Il racconto del mito di Teseo è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 16: Teseo – Lo stato e le donne.
Prima di questo post, se non l’hai ancora letto, leggi: Le fatiche di Teseo (Mito di Teseo – Parte 2 di 6)
Giunto in Attica, presso le rive del fiume Cefiso, Teseo fu accolto dai figli di Fitalo che lo purificarono dal sangue da lui versato, e in particolare dal sangue di Sini, che gli era parente per parte di madre. L’altare di Zeus Benigno sorge ancora sulla riva del fiume, là dove ebbe luogo la cerimonia. In seguito i Fitalidi accolsero Teseo come loro ospite e quella fu la prima casa che lo ospitò da quando egli aveva lasciato Trezene. Indossando una lunga veste che gli sfiorava i piedi e con i capelli bene intrecciati, Teseo entrò in Atene l’ottavo giorno del mese Cronio, ora chiamato Ecatombeone. Mentre passava dinanzi al tempio quasi ultimato di Apollo, un gruppo di muratori lo scambiò per una fanciulla e gli chiese con tono impertinente perché se ne andasse in giro senza essere accompagnato. Disdegnando di rispondere, Teseo staccò un bue dal carro dei muratori e lo lanciò in aria, ben più in alto del tetto del tempio. Ora, mentre Teseo cresceva a Trezene,
Egeo aveva mantenuto la promessa fatta a Medea, ospitandola quando essa fuggì da Corinto sul famoso cocchio trainato da serpenti; in seguito la sposò, convinto che le sue arti magiche gli avrebbero permesso di generare un erede; infatti egli non sapeva ancora che Etra aveva dato alla luce Teseo. Medea tuttavia riconobbe Teseo non appena egli giunse in città e ne divenne gelosa per via di Medo, il figlio che aveva avuto da Egeo e che si supponeva gli sarebbe succeduto sul trono. Essa dunque fece credere a Egeo che Teseo fosse una spia o un assassino, e lo indusse a invitarlo alla festa nel Tempio del Delfino; Egeo, che si serviva del tempio come della propria residenza, si preparò a offrire a Teseo una coppa di vino affatturato da Medea. Questo vino conteneva dell’aconito, un veleno che Medea aveva portato da Acherusia in Bitinia, dove il fiore mortale dell’aconito era sbocciato dalla bava di Cerbero furibondo mentre Eracle lo trascinava fuori dal Tartaro. L’aconito è così chiamato perché fiorisce sulla nuda roccia. Taluni dicono che quando il bue arrostito fu servito nel Tempio del Delfino, Teseo estrasse la spada per trinciare la carne e così attrasse l’attenzione di suo padre; ma secondo altri egli si era già portato la coppa alle labbra senza sospettare di nulla quando Egeo notò i serpenti Eretteidi incisi sull’elsa eburnea della spada e rovesciò il veleno per terra. E ancora si mostra, sul nudo impiantito del tempio, il luogo dove la coppa cadde. Seguirono i più grandi festeggiamenti che Atene avesse mai visto.

Egeo abbracciò Teseo e lo riconobbe come figlio dinanzi al popolo radunato. Fuochi furono accesi dinanzi a ogni altare e i simulacri degli dei si coprirono di offerte votive; ecatombi di buoi inghirlandati di fiori vennero sacrificate e nel palazzo e nella città i nobili e il popolo esultarono assieme, e cantarono le gloriose imprese di Teseo, già più numerose degli anni della sua vita. Animato da propositi di vendetta, Teseo inseguì allora Medea; essa però riuscì a sfuggirgli avvolgendo il proprio corpo in una magica nube e si allontanò da Atene con il giovane Medo e una scorta generosamente concessale da Egeo. Altri dicono che Medea partì in compagnia di Polisseno, il figlio avuto da Giasone. Pallade e i suoi cinquanta figli, i quali da tempo sostenevano che Egeo non era un vero Eretteide ne poteva avanzare pretese al trono, si ribellarono apertamente quando videro le loro speranze di governare in Atene minacciate da un pezzente straniero. Essi divisero le loro forze: Pallade con venticinque dei suoi figli marciò sulla città partendo da Sfetto, mentre gli altri venticinque prepararono un’imboscata a Gargetto. Ma Teseo, informato da un araldo chiamato Leo, della tribù degli Agni, balzò sui guerrieri in agguato e li sterminò. Pallade sgomento invocò la pace. I Pallantidi non perdonarono mai il tradimento di Leo e ancor oggi non sposano membri della tribù degli Agni ne permettono che gli araldi diano inizio a un proclama con le parole «Akouete leoi» («Udite o cittadini») per via dell’assonanza tra leoni e il nome Leo. Codesto Leo non va confuso con l’altro Leo, figlio di Orfeo e antenato dei Leontidi Ateniesi. Un giorno, in tempo di peste e carestie, Leo obbedì agli ordini dell’oracolo delfico e sacrificò le sue figliole Teope, Prassitea ed Eubula per salvare la città. Gli Ateniesi innalzarono il Leocorio in loro onore.
