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Fidarsi o non fidarsi? – Appesi alla luna – lunedì 4 giugno 2018

Fidarsi o non fidarsi? – Appesi alla luna – lunedì 4 giugno 2018

Avere un’intima convinzione che tutto vada bene, credere nella bontà delle persone e nella loro buonafede: questa è la fiducia. Nel salotto serale di Rete Uno, Isabella Visetti e Marco Di Gioia riflettono attorno alla fiducia, il collante indispensabile di ogni relazione, uno dei punti cardine assieme al rispetto dei rapporti umani.

Se ci si pensa, niente può essere senza fiducia, ma avere fiducia e nutrire la fiducia non è più così scontato. E allora è meglio fidarsi degli altri oppure meglio proteggersi da possibili delusioni? E quando le inevitabili delusioni arrivano, come cambiano il nostro approccio alla vita e al mondo? Come prendere il buono anche dai tradimenti della nostra fiducia?

Andreas Barella de La Voce delle Muse, racconterà la storia di Agamennone, il re dei re e del suo tradimento nei confronti della figlia Ifigenia (qui trovate il testo dell’episodio mitologico), oltre a parlare delle reazioni possibili al tradimento della fiducia e come cominciare a percorre la via del perdono, l’unica via che permette di ristabilire una fiducia costruttiva e adulta. Ospite in studio anche Nicoletta Todesco, psicologa del lavoro. Questa puntata è l’ultima prima delle vacanze estive. Arrivederci a settembre!

Prima parte della trasmissione. Seconda parte della trasmissione.

Cosa facciamo noi de La Voce delle Muse

Tradimento della fiducia: Agamennone e Ifigenia

Tradimento della fiducia: Agamennone e Ifigenia

José De Cañizares, Il sacrificio di Ifigenia

Nella puntata del 4 giugno 2018 di Appesi alla Luna, salotto serale di Rete Uno della Radio Svizzera italiana, Andreas Barella de La Voce delle Muse, ha raccontato il mito di Agamennone e Ifigenia, nell’ambito di una puntata sulla fiducia e sul tradimento della stessa. Qui trovate la trasmissione.

Nella regione dell’Aulide, in Grecia, l’esercito dei Greci, capitanato da Agamennone e Menelao è bloccato. Dovrebbe partire per Troia, dove Paride ha portato la bella Elena, sposa di Menelao, re di Sparta. Paride ha ricevuto Elena in premio da Afrodite per aver decretato che era la più bella tra lei stessa, Era e Atena. Afrodite gliel’ha consegnata, ma c’è il piccolo problema che Elena era già sposata con Menelao, e Paride rapisce la donna mentre è ospite del re di Sparta, infrangendo la sacra legge degli ospiti. Menelao e il fratello Agamennone, decidono di vendicare l’onore dei Greci e decidono di mettere assieme un grande esercito per andare a riprendersi la donna a Troia, patria di Paride, che è anche il figlio del re Priamo.

Ma, dicevamo, i Greci sono bloccati sulla spiaggia. Infatti il mare è misteriosamente divenuto burrascoso e la partenza delle navi è impossibile. Dato che non si sa come fare, Agamennone chiede all’indovino Calcante di rivelargli il responso degli Dei. Il responso è chiarissimo: la dea Artemide è infuriata con il re Agamennone per un’offesa recatale giorni prima durante una caccia, visto che il figlio di Atreo si era vantato di essere il più grande cacciatore della Terra e perfino dell’Olimpo. Menelao, fratello di Agamennone, lo ingiuria, visto che adesso la partenza è impossibilitata da ciò e che così la sua sposa sarà irraggiungibile a Troia. Agamennone replica a sua modo agli insulti, finché i due fratelli non incominciano a insultarsi riguardo alle loro posizioni politiche e ai loro domini della Grecia.

Clitennestra, moglie di Agamennone, prova a sedare la rissa, ma è inutile. Interviene sulla scena sempre l’indovino Calcante che ha in mente una nuova profezia: a causa dell’ira della dea Artemide, la quiete del mare dovrà essere pagata con un terribile sacrificio: quello della ragazza Ifigenia, la figlia minore di Agamennone dopo Elettra e Oreste. Clitennestra sviene dalla paura, mentre Agamennone riprende a litigare con Menelao, il quale gli suggerisce di non continuare le risse ma piuttosto di affrontare il problema chiamando i fidati Ulisse e Diomede, amici inseparabili. Costoro andranno a prelevare Ifigenia (ancora ignara di tutto) dal suo palazzo, con la scusa che deve partire per l’isola di Ftia dove l’attende il valoroso Achille, pronto a sposarla. Ifigenia tutta contenta si fa guidare da Diomede e Ulisse fino alla piazza della città, dove l’attende un sacerdote, pronto a compiere il sacrificio. Quando Ifigenia si accorge dell’amara realtà, cerca di svincolarsi, ma poi tremante si fa condurre all’altare, pronta a favorire il volere degli Dei. Agamennone non osa guardare e nemmeno Clitennestra, che lo maledice sottovoce e medita già la vendetta dopo il ritorno del re da Troia (che avverrà dopo ben dieci anni).

