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Recensione a “Il Vello d’Oro” di Robert Graves

Recensione a “Il Vello d’Oro” di Robert Graves

Medea, il Custode, il Vello, Giasone

“Ma ricordati, Anceo, niente menzogne. I morti possono dire soltanto la verità, anche se torna a loro discredito.” Termina così l’invocazione di Robert Graves all’inizio del romanzo Il vello d’oro (Graves, Robert, Il Vello d’oro, Longanesi, ripubblicato nel 2016, 536 pagine, 22 Euro). È Anceo il Lelego, Anceo il Piccolo che narra la storia del Viaggio di Giasone e di tutta la combriccola di eroi greci che partono alla conquista del Vello d’oro nascosto in fondo alla Colchide. Il libro si apre con la narrazione della morte di Anceo, abbandonato sull’isola di Maiorca, dove vige il matriarcato sacro della Ninfa e della Grande Sacerdotessa sua madre. Anceo, ormai vecchio e stanco viene esiliato ai confini del mondo greco proprio per la sua fedeltà alla Grande Dea matriarcale: è ormai l’ultimo superstite della missione capitanata da Giasone. E a Maiorca viene seppellito: Graves che a Maiorca ha vissuto buona parte della sua vita, lo interroga sulle vicende di cui è stato protagonista.

Graves, come già ha fatto nelle note del suo volume I Miti greci, non si limita a romanzare le Argonautiche di Apollonio Rodio, ma amplia e corrobora la sua narrazione con supposizioni sulla nascita del Pantheon greco e del passaggio sofferto e combattuto dal Matriarcato della Dea Bianca al Patriarcato degli dèi olimpici. Il Vello d’oro assume quindi una valenza di rivalsa della Dea su quello che viene descritto come un usurpatore (Zeus) e tutto il viaggio di Giasone assume delle connotazioni religiose e divine. La navigazione dell’Argo passa attraverso molte terre e popoli e di ognuno narra episodi e mostra culti, tradizioni ed eroi. Si tratta di un’odissea affascinante e ricca di dettagli e magia. Anche gli argonauti, vale a dire gli eroi imbarcati sulla nave con Giasone vengono pennellati con originalità e ricchezza: Ercole il fortissimo eroe, Orfeo il musico che smuove le piante e i sassi con la sua lira, sono tra i miei preferiti, ma anche l’allevatore di api, Castore e Polluce e molti altri rimangono nella memoria.

Si tratta di un romanzo che definirei enciclopedico: miti e leggende vengono riassunti e interpretati liberamente da Graves spesso tramite la voce di Orfeo che diletta i compagni con i suoi canti. Medea, la Sacerdotessa maga che aiuta Giasone nell’impresa di sottrarre il Vello d’oro è un po’ negletta e al personaggio viene data meno importanza di quanta ne meriti la tragica figura della donna che per amore tradisce tutte le cose più care. La ricchezza del romanzo è garantita dal suo intrecciare leggende pelasgiche, cretesi, tracie, e di molte altre regioni del mappamondo antico: Colchide, Tauride, Albania, le Amazzoni, i trogloditi… tradizioni di fertilità, matrimoniali, sepolture, nascite, presenze spirituali, sacrifici sacri, cerimonie quotidiane e riti segrete, cacce di animali sacri, rituali di coltivazione, tecniche navali e di navigazione, esempi di diplomazia antica, incontri di boxe sulla spiaggia, tradimenti spaventosi. Insomma nelle 500 e passa pagine del romanzo non c’è modo di annoiarsi.

Da notare che Graves scrive il romanzo dal punto di vista di un greco antico (è la voce di Anceo che narra), per cui molti accadimenti vengono descritti come dati di fatto. Per esempio è normale capire il linguaggio degli uccelli per un auguro, oppure Ercole è davvero invincibile e la sua forza non ha pari. Insomma, una bella immersione in un mondo magico e antico. Lettura consigliata!

Andreas

Graves, Robert.  Il Vello d’oro.  1944.  Milano, Longanesi, 2016.  Romanzo di 536 pagine, 22 Euro.

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Il Viaggio di Annibale

Il Viaggio di Annibale

Il viaggio di AnnibalePARTE 1 – Sto leggendo il libro di Paolo Rumiz, Annibale – Un Viaggio, edito da Feltrinelli. Si tratta del resoconto del viaggio del giornalista e scrittore Paolo Rumiz, sulle tracce del passaggio di Annibale da Cartagine, alla Spagna, alle Alpi, all’Italia, alla Tunisia, all’Armenia. Un viaggio affascinante, narrato con stile giornalistico “all’americana” (con i nomi delle guide e dei ristoratori), e che riesce a coinvolgere nella passione per la ricerca mitologica, più che storica. Poco importa, dice Rumiz, se Annibale sia passato da questo passo alpino piuttosto che da quell’altro: quello che conta sono le tracce che ha lasciato nelle vallate e nelle storie degli uomini. E di quello che sembra essere alla ricerca l’autore: di un motivo ricorrente che ha fatto di Annibale, vituperato e cancellato dalla storia romana, un personaggio archetipico. Ma qual è questo archetipo? Chi incarna Annibale per noi esseri umani del ventunesimo secolo? Nel libro, e nella nostra interiorità la risposta! 🙂

