Category Archives: Spettacoli

Un FOLLE progetto

Un FOLLE progetto

progetto Ligabue articolo di Andrea Della NeveIl festival internazionale di narrazione di Arzo partner del “Progetto Ligabue – Arte Marginalità Follia” di Andrea Della Neve (che è una delle mitiche Muse!)

Quando l’arte è urgente e salvifica. Eccoci di fronte a un esempio perfetto di come il teatro e ogni altra opera d’arte dovrebbero sempre nascere: da un’esigenza, un’emergenza, un’urgenza personale ed intima dell’artista. In questo caso l’artista è Mario Perrotta, narratore leccese classe 1970, e l’opera d’arte destinata a superare chi l’ha concepita è un progetto di ampio respiro, su tre anni, volto a ridare dignità a un pittore svizzero-reggiano vissuto ai margini della società in compagnia del suo lacerante bisogno d’amore.

L’incontro. Mario Perrotta s’imbatte nella figura di Antonio Ligabue un paio d’anni fa, durante una lunga tournée che fa scalo a Gualtieri, mentre nella vita privata sta percorrendo una “tournée” ancor più lunga: quella dell’adozione internazionale. In quel momento l’unica cosa data di sapere sul suo futuro figlio era che sarebbe arrivato dal Centrafrica. Con conseguenti logiche riflessioni su quanto ne consegue a livello di “diversità”: per molti una ricchezza, per tanti un problema. Quando Mario arriva nel paese di Antonio e ne incontra la storia, è cortocircuito: è quello il nucleo da indagare per risolvere il suo presente.

Antonio Ligabue. Antonio Ligabue nasce a Zurigo il 18 dicembre del 1899. Da adulto si convince che se fosse nato tredici giorni dopo, il 1° gennaio 1900, con il “vento nuovo” la sua vita sarebbe stata giusta. E invece. Un’infanzia dapprima difficile, poi tragica, destinata a segnare irrimediabilmente gli anni della maturità. Figlio di una ragazza madre del Bellunese, è adottato da tal Bonfiglio Laccabue, originario di Reggio Emilia, che gli dà il cognome (poi cambiato, nel 1942, in Ligabue). Presto orfano della madre e di ben tre fratellastri tutti morti in circostanze poco chiare, viene affidato a una famiglia svizzera con cui, poco più che ragazzo, litigherà furiosamente fino a farsi espellere dal paese, non senza aver conosciuto la reclusione in una clinica psichiatrica, il primo ricovero di una lunga serie. Ha quasi vent’anni (è il 1919) quando da Chiasso abbandona la Svizzera per raggiungere Gualtieri, paese del Reggiano dove era nato e aveva vissuto a lungo il padre adottivo. Senza conoscere l’italiano, è costretto a vivere del lavoro occasionale nei campi e della carità dell’ospizio comunale. Nel 1920 comincia a dipingere tele audaci e coloratissime: paesaggi della Bassa con campanili svizzeri sullo sfondo, molti autoritratti in cui il suo sguardo “buca” la tela, tantissimi animali, tigri, volpi, aquile e cavalli imbizzarriti. Nei quarant’anni successivi, tra un ricovero e l’altro nei manicomi emiliani, vive in un bosco, un po’ perché la comunità di Gualtieri ve lo mandava emarginandolo, un po’ per scelta sua. Dipinge a tempo pieno senza fini di lucro, baratta le sue opere per una minestra o per un oggetto che necessita.
Dal ’48 mercanti e critici cominciano ad accorgersi di lui, ma è solo nel ’57 che un servizio fotogiornalistico del quotidiano “Il Resto del Carlino” ne fa un personaggio conosciuto in tutta Italia. Nel 1961 è allestita la prima personale a lui dedicata, alla Galleria La Barcaccia di Roma. Ligabue da quel giorno è il più autorevole rappresentante del movimento pittorico naïf del Novecento italiano, anche se riuscire a incasellarlo in un genere pittorico è esercizio quantomeno bizzarro. Un incidente motociclistico e una paresi che gliene deriva rallentano la sua attività negli anni successivi. El matt, come tutti lo chiamavano, come pure Al todesc, a causa della sua origine svizzera e per la lingua che conosceva meglio dell’italiano, muore a Gualtieri nel 1965.

