
Il racconto del mito di Eracle è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 15: Eracle – L’eroe più popolare
Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Il mito di Eracle (Parte 8 di 11): i figli di Ippocoonte e la storia di Auge
Trascorsi quattro anni a Feneo, Eracle decise di lasciare il Peloponneso. A capo di un potente esercito arcade, egli salpò per Calidone in Etolia, dove stabilì la sua residenza. Poiché non aveva moglie né figli legittimi, corteggiò Deianira, la supposta figlia di Eneo, mantenendo così la promessa fatta all’ombra del fratello di lei, Meleagro. Ma Deianira era in realtà figlia del dio Dioniso e della moglie di Eneo Altea, come fu dimostrato quando Meleagro morì e Artemide trasformò le sue sorelle gementi in galline faraone. In quella occasione infatti Dioniso indusse Artemide a lasciare sembianze umane a Deianira e a sua sorella Gorga. Molti pretendenti si presentarono al palazzo di Eneo in Pleurone, chiedendo la mano della bella Deianira: erano abili aurighi ed esperti nell’arte della guerra; ma tutti si allontanarono quando seppero di dover rivaleggiare con Eracle e con il dio del fiume Acheloo. Si sa che l’immortale Acheloo si presenta in tre forme: come toro, come serpente dalla pelle macchiettata e come uomo dalla testa di toro. Rivoli d’acqua scorrono continuamente dalla sua folta barba; Deianira avrebbe preferito morire anziché sposarlo. Eracle, quando Eneo lo invitò a esporre la sua richiesta, si vantò di poter dare a Deianira Zeus come suocero, e di farla inoltre risplendere della gloria riflessa delle sue dodici Fatiche. Acheloo (ora in forma di uomo con la testa di toro), sogghignò a quelle parole, obiettando che
egli era persona famosa, padre di tutti i fiumi greci, e non uno straniero vagabondo come Eracle: l’oracolo di Dodona aveva invitato tutti coloro che vi si recavano ad offrirgli sacrifici. Poi provocò Eracle dicendo: «I casi sono due: o tu non sei figlio di Zeus oppure tua madre è adultera!» Eracle corrugò la fronte: «Preferisco combattere anziché discutere», disse, «e non ammetto che si insulti mia madre!»
Acheloo allora si liberò della sua veste verde e lottò con Eracle finché si trovò steso a terra; allora subito si trasformò in serpente e guizzò via. «Ho strangolato serpenti quand’ero ancora in culla», rise Eracle e fece un balzo per stringere il serpente alla gola. Acheloo si trasformò in toro e lo caricò. Eracle lo schivò abilmente e, stringendolo per le corna, lo scaraventò di nuovo a terra con tanta forza che il corno destro si staccò netto dalla fronte. Acheloo si ritirò dalla lotta, umiliato e vergognoso, e nascose la sua mutilazione sotto una corona di rami di salice. Alcuni dicono che Eracle restituì il corno ad Acheloo e ne ebbe in cambio un corno della capra Amaltea, e altri che il corno di Acheloo fu trasformato dalle Naiadi nel corno di Amaltea e che Eracle lo offrì a Eneo come dono nuziale. Altri ancora, che nel corso della dodicesima Fatica, Eracle portò nel Tartaro quel corno già colmo dei dorati frutti delle Esperidi e chiamato Cornucopia, per donarlo a Pluto, un aiutante di Tiche. Dopo le sue nozze con Deianira, Eracle marciò alla testa dei Calidoni contro la città tesprozia di Efira, più tardi detta Cichiro, dove vinse e uccise re Fileo. Fra i prigionieri vi era la figlia di Fileo, Astioca, che ebbe da Eracle un figlio, Tiepolemo, benché altri dicano che Tiepolemo era figlio di Astidamia, a sua volta figlia di Amintore, che Eracle rapì da Efira in Elea, una città famosa per i suoi veleni.