PARTE 2 – Ho terminato la lettura del libro si Paolo Rumiz su Annibale. Ve lo consiglio caldamente! Intanto vien voglia di partire per un viaggio, dopo la lettura. Non un viaggio da agenzia, ma un viaggio lento, meglio ancora a piedi, fuori dalle vie di comunicazione, su per sentieri e strade abbandonate, alla ricerca non di vecchi sassi ma di miti vissuti (o costruitisi nel passato) e che ancora comunicano qualcosa alla nostra psiche. “Nell’arena non c’è nessuno oltre a noi. Fruscio di passeri nella sterpaglia, passerelle, voragini che si aprono sugli inferi dei gladiatori e delle belve. Il moncone sud dell’anfiteatro che si staglia nel cielo bianco come il teschio di un bisonte. Questo non è il colosseo, infestato di orde in bermuda. Tutto è infinitamente più misterioso, come sulla Trebbia o a Canne. Dove è passato Annibale la magia resta, e la peste dei non luoghi non attecchisce. C’è un’energia primordiale che percepiamo ovunque.” (pagina 126). Un antico anfiteatro si trasforma da un insieme di rocce abbandonate in un luogo ricco di significato solo se vi associamo il vissuto che stiamo cercando, il mito che ci spinge a cercare quello che ci serve.

Rumiz a pagina 12 racconta di come un compagno di viaggio sulle Alpi, mentre sono alla ricerca del passo alpino attraverso il quale Annibale ha raggiunto l’Italia, rimette nello zaino le guide e le cartine e ne estrae le Storie di Polibio, di cui legge ad alta voce un estratto. “È cambiato tutto. La lettura ci inonda, ci apre i pori della pelle, svela l’energia del luogo. Il Libro, ecco la chiave. Il Libro venuto dal tempo. Improvvisamente le nostre guide, i nostri Baedeker perdono significato. Non importa nulla sapere della quota o dei bivi dei sentieri. Conta solo l’evento narrato e l’immaginario che si scatena in noi”. Proprio così, un viaggio reale ma alla ricerca di un luogo vero per la psiche non di una montagna in particolare. Poi però, anche la guida del mito può chiuderti gli occhi, impedirti di vedere la realtà in cui vivi e in cui il mito si cristallizza momentaneamente, per te e per la tua esperienza di vita. Ed ecco che anche Rumiz decide di tornare a guardare il mondo con gli occhi reali, i suoi, attraverso i quali il mito, Annibale, torna nel mondo. “Prendo l’unica decisione possibile: consumare un distacco dal libro. Temporaneo, almeno. Chiudo Polibio, chiudo Livio, li metto in fondo al sacco e subito mi sento più leggero. I pori della pelle respirano, assetati di meraviglie.” (pagina 65) Verità psichica e realtà terrena: è quando le due si uniscono che la sorpresa e la meraviglia fanno capolino nella ricerca.

PARTE 3 – E poi, ad un certo punto, il mito si fa incerto, sfuggente, va in qualche modo inventato. “Ormai Tito Livio e Polibio non ci fanno più da guide, e il nostro viaggio continua a tentoni” (pagina 167). È l’affrancamento dai maestri, il lasciarsi guidare e stupire dal personaggio, dal mito, che ormai è divenuto parte di noi, e a cui noi diamo vita.

E alla fine, scoperto quello che rimane della tomba di Annibale, un monumento voluto da Atatürk , il padre della moderna Turchia, nel 1934, Rumiz si ritrova “pieno di una forza visionaria enorme” dove la realtà assume “un senso nuovo e invisibile… Certo, non ho trovato le sue ceneri, ma il suo mito sì, ed è questo quello che conta” (pagina 184).

E il mito di Annibale, che spesso si confonde con quello di Ercole, riempie di meraviglia e stupore per la sua ricchezza e per il suo mistero che vien voglia di esplorare personalmente. Al lavoro!

Un’ultima chicca dal libro di Rumiz, che mi ha fatto piacere rileggere: la definizione di OZIO. “Ah, otium, nobilissima parola! Ma dove sta scritto che l’ozio è dei fannulloni? In latino vuol dire un’altra cosa: “tempo libero utilmente impiegato” in studio, giardinaggio, camminate. È la più sublime delle attività umane. Se così non fosse, il lavoro quotidiano non si chiamerebbe negotium, degradazione (o negazione) dell’ozio” (Paolo Rumiz, Annibale. Un Viaggio, Feltrinelli 2008, pagina 135). Lo scrivo così me lo ricordo quando mi faccio sopraffare dalle attività quotidiane! 🙂

Andreas Barella

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Trilogia dell’Isola di Creta ovvero Racconti dal labirinto, galleria di immagini

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I disegni di Ercole

I disegni di Ercole
L'idra di Lerna dalle mille teste

L’idra di Lerna dalle mille teste

Un attento e curioso bambino che ha partecipato al nostro ciclo di “Racconti dell’isola di Creta”  ci ha portato, memore della storia di Ercole e delle sue dodici fatiche (che avevamo raccontato in primavera) alcuni suoi disegni ispirati alle avventure dell’eroe greco. Grazie mille! Li conserviamo qua con il nostro materiale più prezioso!

Le Muse commosse e felici!