Dopo la morte della ragazza, sulla scena sopraggiunge Achille, il quale è stato avvertito dell’inganno mosso contro Ifigenia. Egli è irato per essere stato citato in quella situazione familiare e per di più si mette a insultare con violenza Agamennone, che ha osato uccidere sua figlia solo per andare a Troia per il potere. Agamennone lo maledice (ma la vera lite tra i due avverrà sulle spiagge di Troia, e sarà la cornice in cui si svolge l’Iliade, che si apre proprio con le parole “Cantami, o Diva, del pelide Achille / l’ira funesta…”) e poi si mette a discutere di nuovo furiosamente con Menelao. Achille esprime il suo dissenso e il suo odio fondato per la politica e per i politici e si allontana verso la sua nave. La lite tra i due continua finché tutti i greci non decidono finalmente di partire affranti per la perdita di Ifigenia per l’Oriente a Troia.

In un’altra versione, Artemide all’ultimo momento salva la ragazza sostituendola con una cerva bianca, che viene sacrificata al suo posto (vedi immagine di questo post). Ifigenia viene trasportata dalla dea nella Colchide, dove diviene una sacerdotessa del culto della dea armata di arco. Il fratello Oreste la incontrerà assieme a Pilade nel corso del suo viaggio iniziatico.

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Il talento è innato oppure è una conquista? – Appesi alla luna – lunedì 28 maggio 2018

Il talento è innato oppure è una conquista? – Appesi alla luna – lunedì 28 maggio 2018

Il talento è insito in noi o dipende dall’esercizio quotidiano? Ci viene donato alla nascita oppure lo dobbiamo sviluppare con il duro lavoro? Nel salotto serale di Rete Uno ci chiediamo questo e chiacchieriamo su come sviluppare e riconoscere i nostri talenti. Isabella Visetti e Marco Di Gioia ne parlano con Andreas Barella de La Voce delle Muse che presenterà la parabola dei talenti tratta dal Vangelo di Matteo e racconterà il mito di Er, tratto dal dialogo repubblica di Platone (il testo, magistralmente letto da Loriana Sertoni, lo trovate qui). Altri ospiti: Manuela Mazzi, scrittrice e Paolo Cicale, counselor filosofico.

Prima parte della trasmissione. Seconda parte della trasmissione.

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Estratti dal mito di Er (Platone, Repubblica)

Estratti dal mito di Er (Platone, Repubblica)

Lunedì 28 maggio 2018 Andreas Barella de La Voce delle Muse è stato ospite di “Appesi alla Luna”, programma radiofonico di Rete Uno della RSI (Radio Svizzera Italiana). La trasmissione trattava del talento, di come possiamo svilupparlo e se si tratta di qualcosa di innato in ognuno di noi. Per illustrare il suo punto di vista, Andreas ha scelto, tra gli altri testi, questo estratto dalla Repubblica di Platone. Il testo è rimaneggiato e accorciato per essere letto in trasmissione. Se volete leggere la versione completa del dialogo e di questo mito, la trovate facilmente online. Qui potete ascoltare la trasmissione

Disse Socrate: «Tuttavia, ti racconterò di un uomo valoroso, ti parlerò di Er figlio di Armenio. Costui era morto in guerra e quando, al decimo giorno, si portarono via dal campo i cadaveri, fu raccolto intatto e ricondotto a casa per essere sepolto: al dodicesimo giorno, quando si trovava già disteso sulla pira, ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, si mise in viaggio assieme a molte altre, finché giunsero a un luogo meraviglioso nel quale si aprivano due voragini contigue nel terreno e altre due, corrispondenti alle prime, in alto nel cielo. In mezzo ad esse stavano seduti dei giudici, i quali dopo aver pronunciato la loro sentenza, ordinavano ai giusti di prendere la strada a destra che saliva verso il cielo, con un contrassegno della sentenza attaccato sul petto, agli ingiusti di prendere la strada a sinistra che scendeva verso il basso, anch’essi con un contrassegno sulla schiena dove erano indicate tutte le colpe che avevano commesso».
Giunto il suo turno, i giudici dissero a Er che avrebbe dovuto riferire agli uomini ciò che accadeva laggiù e gli ordinarono di ascoltare e osservare ogni cosa di quel luogo. Cosi vide le anime che, dopo essere state giudicate, partivano verso una delle due voragini del cielo o della terra: dall’ altra voragine della terra risalivano anime piene di lordura e di polvere, dall’altra posta nel cielo scendevano anime pure.