Per consiglio di un oracolo, Eracle mandò poi un messaggio all’amico suo Tespio: «Sette dei tuoi figli rimangono con te a Tespia; mandane altri tre a Tebe e ordina agli altri quaranta di colonizzare l’isola di Sardegna!» Tespio obbedì. I discendenti di coloro che si recarono a Tebe vi sono ancor oggi onorati, e i discendenti di coloro che rimasero a Tespia, i cosiddetti Demuchi, governarono quella città fino a epoca recente. L’esercito guidato in Sardegna da Iolao comprendeva contingenti di Tespì e di Ateniesi, e quella fu la prima spedizione coloniale greca in cui i capi venivano da un ceppo diverso dalla gente comune. Sconfitti i Sardi in battaglia, Iolao divise l’isola in pronvice, piantò alberi d’olivo e rese il suolo così fertile che da allora i Cartaginesi furono disposti ad affrontare grandi rischi e fatiche pur di assicurarsi il possesso della Sardegna. lolao fondò la città di Olbia e incoraggiò gli Ateniesi a fondare la città di Ogrile. Col consenso dei figli di Tespio, che lo consideravano un loro secondo padre, chiamò i coloni dal suo nome, lolari. Ed essi ancora sacrificano a Padre lolao, così come i Persiani sacrificano a Padre Ciro. Si disse che lolao in seguito ritornò in Grecia passando dalla Sicilia, dove alcuni dei suoi seguaci si stabilirono e lo onorarono con sacrifici eroici; ma secondo i Tebani, che dovrebbero essere bene informati, nessuno dei coloni ritornò più in patria.
A una festa che si celebrò tre giorni dopo. Eracle si infuriò con un giovane parente di Eneo, chiamato in vari modi Eunomo, Eurinomo, Ennomo, oppure Archia o Cheriade, figlio di Architele, che ebbe l’ordine di versare acqua sulle mani di Eracle e maldestramente gliela schizzò sulle gambe. Eracle tirò le orecchie del ragazzo con più energia di quanto intendesse e lo uccise. Benché Architele lo avesse perdonato per questo incidente. Eracle decise di espiare la colpa con l’esilio secondo l’usanza e se ne andò accompagnato da Deianira e dal loro figlio Ilio, fino a Trachine patria di Ceice nipote di Anfitrione. Un incidente analogo gli era capitato a Fliunte, una città che sorge a oriente dell’Arcadia, quando Eracle tornava dal giardino delle Esperidi. Poiché non gli piaceva il vino che gli avevano posto dinanzi, Eracle colpì Ciato, il coppiere, con un dito soltanto, ma questo bastò a ucciderlo, Un sacello in ricordo di Ciato è stato costruito presso il tempio di Apollo a Fliunte. Alcuni dicono che Eracle combattè contro Acheloo prima dell’assassinio di Ifito, che lo costrinse poi ad andare in esilio. In ogni caso egli raggiunse con Deianira il fiume Eveno, allora in piena, dove il Centauro Nesso, dichiarandosi autorizzato dagli dei a trasportare gli uomini sulla riva opposta, si offrì, dietro modesto compenso, di caricarsi Deianira in groppa mentre Eracle avrebbe nuotato. Eracle accettò, pagò il compenso richiesto, gettò la clava e l’arco al di là del fiume e si tuffò nella corrente. Nesso tuttavia, invece di mantenere la promessa, galoppò nella direzione opposta con Deianira tra le braccia; poi la gettò a terra e cercò di farle violenza. Deianira gridò invocando aiuto ed Eracle, ricuperato l’arco, prese accuratamente la mira e trapassò il petto di Nesso con una freccia scagliata da mezzo miglio di distanza.
Estratta la freccia. Nesso disse a Deianira: «Se tu mescolerai il seme che ho sparso al suolo con il sangue sgorgato dalla mia ferita e vi aggiungerai olio d’oliva, ungendo in segreto con questa mistura la camicia di Eracle, non avrai più da lagnarti per la sua infedeltà». Deianira in gran fretta raccolse gli ingredienti in un vaso, che suggellò e nascose tra le pieghe della veste senza dir parola a Eracle. Secondo un’altra versione Nesso offrì a Deianira della lana imbevuta del proprio sangue e le disse di tesserla per farne una camicia a Eracle. E secondo una terza versione le offrì la propria camicia insanguinata dicendola dotata di magici poteri amorosi, e poi fuggì presso una vicina tribù di Locresi, dove morì per la ferita ricevuta; ma il suo corpo imputridì senza sepoltura ai piedi del monte Tafiasso, appestando l’intera zona con il suo fetore; ed ecco perché quei Locresi sono detti Ozoli. La sorgente presso la quale Nesso morì esala ancora cattivo odore e contiene grumi di sangue.
Vai a: Il mito di Eracle (Parte 10 di 11): Eracle a Trachine
ll mito di Eracle, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves.
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.