Il progetto Ligabue. Così nasce il “progetto Ligabue”, dall’intima necessità di Mario Perrotta a indagare i temi della diversità, della follia, della creatività che ne deriva e che in modo così intenso sono racchiusi nella figura dell’uomo e dell’artista Antonio Ligabue. Il progetto si sviluppa in tre fasi di carattere multidisciplinare che promuovono lo scambio tra realtà diverse, coinvolgendo artisti di differente provenienza linguistica e geografica.
Perrotta presenta il progetto così: “Indagare Ligabue significa indagare il rapporto di una comunità con lo “scemo del paese”, da tutti temuto e tenuto a margine, ma significa anche accettare lo spostamento che provoca una nuova visione delle cose, una visione “folle”, che mette a rischio gli equilibri di chi osserva, costringendolo a porsi la classica domanda: chi è il pazzo? (…) Stare al margine è condizione disumana ma è anche angolo privilegiato di osservazione. Essere pazzo ti posiziona fuori, ma se dipingi con quella forza, forse sono gli altri che sono dentro. E nonostante questa consapevolezza, soffrire come un cane la mancanza d’amore”.

Prima fase: l’Uomo. Nel giugno del 2013 ha debuttato il monologo “Un bès – Antonio Ligabue”, in cui Perrotta diventa letteralmente Ligabue. Antonio il diverso, il pazzo, il genio, lo straniero, il reietto. Antonio l’Uomo. Alla disperata ricerca di un po’ d’affetto, di contatto, di… “un bès”.
L’artista Perrotta sceglie di mettere il focus sul bacio mancato, mai dato, mai ricevuto. Neanche uno. Mai. Riusciamo a immaginare come sarebbe il nostro presente senza neppure un bacio nel passato? Perrotta prova a vivere quest’assurdo strappo e quell’esistenza ai margini, costantemente etichettato come “lo scemo del paese”. Uno “scemo” che dipingendo bestie rimandava alla sua visione del mondo e al rapporto fondamentale che esiste tra gli esseri umani, di violenza, di sottomissione al potere, ricordando che gli appartenenti alla nostra specie sono tra i pochi in natura a non far prevalere l’interesse collettivo su quello individuale.
“Mi attrae e mi spiazza la coscienza che aveva di essere un rifiuto dell’umanità e, al contempo, un artista, perché questo doppio sentire gli lacerava l’anima: l’artista sapeva di meritarlo un bacio, ma il pazzo, intanto, lo elemosinava.”
Mario Perrotta ha una relazione carnale col pubblico, si respira insieme, platea e palcoscenico diventano un corpo unico. Per questo vale la pena essere tra quel pubblico: si ha l’occasione di vivere uno di quegli speciali momenti in cui l’arte si discosta dall’autocelebrazione ed entra dritta dritta a scaldare il cuore delle persone. Il prestigioso Premio Ubu 2013 (l’Oscar del teatro italiano) come migliore attore dell’anno è arrivato quasi inevitabile, a suggellare tanta generosità umana.
Vicino a noi potremo vivere lo spettacoloUn bèsla sera del 7 novembre 2014, al Teatro dell’OSC di Mendrisio.

Seconda fase: il Pittore. Dalla scorsa primavera è sbocciato il secondo spettacolo dedicato ad Antonio Ligabue, “Pitùr”.
Perrotta avrebbe potuto replicare la formula di “Un bès”, invece si è messo in disparte e ha lasciato agire un gruppo di giovani attori-autori che con i loro corpi hanno “pennellato” quel che della vita e delle opere di Ligabue risuonava in loro. Uno spettacolo corale in cui vengono danzate le tele di Antonio, la sua arte, i suoi paesaggi, le sue figure, gli abbandoni vissuti e lo struggente desiderio di contatto fisico.
Sette appassionati attori vestiti di bianco come tele pronte per essere dipinte e un Mario Perrotta a cui, pur defilato,  bastano una manciata di minuti per imprimere emozioni sottopelle commuovendoci con quel “Mi strappo la faccia”…

Terza fase: i Luoghi. L’ultima fase del progetto metterà a tema i luoghi di Ligabue, il rapporto tra il suo paesaggio interiore, la Svizzera mitica della sua infanzia, e quello esteriore, la pianura padana con il grande fiume Po. Nel corso della primavera 2015 il paese di Gualtieri verrà fisicamente occupato da attori, musicisti, danzatori, video-makers, artisti figurativi, partendo dalla piazza e invadendo tutto il territorio intorno al fiume, con tre possibili percorsi per avere prospettive costantemente ribaltate. Gualtieri occupata con ogni forma d’arte proprio per rompere i confini tra le arti, e metaforicamente frantumare confini d’ogni sorta, da quelli territoriali a quelli mentali.