Quelle che via via arrivavano sembravano reduci come da un lungo viaggio: liete di essere giunte a quel prato, vi si accampavano come in un’adunanza festiva. Le anime che si conoscevano si abbracciavano e quelle provenienti dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste, e viceversa nello scambiarsi i racconti delle proprie vicende le une gemevano e piangevano, al ricordo di quante e quali sofferenze avevano patito e visto durante il viaggio sottoterra (un viaggio di mille anni), mentre quelle provenienti dal cielo riferivano le visioni di beatitudine e di straordinaria bellezza che avevano contemplato. Ma per farne un resoconto minuzioso ci vorrebbe troppo tempo. Comunque: tutti i gruppi di anime, dopo aver trascorso sette giorni nel prato, all’ottavo dovevano alzarsi e partire da lì, per giungere in un luogo da dove scorgevano, distesa dall’alto lungo tutto il cielo e la terra, una luce diritta come una colonna, molto simile all’arcobaleno, ma più splendente e più pura.

In quel luogo un araldo disse: “Anime effimere, ecco l’inizio di un altro ciclo di vita mortale. Non sarà il destino a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro destino. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole».

Quindi l’araldo depose a terra davanti a loro i modelli di vita, in numero molto maggiore delle anime presenti. Ce n’erano d’ogni tipo: tutte le vite degli animali e degli uomini. Tra esse c’erano delle tirannidi, alcune perfette, altre rovinate a mezzo e finite in miseria, esilio e povertà; c’erano poi vite di uomini illustri, gli uni per l’aspetto, la bellezza e il vigore fisico in ogni campo, in particolare in quello agonistico, gli altri per nobiltà di stirpe e virtù degli antenati, ma c’erano anche vite di uomini oscuri per le stesse ragioni, e la cosa valeva anche per le donne. Le anime non erano disposte in un ordine gerarchico, perché un’anima diventava necessariamente diversa a seconda della vita che aveva scelto; per il resto i modelli di vita erano mescolati tra loro: gli uni erano uniti alla ricchezza, gli altri alla povertà, gli uni alla malattia, gli altri alla salute, altri ancora si trovavano in uno stato intermedio tra questi estremi.

Er disse che valeva la pena di vedere lo spettacolo delle singole anime intente a scegliere la propria vita. Quando ormai era scesa la sera, si accamparono presso il fiume Lete, la cui acqua non può essere contenuta in nessun vaso. Poi tutte furono costrette a bere una certa quantità di quell’acqua, e chi via via beveva si dimenticava ogni cosa. Dopo che si furono addormentate, nel cuore della notte scoppiò un tuono e un terremoto, e all’improvviso esse si levarono da lì per correre chi in una, chi in un’altra direzione verso la nascita, filando veloci come stelle. Ma a Er fu impedito di bere l’acqua; non sapeva come e per quale via fosse tornato nel corpo, ma all’improvviso riaprì gli occhi e si vide disteso all’alba sulla pira.

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L’archetipo dell’insegnante: Chirone e Circe

L’archetipo dell’insegnante: Chirone e Circe
L’archetipo dell’insegnante: Chirone e Circe

Andreas Barella ha parlato alla Radio Svizzera di Lingua italiana, nella trasmissione Appesi alla Luna, del ruolo mitologico degli insegnanti. Qui trovi la trasmissione. Qua sotto vi mettiamo l’estratto del suo volume “Adolescenza il Giardino Nascosto,” da cui ha tratto spunto per la chiacchierata nel salotto di RETE UNO. Si ringrazia l’editore per il permesso di pubblicare l’estratto.

“Nell’antichità l’educazione dei giovani di famiglia altolocata (ma spesso il mito situa in questa categoria le persone che hanno un valore intrinseco, interiore e psichico, e non solo quelle nate da un alto lignaggio) è affidato a persone di prestigio. Un esempio illustre è l’educazione di Achille. L’eroe della guerra di Troia, abbandonato dalla madre, viene affidato dal padre al centauro Chirone.

Altri personaggi sono altrettanto ricchi, per esempio il ruolo delle sacerdotesse della magia femminile che insegnano i loro segreti alle persone che amano (Medea con Giasone, Arianna con Teseo e soprattutto Circe con Ulisse), oppure i molti insegnamenti divini che gli esseri umani colgono come eccezionali occasioni di crescita.

Il centauro ha la peculiarità di occuparsi a tempo pieno della educazione dei giovani, è la sua attività principale. Per questo motivo Chirone è la prima figura mitologica che vorrei assurgere a simbolo del ruolo di docente all’interno del percorso di crescita degli adolescenti. La figura del centauro ha la ricchezza della ambivalenza di cui abbiamo parlato a lungo nei capitoli precedenti e che contraddistingue il mondo adolescenziale.