Cosa facciamo noi de La Voce delle Muse
Ti piacciono i nostri post? Vuoi sostenerci con un piccolo contributo? Offrici un caffè

Aleo, re di Tegea, figlio di Afidante, sposò Neera, una figlia di Pereo, che gli generò Auge, Cefeo, Licurgo e Afidamante. Un tempio di Atena Alea, fondato a Tegea da Aleo, contiene ancora il sacro giaciglio della dea. Quando, nel corso di una visita a Delfi, Aleo fu avvertito dall’oracolo che i due fratelli di Neera sarebbero morti per mano del figlio di sua figlia, egli si precipitò a casa e nominò Auge sacerdotessa di Atena, minacciando di ucciderla se non si fosse mantenuta casta. Non si sa con certezza se Eracle giunse a Tegea mentre si preparava ad affrontare re Augia, oppure al suo ritorno da Sparta; comunque Aleo lo accolse con cordialità ospitale nel tempio di Atena. Colà riscaldato dal vino. Eracle violò la vergine sacerdotessa presso una fontana che ancora si mostra a settentrione del tempio; ma dato che Auge non lanciò nemmeno un grido, molti suppongono che essa si recò laggiù di propria volontà. Eracle continuò per la sua strada e a Stinfalo generò Eurete in Partenope, la figlia di Stinfalo. Frattanto pestilenza e carestia si abbatterono su Tegea e Aleo, informato dalla Pizia che un sacrilegio era stato commesso nel recinto del tempio di Atena, vi si recò e trovò Auge in stato di avanzata gravidanza. Benché essa piangendo gli assicurasse che Eracle l’aveva presa di forza e ubriaco, Aleo non volle crederle. La trascinò sulla piazza di Tegea, ed essa cadde in ginocchio là dove oggi sorge il tempio di Ilizia, famoso per il suo dipinto di «Auge in ginocchio». Non osando uccidere sua figlia in pubblico, Aleo incaricò re Nauplio di affogarla. Nauplio, seguendo le istruzioni ricevute, partì con Auge per Nauplia: ma sul monte Partenio Auge fu colta dalle doglie e ricorse a una scusa per appartarsi nel bosco. Colà diede alla luce un bimbo e, celatelo in un cespuglio, ritornò da Nauplio che l’aveva pazientemente attesa ai margini della strada. Egli, tuttavia, non aveva l’intenzione di affogare una principessa che poteva vendere per altissimo prezzo al mercato degli schiavi; cedette dunque Auge a certi mercanti cari che erano da poco giunti a Nauplia e che, a loro volta, la vendettero a Teutrante, re di Teutrania in Misia. II figlio di Auge fu allattato da una cerva sul monte Partenio (dove è ora un recinto a lui sacro); alcuni mandriani lo rinvennero, lo chiamarono Telefo e lo portarono al loro padrone, re Corito. Nello stesso periodo, per curiosa coincidenza, i pastori di Corito scoprirono, esposto sulla medesima collina, il figlio neonato di Atalanta, che essa aveva avuto da Meleagro; lo chiamarono Partenopeo, che significa «figlio di una vergine violata», perché Atalanta pretendeva d’essere ancora vergine. Quando Telefo raggiunse l’età virile, si recò dall’oracolo delfico per avere notizie dei suoi genitori. Gli fu detto: «Salpa e cerca di re Teutrante in Misia». In Misia infatti egli trovò Auge, ora sposata a Teutrante, e da lei seppe che essa era sua madre ed Eracle suo padre: non gli fu difficile crederlo, poiché nessuna donna aveva mai generato a Eracle un figlio che gli somigliasse. Teutrante allora diede in isposa a Telefo sua figlia Argiope, e lo dichiarò erede al trono. Altri dicono che Telefo, dopo aver ucciso Ippotoo e Nereo, suoi zii materni, si recò in Misia alla ricerca di sua madre, rispettando un completo silenzio. «II silenzio di Telefo» divenne proverbiale; ma Partenopeo lo accompagnava per parlare in vece sua.