Ulteriori approfondimenti: http://www.progettoligabue.it

Un consiglio. Oltre ad agendare “Un bès” il 7 novembre 2014, regalatevi una trasferta al museo Ligabue di Gualtieri, e chiedete del custode Luca Torrelli: il viscerale racconto spontaneo che vi farà vivere varrà da solo la fatica del viaggio!

http://www.museoligabue.it
http://www.comune.gualtieri.re.it/index.php/musei

Andrea Della Neve

Estasi – Quando Dioniso giunse a Tebe – FOTOGALLERY

Estasi – Quando Dioniso giunse a Tebe – FOTOGALLERY

Nel corso degli anni, sono state diverse le persone che si sono avvicendate per mettere in scena il nostro “Estasi – Quando Dioniso giunse a Tebe“. Questa pagina vuol rendere omaggio a tutti questi esseri umani che hanno prestato il loro corpo, i loro sentimenti e le loro  emozioni ai personaggi mitologici di questa storia.

Cosa facciamo noi de La Voce delle Muse

Dioniso: Dioniso e Penteo

Dioniso (Andrea Della Neve) si confronta con Penteo (Max Zatta)

Dioniso: Penteo e Semele

Penteo (Max Zatta) e Semele (Alice Pavan) durante una pausa

Dioniso: Agave

Agave compiange Penteo defunto (Margherita Schoch)

Dioniso: Penteo

Penteo  si prepara a combattere Dioniso (Luca Banzatti)

Semele nel regno dei morti

Semele nel regno dei morti (Valentina Cattaneo Grignoli)

Dioniso: Semele e Penteo

Semele (Elena Casabianca) e Penteo (Mauro Biancaniello)

Estasi – Quando Dioniso Giunse a Tebe – Rappresentazioni 2014

Estasi – Quando Dioniso Giunse a Tebe – Rappresentazioni 2014

Dioniso con broccaBen ritrovate e Ben ritrovati care e cari amanti della mitologia! Buon 2014 all’insegna dei miti e della ricerca personale che di mitologia si nutre! È con sommo piacere che vi annunciamo il ritorno del DIO DIONISO!

La Voce delle Muse è lieta di presentare il suo “ESTASI – QUANDO DIONISO GIUNSE A TEBE” Cena greca con spettacolo teatrale in versione 2014! Saremo al Ristorante la Meridiana da Stella sabato 15 febbraio e all’Osteria del Teatro di Banco il 1 marzo. EVVIVA! Venite a vederci e a gustare i preziosi manicaretti preparati dagli Chef dei due ristoranti.

Come forse saprete la serata è organizzata così: le portate di cibi si mischiano con gli accadimenti teatrali per creare una sinfonia di gusti e significati, tutti imperniati sulla GRECIA: cibi e significati mitologici che si alternano per divertirvi e farvi sognare.

NON MANCATE! PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

Ecco il Programma serata Dioniso alla Meridiana 2014
Ed ecco il Programma di Banco Programma serata Dioniso al Teatro di Banco 2014
Qua la pagina dedicata interamente all’evento, con foto, trailer e maggiori informazioni.

Riveder le Stelle

Riveder le Stelle
Lucilla Giagnoni

Lucilla Giagnoni

Andrea Della Neve, una delle Muse, ha appena pubblicato il seguente articolo-recensione. Tenetevi pronti per il Festival di Arzo, ne vale la pena! Buona lettura!