Vai a: Teseo a Creta (Mito di Teseo – Parte 4 di 6)
ll mito di Teseo, riassunto dalla versione di Robert Graves ne “I Miti Greci”. Un libro pubblicato da numerose case editrici e che vi consigliamo caldamente. Qua trovate la nostra recensione al volume di Graves.
Il piano dell’opera “Grandi Miti Greci” e recensioni agli altri volumi.
Cosa facciamo noi de La Voce delle Muse
Ti piacciono i nostri post? Vuoi sostenerci con un piccolo contributo? Offrici un caffè
Il racconto del mito di Teseo è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 16:
In seguito, a Crommio, Teseo cacciò e uccise una terribile e mostruosa scrofa, la quale aveva fatto tali stragi che la gente del luogo non osava più uscire di casa per lavorare i campi. Questa bestia, che ebbe nome dalla vecchia che l’allevò, si dice fosse figlia di Tifone ed Echidna. Sempre seguendo la strada costiera, Teseo giunse a certe rocce scoscese che sorgevano a picco sul mare ed erano il rifugio del bandito Scirone; taluni dicono che Scirone fosse un corinzio figlio di Pelope o di Posidone; altri, che egli fosse figlio di Enioca e Caneto. Scirone soleva sedersi su una roccia e costringeva i passanti a lavargli i piedi; e quando essi avevano finito di lavarglieli, con un calcio li scaraventava in mare, dove una gigantesca testuggine li divorava (le testuggine somigliano alle tartarughe, ma sono più grandi e hanno pinne in luogo di zampe). Teseo si rifiutò di lavare i piedi di Scirone, lo sollevò dalla roccia e lo buttò in mare. I Megaresi tuttavia sostengono che l’unico Scirone con cui Teseo venne alle mani era un onesto e generoso principe di Megara, padre di quell’Endide che sposò Eaco e gli generò Peleo e Telamone; aggiungono che Teseo uccise Scirone dopo la conquista di Eleusi, molti anni dopo, e celebrò in suo onore i Giochi Istmici sotto il patronato di Posidone. La scogliera di Scirone sorge presso le rocce Molurie e più sopra corre il sentiero di Scirone, che egli tracciò quando comandava l’esercito di Megara. Un violento vento di nord-ovest che soffia da quelle alture verso il mare è chiamato Scirone dagli Ateniesi. Ora, sciron significa parasole e il mese di Sciroforione è così chiamato perché durante la festa di Demetra e Core, il dodicesimo giorno di Sciroforione, il sacerdote dell’Eretteo porta un parasole bianco, e la sacerdotessa di Atene Scira ne porta uno simile nella solenne processione che si snoda lungo l’Acropoli; in quella occasione il simulacro della dea è imbrattato di sciras, una specie di gesso, per ricordare la bianca statua che Teseo le consacrò dopo la sua vittoria sul Minotauro.