Accadde che il famoso Argonauta Ida, figlio di Afareo, stava per impadronirsi del trono di Misia e Teutrante, disperato, promise di abdicare in favore di Telefo e di dargli in isposa la sua figlia adottiva, se Ida fosse stato scacciato. Al che Telefo, con l’aiuto di Partenopeo, sconfisse Ida in duello. Ora la figlia adottiva di Teutrante era Auge, che non riconobbe Telefo, né egli sapeva che essa era sua madre. Fedele alla memoria di Eracle, Auge, la notte delle nozze, si portò una spada nella camera da letto e avrebbe ucciso Telefo al suo ingresso se gli dei non avessero fatto strisciare fra loro un grande serpente. Auge, sgomenta, gettò via la spada e confessò le sue intenzioni omicide. Innalzò poi una supplica e Eracle e Telefo cominciò a gridare, ispirato: «O madre, o madre!» Poi caddero piangendo l’uno nelle braccia
Eracle affidò la città di Messene a Nestore, poiché ricordava che Nestore non aveva tentato di derubarlo del bestiame di Gerione; e ben presto lo amò più di Ila e di Iolao. Fu Nestore che per il primo giurò per Eracle. Gli Elei, benché avessero contribuito alla riedificazione di Pilo, approfittarono della debolezza dei suoi abitanti e li vessarono in molti modi. Neleo riuscì a dominare la propria collera finché un giorno, avendo mandato un suo carro con quattro splendidi cavalli, vincitori di molti premi, a una gara dei Giochi Olimpici, seppe che Augia si era appropriato di carro e cavalli e aveva rimandato l’auriga a Pilo, a piedi. Allora ordinò a Nestore di fare una spedizione punitiva nella pianura elea e Nestore riuscì a razziare cinquanta mandrie di bovini, cinquanta greggi di pecore, cinquanta greggi di capre, cinquanta branchi di maiali e centocinquanta cavalle baie, molte di esse con puledri, respingendo gli Elei che tentavano di opporglisi e bagnando per la prima volta la sua lancia nel sangue. Gli araldi di Neleo convocarono allora in Pilo tutti coloro che avevano crediti con gli Elei e dopo aver diviso tra di loro il bottino, trattenendo però per Nestore la parte del leone, Neleo sacrificò generosamente agli dei. Tre giorni dopo gli Elei avanzarono su Pilo in pieno assetto di guerra (tra loro vi erano i due figli orfani di Molioni, che ne avevano ereditato il titolo) e attraversarono la pianura a Triessa. Ma Atena scese dall’Olimpo nottetempo e mise in allarme la gente di Pilo; quando i due eserciti vennero a battaglia, Nestore, che era appiedato, abbatté con un colpo di lancia Amarinceo, il generale degli Elei; poi, impadronitesi del suo cocchio, piombò come nera nube di tempesta sulle schiere dei nemici, conquistando cinquanta altri cocchi e uccidendo cento uomini. Anche i Molioni sarebbero caduti sotto i colpi della sua infaticabile lancia, se Posidone non li avesse avvolti in una nebbia impenetrabile soffiandoli via lontano. Gli Elei, incalzati dall’esercito di Nestore, fuggirono sino alla rocca Olenia, dove Atena impose loro di fermarsi. Si giunse così a una tregua; Amarinceo fu sepolto a Buprasio e onorato con agoni funebri cui concorsero numerosi abitanti di Pilo. I Molioni vinsero la corsa dei cocchi stringendo Nestore alla curva, ma si dice che Nestore stesso vinse tutte le altre gare: il pugilato e la lotta, la corsa a piedi e il lancio del giavellotto. Dobbiamo aggiungere che in seguito, giunto ormai alla vecchiaia, Nestore assistette come spettatore a questi giochi; poiché per la grazia di Apollo, che gli concesse tutti gli anni negati agli zii materni, egli visse per tre secoli e nessuno dei suoi coetanei era ancora al mondo per mettere in dubbio la sua età.
Quando Eracle ritornò a Tirinto, Euristeo lo accusò di tramare per impossessarsi del trono che Zeus stesso gli aveva affidato, e lo bandì dall’Argolide. Con la madre Alcrnena e il nipote lolao. Eracle allora raggiunse Ificle a Feneo, dove si prese come amante Laonome, figlia di Guneo. Scavò poi nel bei mezzo della pianura fenea un canale lungo cinquanta stadi e profondo trenta piedi, per farvi scorrere il fiume Aroanio; ma ben presto il fiume abbandonò il canale e tornò al suo letto primitivo. Eracle scavò anche profonde cisterne ai piedi delle montagne fenee per prevenire le alluvioni; queste cisterne funzionarono benissimo fuorché in una sola occasione: dopo un violento nubifragio, il fiume Aroanio inondò l’antica città di Feneo e ancora si vede, segnato sul fianco del monte, il livello raggiunto allora dalle acque. In seguito, saputo che gli Elei avrebbero organizzato una processione in onore di Poseidone per la Terza Festa istmica, e che i Molionidi intendevano assistere ai giochi e prender parte ai sacrifici, Eracle tese loro una imboscata in una macchia che sorgeva lungo la strada nei pressi di Cleonea e scoccò una freccia trafiggendo a morte i due gemelli; uccise pure un loro cugino, chiamato anch’egli Eurito, figlio di re Augia. Molione seppe ben presto chi aveva assassinato i suoi figli e indusse gli Elei a chiedere soddisfazione a Euristeo, dato che Eracle era nato a Tirinto. Quando Euristeo ebbe declinato ogni responsabilità per i misfatti di Eracle che egli aveva bandito dal paese, Molione pregò gli Argivi di escludere tutti gli Elei dai Giochi Istmici, finché il delitto di Eracle non fosse stato espiato. I Corinzi si rifiutarono di obbedirgli e allora Molione lanciò una maledizione su ogni Eleo che osasse prendere parte alla festa. Tale maledizione è ancora rispettata: nessun atleta eleo scenderà mai in campo per i Giochi Istmici.