Il Festival Internazionale di Narrazione di Arzo. Da alcuni anni, quattordici, v’è un paesino di montagna che con un’umiltà non descrivibile s’è consapevolmente messo a disposizione per dare il suo tangibile contributo a una delle più importanti missioni d’ogni uomo: seminare parole, racconti. Farli passare di bocca in bocca, condividerli, viverli, farli risuonare nelle viscere affinché si tramandino nei secoli.  Non c’è via più sicura di quella orale. Non v’è carta, incisione su pietra o terabyte aleggiante nei server che tenga: quel che di più importante è arrivato dai millenni che c’hanno preceduto sino alle nostre orecchie, sino ai nostri cuori desiderosi, sono racconti tramandati da persona a persona, da padre a bambino, da vita a vita, talmente potenti da sentirsi implodere quando ingabbiati dalla scrittura. È quella potenza a farli riecheggiare oggi. Ora.

Grazie alla passione dei suoi volontari, il Festival Internazionale di Narrazione di Arzo quest’anno ci sta regalando una trilogia che fa da ponte verso il festival stesso, che ci accompagna a sciogliere i ghiacci del recente lungo inverno sino al calore dei quattro giorni “di qui e d’altrove” che vivremo dal prossimo 29 agosto (www.festivaldinarrazione.ch).

La Trilogia della spiritualità, di e con Lucilla Giagnoni. Con un lavoro di ricerca durato undic’anni, Lucilla Giagnoni ha completato tre spettacoli che si distinguono per la sintonia tra il contenuto della narrazione e i luoghi scelti per presentarla. Ecco perché il primo spettacolo, “Big Bang”, un’indagine sugli inizi e sulla creazione che intreccia il linguaggio della scienza con quello della teologia e del teatro, è stato presentato lo scorso mese d’aprile nella Chiesa dei Cappuccini a Mendrisio.

A fine maggio abbiamo avuto l’occasione di vivere il secondo appuntamento, “Vergine Madre”, nella Chiesa di San Giuseppe a Ligornetto. Su quest’ultimo ci soffermiamo.

“Vergine Madre” Dicevamo in apertura di parole incantatorie che travalicano i secoli, eternamente ripetute come le preghiere. Così è per la Commedia di Dante. Lo spettacolo rievoca il percorso di salvezza per eccellenza, dal buio degli inferi alla luce delle stelle. Con la peculiarità che a narrar quei versi è una donna, “…perché più spesso sono le donne a pronunciare, senza mediazioni, il desiderio di pace. Sheherazade si salva “raccontando”. E perché sicuramente l’anima ha una voce femminile”, dice la stessa Giagnoni. La quale, non può essere un caso, porta un nome tra i più luminosi.

“Vergine Madre” è uno spettacolo al termine del quale non si fanno i complimenti all’attrice.

La si ringrazia.

È un Grazie che sgorga spontaneo da quella parte di noi che ha l’esigenza di scoprire, conoscere, ritrovare. Quella parte che si rifiuta di “viver come bruti”.

Compito dell’artista è intuire e mostrare la via di fuga, la porta d’uscita dall’Inferno, la salvezza. Lucilla si rivela un’ottima traghettatrice per lo spettatore. Lo porterà attraverso la selva oscura ricordandogli che viaggiare non è soltanto contemplare paesaggi pittoreschi. Viaggiare è soprattutto fare incontri, incontri con persone che ti cambiano la vita. L’importante è non rimanere soli. “Guai a chi è solo, perché quando cade non ha nessuno che lo rialzi”.

Ogni pensiero espresso nello spettacolo meriterebbe un capitolo, un momento in cui ascoltarlo intimamente e scoprire come risuona dentro noi. Il viaggio allegorico di Dante ha più di 700 anni e…è attualissimo. Sin dal primo canto lascia intuire concetti di cui dobbiamo urgentemente riappropriarci: la capacità di chiedere aiuto (come fa Dante quando intravede Virgilio), l’importanza d’una guida, il riconoscimento dei limiti che anche le guide hanno e il fatto che devono avere una guida a loro volta. Nel nostro lavoro di educatori/accompagnatori, queste riflessioni riecheggiano prepotentemente.

Verso il Paradiso. “Per salire, bisogna prima scendere. Bisogna conoscere fino in fondo l’Inferno; solo chi l’ha attraversato, ce l’ha negli occhi, è tornato indietro e lo sa raccontare, può ritrovare la propria umanità”.

