amici lo confortarono in quella circostanza; e infine, quando il passar del tempo ebbe in qualche modo alleviato il suo dolore, egli si mise a disposizione di Euristeo. Altri tuttavia ritengono che soltanto al suo ritorno dal Tartaro Eracle impazzì e uccise i suoi figli; secondo costoro egli uccise anche Megara e la Pitonessa gli disse: «Tu non sarai più chiamato Palemone! Apollo ti da il nome di Eracle, poiché Era ti concede fama imperitura tra i mortali!» Come se egli avesse reso alla dea un grande servigio. Altri ancora dicono che Eracle fu l’amante di Euristeo e che compì le dodici Fatiche per fargli piacere; e altri, infine, che egli accettò di addossarsi tali fatiche purché Euristeo annullasse la sentenza di esilio pronunciata contro Anfitrione. Fu detto che, quando Eracle iniziò le sue Fatiche Ermete gli donò una spada. Apollo un arco con frecce ben levigate e adorne di piume d’aquila, Efesto una corazza d’oro e Atena un mantello. Oppure che Atena gli donò la corazza ed Efesto bronzei schinieri e un elmo adamantino. Atena ed Efesto, a quanto pare, gareggiarono nel beneficare Eracle: l’una gli concesse di apprezzare le gioie domestiche, l’altro gli assicurò protezione nei pericoli della guerra. Una coppia di cavalli fu il dono di Poseidone; quello di Zeus un magnifico e infrangibile scudo. Molte leggende nacquero attorno a questo scudo che era di smalto, avorio, elettro, oro e lapislazzuli. Inoltre, le teste di dodici serpenti incise tutt’attorno alla fascia dello scudo facevano scattare le fauci ogni qualvolta Eracle iniziava una battaglia, terrificando i suoi avversari. Eracle, in verità, disprezzava le armature e, dopo la sua prima Fatica, non portava con sé nemmeno la lancia: si affidava alla clava, all’arco e alle frecce. Raramente si servì della clava dalla bronzea punta che gli aveva donato Efesto, preferendole quelle che egli stesso aveva ricavate da un tronco di oleastro: la prima sull’Elicona, nei pressi di Nemea, la seconda sulle spiagge del mare Saronico. Quest’ultima fu la clava che, nel corso della sua visita a Trezene, egli lasciò ai piedi del simulacro di Ermete. Il legno attecchì, germogliò, ed è ora un albero maestoso. Iolao, nipote di Eracle, partecipò alle sue Fatiche come auriga o come reggitore di scudo.

Vai a: Le dodici fatiche di Eracle: 1) Il leone di Nemea; 2) L’idra di Lerna

ll mito di Eracle, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves

Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.

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