Eracle chiese allora a prestito a Onco il cavallo Arione dalla nera criniera, lo domò, reclutò un nuovo esercito in Argo, in Tebe e in Arcadia e mise a sacco la città di Elide. Alcuni dicono che egli uccise Augia e i suoi figli e rimise sul trono Fileo, il legittimo re; altri, che risparmiò almeno la moglie di Augia. Quando Eracle decise di ripopolare Elide ordinando alle vedove elee di giacersi con i suoi soldati, le donne pregarono in coro Atena di rimanere incinte al primo amplesso. Questa preghiera fu esaudita e, in segno di gratitudine, le donne elee fondarono un santuario ad Atena Madre. Così grande fu la gioia per tale felice evento che il luogo dove le vedove si erano unite ai nuovi mariti e il fiume che vi scorreva accanto furono chiamati Badi, parola che in lingua elea significa «dolce». Eracle poi donò il cavallo Arione ad Adrasto dicendo che, dopo tutto, preferiva combattere a piedi. Fu circa a quell’epoca che Eracle si meritò il titolo di Bufago ossia «mangiatore di buoi». Le cose si svolsero così: Lepreo, figlio di Caucone e di Astidamia, che fondò la città di Lepreo in Arcadia (la regione prese quel nome dalla lebbra che colpì i suoi primi abitanti), aveva scioccamente consigliato a re Augia di imprigionare Eracle quando questi pretendeva di essere pagato per aver ripulito le stalle. Saputo che Eracle si dirigeva alla volta della città Astidamia indusse Lepreo ad accoglierlo cortesemente implorandone il perdono. Ed Eracle promise infatti di perdonare Lepreo, purché egli si misurasse con lui in tre gare: lanciando il disco, bevendo un mastello d’acqua dopo l’altro e mangiando un bue. Benché Eracle vincesse la gara del disco e quella dei mastelli d’acqua, Lepreo divorò il bue in minor tempo e, esaltato dal suo successo, sfidò Eracle a duello: subito fu colpito a morte dalla clava dell’eroe e la sua tomba ancora si mostra a Figalia. I Leprei, che onorano Demetra e Zeus del Bianco Pioppo sono sempre stati sudditi di Elide; se uno di loro vince un premio a Olimpia l’araldo lo dichiara un Eleo di Lepreo. Re Augia è ancora onorato come un eroe dagli Elei e soltanto durante il regno dello spartano Licurgo gli Elei furono indotti a dimenticare il loro antico rancore contro Eracle e a sacrificare anche a lui; con tali sacrifici evitarono una pestilenza.