Dante è ai piedi del colle, ha da poco intuito la direzione da prendere per arrivare alla luce e la sua paura si quieta. Ma subito dopo una lonza, poi un leone ed una lupa gli si pareranno dinnanzi, inducendolo a rinunciare. Tre fiere, tre bestie feroci lo circondano.

L’attrice esorta una domanda: quali saranno le nostre tre fiere?

I suoi personali incontri all’Inferno sono con La Donna (Francesca, V canto), l’Uomo (Ulisse, XXVI canto), il Padre (Ugolino, XXXIII canto). Tutti all’Inferno per riconoscibili responsabilità, ed in egual modo meritevoli di pietà per la condizione di “prigionieri” patita nella vita terrena. Francesca, prigioniera di quella torre, prigioniera di un matrimonio che non voleva; soprattutto prigioniera di se stessa, dei suoi sensi. Ulisse, prigioniero di una guerra che non avrebbe voluto combattere (quella di Troia), prigioniero di donne che non avrebbe voluto amare (la Maga Circe, Calypso); prigioniero di se stesso, della propria smisurata ambizione. Infine Ugolino, prigioniero di fatto nella Torre dei Gualandi, oltre che prigioniero di se stesso, della sua sanguinaria tirannia. Da questi incontri la Giagnoni s’addentra nella complessa domanda del perché l’uomo tradisce, e azzarda una risposta: perché vuole conoscere la propria identità. Per fare questo deve separarsi dal Tutto, dalla pienezza dell’Essere; deve tradire Dio, il Tempo, il Mondo e la Natura.

Dopo aver incontrato la Donna, l’Uomo e il Padre, ecco che in Paradiso Lucilla completa il disegno di una famiglia, incontrando la Bambina (Piccarda, III canto) e la Madre (Vergine Madre, XXXIII canto). Di fronte allo stupore dantesco nella scoperta che anche il Paradiso è “diviso in cieli” e al sospetto che esistano di conseguenza livelli diversi di felicità, Piccarda ride. Sì, ride, perché in Paradiso tutti godono della Perfetta Felicità, una felicità intensissima, quella felicità che abbiamo già conosciuto…

…Per rievocarla occorre tornare bambini, piccoli piccoli, quando ci sembrava che i momenti di felicità fossero eterni, senza progetti, senza strategie, senza futuro… Felici, semplicemente perché “c’è la mamma!”, perché una sola cosa vogliono i bambini: l’Amore. E Piccarda è ancora una bambina. Una bambina che ha saputo uscire dall’Inferno, una bambina che ha saputo pregare. È a questo punto che l’attrice e drammaturga accosta a quelle di Dante le parole di Italo Calvino. La conclusione delle sue “Città Invisibili”, in cui spiega che vi sono due modi per uscire dall’Inferno. Uno facilissimo, che riesce a tutti: diventare Inferno. Adeguarsi all’Inferno fino a non riconoscerlo più e quindi non soffrirne. L’altro richiede cura e attenzioni quotidiane, ed è

“…Cercare e saper riconoscere
chi e cosa, in mezzo all’Inferno,
non è Inferno,
e farlo durare, e dargli spazio”
 

Questo per me è pregare”, dice l’attrice con gli occhi emozionati.

Ed è con una preghiera che finisce il Viaggio.

Una preghiera fatta alla figura umana più alta e più vicina a Dio.

Una figura che riscatta tutta l’umanità, che riesce, proprio perché donna, a trovare una soluzione possibile, a conciliare tutti gli opposti, a tenere insieme tutti i contrari: la Vergine Madre, figlia di suo figlio.

Una donna è Santa quando è vergine, poi è Santa quando è madre.

Lucilla suggerisce che tra queste due santità, c’è il bello della vita.

La Vergine Madre comprende anche questo. È Vita Vera, è Amore.

Quell’Amore che “…move il sole e l’altre stelle”.

(L’ultimo spettacolo della Trilogia, “Apocalisse”, aprirà la XIV edizione del Festival di narrazione giovedì 29 agosto, ore 21.30, alle cave di marmo di Arzo)

Andrea Della Neve

 

(Tratto da Semi di bene, Rivista illustrata della Svizzera italiana pubblicata dalla Fondazione OTAF, giugno 2013)