Chirone è una figura di natura doppia, a metà strada tra bestia ed essere umano. Il suo corpo è di cavallo, mentre il busto e la testa sono umani. Esso ha un temperamento selvaggio e aggressivo, ma sa dimostrarsi anche benevolo e ospitale. Un po’ come la nostra società dei consumi: sa essere aggressiva, ma sa anche come prendersi cura dei suoi membri. E come l’adolescenza ha questa capacità di essere una cosa e anche il suo esatto contrario. È uno straordinario maestro di caccia (colui che dà la morte) ma anche uno scienziato che conosce a menadito la medicina (colui che dona e mantiene la vita). Si tratta di un essere intermedio tra natura e cultura. È il più saggio e il più sapiente tra tutti i Centauri, ed è immortale. Il suo insegnamento è basato sulla musica, sull’arte della guerra e della caccia, sulla morale e sulla medicina.

Il centauro offre ai giovani a lui affidati ciò che nessun essere umano potrebbe dar loro: trasforma infanzia e adolescenza in un incantesimo silvestre che annulla qualsiasi distanza tra natura e cultura. Non insegna ai suoi allievi le complesse regole della caccia nelle selve, fa di loro, come Achille, dei corridori dei boschi che non si servono di trappole né di armi. Il centauro confonde le categorie e la sua scienza non viene trasmessa attraverso l’insegnamento, egli esercita sui fanciulli a lui affidati un’imposizione dei suoi doni che li trasforma mediante una sorta di modificazione strutturale della loro personalità. La storia del centauro costituisce una versione mitologica dell’iniziazione.

È proprio questo il primo augurio che porgo ai docenti: quello di essere partecipi come il centauro all’insegnamento che donano ai ragazzi. Sono naturalmente cosciente che la vita quotidiana dell’insegnamento è ricca di molti aspetti burocratici e strutturali che hanno la tendenza a soffocare la personalità degli insegnanti, ma perché non arricchire la propria visione di se stessi con queste immagini? Trasmetterli agli allievi, vivere la materia che si insegna e renderla squillante per i giovani è una sfida che dovrebbe sempre capeggiare nella mente e nella programmazione degli insegnanti. Perché è questo compito che rende vivi, nella mia esperienza, i docenti, la materia e gli allievi stessi.

Anche la maga Circe che compare nel Canto X dell’Odissea (e maga sta per sacerdotessa che conosce le arti segrete della natura) è una straordinaria insegnante. Il suo modo di istruire è diverso, almeno all’inizio, da quello di Chirone, in quanto per imparare da lei bisogna riconoscere il suo potere e la sua diversità, senza averne paura. Cosa che i marinai di Ulisse non riescono a fare, e vengono tramutati in porci. Ulisse, con l’aiuto di Ermes, diviene immune alla magia trasformativa di Circe e può, una volta tenutane a bada la pericolosità, impararne i segreti. Di nuovo, come con Chirone, si tratta di insegnamenti che vengono impartiti grazie all’esperienza, al vivere a stretto contatto l’una con l’altro e sono segreti e insegnamenti legati al mondo naturale e istintivo. In questo regno si imparano i segreti che permettono poi di vivere e regnare anche nel mondo della ragione.

È questo il grande segreto che i due prototipi degli insegnanti ci comunicano. Proprio con questa mentalità si può e si deve affrontare il lavoro di docente. La messa in scena rituale che andiamo a presentare nella seconda parte è un esempio di come sia possibile farlo. Lo svolgimento di questo tipo di attività può essere facilmente programmato all’interno delle ore scolastiche che le scuole medie riservano alla conoscenza e allo studio della mitologia. E che le scuole superiori dedicano allo studio della filosofia. Si tratta di un’ottima occasione per rendere naturali e vive le storie che lette nell’antologia scolastica suonano vecchie e noiose. È l’occasione per le docenti e i docenti di diventare un po’ Chirone e un po’ Circe e trasportare gli studenti da un mondo interamente fattuale e nozionistico in un mondo fatato, in un incantesimo che diminuisce le distanze tra mondo mentale, mondo emotivo e mondo fisico, ricreando quella atmosfera silvana e boschiva in cui Circe e Chirone formano i futuri Re, i futuri Eroi e le future Eroine, le future Maghe.

Consideriamo ora come raggiungere questo risultato. Se avete bisogno di aiuto e di suggerimenti trovate maggiori dettagli nell’Appendice.”

Tratto da: Andreas Barella, “Adolescenza, il Giardino Nascosto,” Casa Editrice Ericlea. Si ringrazia l’editore per il permesso di pubblicare l’estratto. Maggiori informazioni sul volume.

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