Dopo la sua vittoria su Elide, Eracle riunì il suo esercito a Pisa e sfruttò il ricco bottino per istituire i famosi quadriennali Giochi Olimpici in onore di suo padre Zeus; tali giochi, secondo taluni, erano soltanto l’ottava prova atletica nuovamente organizzata. Misurato il sacro recinto di Zeus e cintato il Sacro Bosco, Eracle misurò anche lo stadio, diede a una collinetta vicina il nome di «Collina di Crono» ed eresse sei altari agli dei olimpici: uno per ogni due di essi. Sacrificando a Zeus, Eracle bruciò le cosce delle vittime su un fuoco di legna di pioppo bianco ricavato dagli alberi che crescono lungo il fiume Acheronte; innalzò pure un tempio in onore di suo nonno Pelope. Poiché le mosche lo tormentavano mentre si dedicava a tali opere. Eracle offrì sacrifici a Zeus Allontanatore delle Mosche, e il dio le fece fuggire ronzando verso il fiume Alfeo, Gli Elei sacrificano ancora a Zeus quando vogliono scacciare le mosche da Olimpia. Ora, alla luna piena che segue il solstizio d’estate, tutto era pronto per i Giochi, ma nella valle mancavano alberi che la ombreggiassero. Eracle allora ritornò alla terra degli Iperborei, dove aveva ammirato gli oleastri che crescono alla sorgente del Danubio, e indusse i sacerdoti di Apollo a donargli uno degli alberi per piantarlo nel recinto sacro a Zeus. Ritornato a Olimpia, ordinò che l’arbitro Etolo incoronasse il vincitore con le foglie dell’oleastro; questa sarebbe stata la sua unica ricompensa, poiché anche Eracle aveva compiuto senza pagamento le Fatiche impostegli da Euristeo. Tale albero, chiamato «l’olivo della bella corona», vegeta ancora nel bosco sacro presso il santuario di Zeus. I rami destinati alla corona del vincitore sono recisi con un falcetto d’oro da un fanciullo di nobili natali, i cui genitori debbono essere viventi. Taluni dicono che Eracle vinse tutte le gare per mancanza di avversari, poiché nessuno osava misurarsi con lui. Ma in verità ogni gara fu calorosamente disputata. Soltanto per la gara di lotta non si trovarono campioni, finché Zeus, sotto false spoglie, si degnò di scendere in campo. La gara finì alla pari. Zeus rivelò la propria identità al figlio Eracle, tutti gli spettatori applaudirono e la luna piena brillò chiara come il giorno.
I Giochi Olimpici si celebrano a un intervallo alterno di quarantanove o cinquanta mesi, a seconda del calendario, e ora durano cinque giorni: dall’undicesimo al quindicesimo giorno del mese in cui cade la festività. Gli araldi proclamano una tregua d’armi nell’intera Grecia per tutto quel mese. A nessun atleta che avesse commesso un reato o offeso gli dei era permesso di partecipare ai Giochi. In origine il compito di organizzare i Giochi spettava a quelli di Pisa; ma in seguito, dopo il ritorno definitivo degli Eraclidi, i loro alleati Etolici si stabilirono a Elide e si assunsero tale incarico. Sulle pendici settentrionali della Collina di Cròno, nel, santuario di Ilizia, vive un serpente chiamato Sosipoli: una vergine sacerdotessa dal bianco velo lo nutre con acqua e ciambelle al miele. Questa usanza commemora il miracolo che permise di scacciare gli Arcadi quando invasero la santa terra di Elide; una donna sconosciuta si presentò ai generali elei con un poppante al petto e lo affidò loro dicendo che sarebbe stato il loro campione. Essi le credettero e, quando la donna fece sedere il bimbo fra i due eserciti schierati, lo videro trasformarsi in serpente: subito gli Arcadi fuggirono, inseguiti dagli Elei, esubirono perdite spaventose. Il santuario di Ilizia segna il punto dove il serpente sparì nella Collina di Crono. Sulla vetta le sacerdotesse note col nome di «regine» offrono sacrifici a Crono durante l’equinozio di primavera, nel mese di Elafio.
Con l’aiuto di Atena, i Troiani costruirono per Eracle un alto muro che servì a nasconderlo dal mostro quando questi emerse dall’acqua e avanzò sulla terraferma. Appena si trovò dinanzi al muro, il mostro spalancò le fauci ed Eracle gli balzò nella gola, armato com’era. Passò tre giorni nel ventre del mostro e ne emerse vittorioso, benché l’aspra lotta gli fosse costata tutti i capelli che aveva in capo. Non si sa bene che cosa accadde in seguito. Alcuni dicono che Laomedonte diede Esione in isposa a Eracle ma tuttavia lo convinse a lasciare a Troia sia Esione sia le cavalle, mentre partiva con la spedizione degli Argonauti; e che dopo la conquista del Vello d’Oro si lasciò nuovamente dominare dalla cupidigia e rifiutò di consegnare a Eracle la sposa e le cavalle. Altri dicono che Laomedonte fece questo rifiuto un mese o due prima, quando Eracle venne a Troia in cerca di Ila. La versione più attendibile, tuttavia, è che Laomedonte ingannò Eracle sostituendo cavalle mortali alle immortali; allora Eracle minacciò di fare guerra a Troia e subito si imbarcò furibondo. Dapprima si recò all’isola di Paro, dove innalzò un altare a Zeus e ad Apollo; e poi all’Istmo di Corinto, dove profetizzò il triste fato di Laomedonte; infine reclutò un esercito nella città di Tirinto. Laomedonte, nel frattempo, aveva ucciso Fenodamante e venduto le sue tre figlie a certi mercanti siciliani venuti a comprare vittime da esibire nella lotta con le fiere; ma in Sicilia le fanciulle furono salvate da Afrodite; la maggiore, Egesta, si giacque col fiume Crimisso che prese la forma di un cane e le generò un figlio, Egeste, chiamato Aceste dai Latini. Codesto Egeste, con l’aiuto di un figlio bastardo di Anchise, Elimo, che egli aveva fatto venire da Troia, fondò le città di Egesta, più tardi chiamata Segesta; di Entella, così chiamata dal nome della moglie di Egeste; di Erice e di Asca. Altri invece dicono che Egesta ritornò a Troia e colà sposò un certo Capi che la rese madre di Anchise.