Continuando il suo cammino verso Atene, Teseo si imbatté nell’arcade Cercione, che taluni dicono figlio di Branco e della Ninfa Argiope; altri, figlio di Efesto o di Poseidone. Egli soleva sfidare i passanti a battersi con lui e poi li stritolava tra le sue braccia possenti; ma Teseo lo afferrò per le ginocchia e, con grande diletto di Demetra che assisteva alla lotta, lo scaraventò a terra. La morte di Cercione fu istantanea. Teseo faceva più affidamento sulla sua abilità che sulla sua forza poiché egli aveva codificato l’arte della lotta libera, di cui nessuno fino a quel giorno aveva compreso l’importanza. Il luogo dove si svolse la lotta con Cercione si vede ancora presso Eleusi, sulla strada di Megara, presso la tomba della figlia di Cercione, Alope, che si dice fosse stata violentata da Teseo stesso. Raggiunta Coridallo in Attica, Teseo uccise il padre di Sini, Polipemone, soprannominato Procruste, che viveva ai margini della strada e aveva in casa sua due letti, uno grande e uno piccolo. Accolti i viandanti, faceva sdraiare quelli di piccola statura sul letto grande e poi ne slogava le membra per adattarle alle proporzioni del giaciglio, mentre sistemava quelli alti nel letto piccolo, amputando poi le gambe che sporgevano dal letto stesso. Taluni dicono invece che egli si servisse di un solo letto, e allungava o accorciava i suoi ospiti a seconda del caso. Teseo lo ripagò con la stessa moneta.
Il racconto del mito di Teseo è collegato alla nostra recensione della collana “Grandi Miti Greci”, Volume 16:
Egeo, quando si destò nel letto di Etra, le disse che se un figlio fosse nato dal loro amplesso non doveva essere esposto ma bensì allevato segretamente a Trezene. Poi ritornò ad Atene per celebrare le Panatenee, dopo aver nascosto la propria spada e i propri sandali sotto un masso noto col nome di Altare di Zeus il Forte, e che sorgeva lungo la strada da Tzezene a Ermione. Se il ragazzo, raggiunta la maturità, avesse avuto la forza di spostare il masso e di ricuperare la spada e i sandali, si sarebbe dovuto mandarlo ad Atene. Frattanto Etra doveva tenere la bocca chiusa, affinché i nipoti di Egeo, i cinquanta figli di Pallade, non congiurassero contro la sua vita. La spada era un pegno avuto da Cecrope. In una località ora chiamata Genetlio, sulla strada che conduce dalla città al porto di Trezene, Etra diede alla luce un figlio. Taluni dicono che essa lo chiamò subito Teseo, perché dei pegni erano stati depositati per lui; altri sostengono che il giovane si meritò in seguito quel nome ad Atene. Egli fu allevato a Trezene, dove il suo tutore Pitteo prudentemente mise in giro la voce che il bimbo era figlio di Poseidone. E un certo Connida, cui gli Ateniesi sacrificano tuttora un ariete il giorno precedente le Feste Tesee, gli fu pedagogo. Ma altri dicono che Teseo crebbe a Maratona. Un giorno Eracle, mentre pranzava a Trezene con Pitteo, si levò di dosso la pelle di leone e la gettò su uno sgabello. I fanciulli del palazzo, che entravano in quel momento, fuggirono tutti strillando, salvo il piccolo Teseo, di sette anni, che strappò un’ascia da un ceppo e si preparò coraggiosamente ad affrontare un vero leone. All’età di sedici anni Teseo si recò a Delfi e consacrò ad Apollo la sua prima ciocca virile. Egli si rasò tuttavia soltanto la parte anteriore del capo, come gli Arabi e i Misi o i valorosi Abanti dell’Eubea, che privano così i nemici di un notevole vantaggio nel combattimento a corpo a corpo. Questo tipo di tonsura, e il sacro recinto dove la cerimonia ebbe luogo, si chiamano ancora tesei. Teseo era ormai un giovanetto forte, intelligente e saggio, ed Etra, guidandolo al luogo dove Egeo aveva nascosto la spada e i sandali, gli narrò la storia della sua nascita. Egli spostò senza alcuna difficoltà il masso, chiamato di poi «Roccia di Teseo», e ricuperò i pegni lasciati da suo padre. Tuttavia, nonostante i consigli di Pitteo e le suppliche della madre, anziché raggiungere Atene per la via del mare, che era più rapida e sicura, volle viaggiare per terra; lo spingeva il desiderio di emulare le imprese del suo cugino germano Eracle, che egli molto ammirava.
“Le cose che leggi, Teseo, te le scrivo da questa spiaggia donde, senza di me, le vele han portato via la tua nave, dove io son stata indegnamente tradita e da un sonno funesto e da te, che al mio sonno ha teso un agguato.” (Arianna scrive a Teseo, tratto da Ovidio, Heroides)