È ancora discusso se Eracle partì per Troia con diciotto lunghe navi da cinquanta remi ciascuna, oppure con una flottiglia di sei piccole navi ed esigue forze. Ma si sa che tra i suoi alleati erano lolao. Telamone figlio di Eaco, Peleo, l’argivo Ecleo e il beota Dimaco. Eracle aveva trovato Telamone a Salamina, intento a banchettare con i suoi amici. Subito gli fu offerta una aurea coppa di vino e Telamone lo invitò a libare a Zeus. Dopo aver libato. Eracle tese le braccia al cielo e così pregò: «O Padre, concedi a Telamone uno splendido figlio, con la pelle dura come quella del leone ed equivalente coraggio!» Tali parole egli disse perché aveva visto che Peribea, la moglie di Telamone, era sul punto di partorire. Zeus mandò allora un’aquila che si liberò nel ciclo ed Eracle assicurò a Telamone che la sua preghiera era stata esaudita. E infatti, non appena il banchetto fu terminato, Peribea diede alla luce il Grande Aiace ed Eracle lo avvolse nella pelle del leone, rendendolo invulnerabile, fuorché al collo e sotto le ascelle, due punti che la pelle non arrivò a coprire. Sbarcato nei pressi di Troia, Eracle lasciò Ecleo a guardia delle navi, mentre egli stesso guidava gli altri campioni all’assalto della città. Laomedonte, colto di sorpresa, non ebbe il tempo di radunare l’esercito, ma distribuì al popolo spade e torce e fece correre tutti verso la spiaggia per incendiare la flotta. Ecleo resistette sino alla morte, sacrificandosi nobilmente in un’azione di copertura mentre i suoi compagni mettevano le navi in mare e fuggivano. Laomedonte allora si precipitò di nuovo verso la città, e dopo una scaramuccia con le forze di Eracle, non ancora organizzate, riuscì a entrare nelle mura e si chiuse le porte alle spalle. Eracle, che non voleva indugiare in un lungo assedio, ordinò immediatamente un attacco. Il primo ad aprire una breccia nelle mura fu Telamone, che scelse il lato occidentale, costruito da suo padre Eaco, considerandolo il più debole; ma Eracle gli fu subito alle calcagna, pazzo di gelosia. Telamone, rendendosi conto all’improvviso che la spada di Eracle era puntata contro il suo petto, ebbe la presenza di spirito di chinarsi e raccogliere alcune grosse pietre rotolate giù dalle mura. «Ma che stai facendo?» tuonò Eracle. «Intendo costruire un altare per Eracle Vincitore e Risanatore!» rispose pronto Telamone. «Lascio a tè il compito di saccheggiare Troia», disse Eracle bruscamente a mo’ di ringraziamento, e corse avanti. Uccise con le sue frecce Laomedonte e tutti i suoi figli, tranne Podarce, il solo che avesse tentato di indurre il padre a consegnare a Eracle le immortali cavalle. Appagata la sua sete di vendetta. Eracle ricompensò Telamone concedendogli la mano di Esione, ed Esione a sua volta ebbe il permesso di riscattare uno dei suoi compagni prigionieri. Essa scelse Podarce. «Benissimo», disse Eracle, «ma prima dovrà essere venduto come schiavo». Podarce dunque fu messo in vendita ed Esione lo riscattò con il velo dorato che le ricopriva il capo; così Podarce si meritò il nome di Priamo, che significa «riscattato». Ma altri dicono che Priamo era ancora in fasce a quel tempo.
Dopo aver distrutto Troia con un incendio. Eracle mise Priamo sul trono e riprese il mare. Esione accompagnò Telamone a Salamina dove gli generò un figlio, Teuero, non si sa se come concubina o come legittima moglie. Più tardi essa lasciò Telamone, fuggì in Asia Minore e giunse a nuoto a Mileto, dove re Arione la trovò nascosta in un bosco. Colà essa diede alla luce un secondo figlio di Telamone, Trambelo, che re Arione allevò come se fosse suo, e in seguito lo elesse re dei parenti asiatici di Telamone, i Lelegi o, altri dicono, i Lesbi. Quando, nel corso della guerra diTroia, Achille conquistò Mileto, uccise Trambelo e troppo tardi seppe che egli era figlio di Telamone, cosa che gli provocò grande dolore. Taluni dicono che Ecleo non cadde a Troia, ma era ancora vivo quando le Erinni fecero impazzire suo nipote Alcrneone. Si mostra la sua tomba in Arcadia, presso il recinto megalopolitano di Borea. Eracle salpò poi dalla Troade portando con sé Glaucia, una figlia del fiume Scamandro. Durante l’assedio essa era stata l’amante di Dimaco, e quando Dimaco cadde in battaglia, si rivolse a Eracle per averne protezione. Eracle la prese a bordo della sua nave, lieto che la progenie di un così valoroso amico gli sopravvivesse; perché Glaucia era incinta, e in seguito diede alla luce un figlio chiamato Scamandro.
Ora, mentre il Sonno cullava Zeus sino a farlo assopire, Era ordinò a Borea di suscitare una tempesta che spinse Eracle fuori rotta, verso l’isola di Coo. Zeus si ridestò furibondo e minacciò di precipitare il Sonno giù nel golfo dell’Èrebo; ma il Sonno si rifugiò supplice nel grembo della Notte, che Zeus non osava contrariare. Scornato, cominciò allora a malmenare gli dei di tutto l’Olimpo. Taluni dicono che in quella occasione egli legò i polsi di Era a una trave e le chiuse le caviglie nei ceppi; poi scagliò Efesto sulla terra. Dato così pieno sfogo alla sua ira, prestò soccorso a Eracle e da Coo lo guidò verso Argo, dove l’eroe ebbe avventure in vario modo descritte. Taluni dicono che gli abitanti di Coo lo credettero un pirata e cercarono di impedire che la sua nave approdasse, scagliandovi contro delle pietre. Ma Eracle riuscì a sbarcare, si impadronì della città di Astipalea con un assalto notturno e uccise il re, Euripilo, figlio di Posidone e di Astipalea. L’eroe stesso fu ferito da Calcodonte, ma salvato da Zeus quando già si credeva spacciato. Altri dicono che Eracle attaccò Coo perché si era innamorato di Calciope, figlia di Euripilo. Secondo un altro racconto, cinque delle sei navi di Eracle si inabissarono nel corso della tempesta. L’unica nave scampata si sfasciò sulla spiaggia di Coo presso Lacela ed Eracle e i suoi compagni poterono salvare soltanto le armi. Mentre stavano strizzando le loro vesti inzuppate d’acqua salata, passò di lì un gregge ed Eracle chiese al pastore meropide, un certo Antagora, di donargli un ariete. Al che Antagora, che era forte e nerboruto, sfidò Eracle a una gara di lotta, offrendo di mettere un ariete in palio. Eracle accettò la sfida ma, quando i due lottatori si strinsero in un a corpo a corpo, gli amici di Antagora accorsero in suo aiuto e altrettanto fecero i Greci per Eracle, e subito ne seguì una zuffa generale. Sopraffatto dalla stanchezza e dal numero dei nemici. Eracle si rifugiò nella casa di una corpulenta matrona tracia, indossò le vesti di lei e riuscì così a salvarsi. Più tardi, quello stesso giorno, rinfrancato dal cibo e da un buon sonno. Eracle affrontò di nuovo i Meropì e li sconfisse; poi fu purificato dal loro sangue e, sempre indossando vesti femminili, sposò Calciope che lo rese padre di Tessalo. Sacrifici annuali si offrono ora a Eracle sulla pianura dove si combatté quella battaglia; e gli abitanti di Coo indossano vesti femminili quando accolgono in casa le loro spose; così pure il sacerdote di Eracle ad Antimachia, prima di compiere un sacrificio.