Monthly Archives: ottobre 2013

Trilogia dell’Isola di Creta ovvero Racconti dal labirinto, galleria di immagini

Trilogia dell’Isola di Creta ovvero Racconti dal labirinto, galleria di immagini

I disegni di Ercole

I disegni di Ercole
L'idra di Lerna dalle mille teste

L’idra di Lerna dalle mille teste

Un attento e curioso bambino che ha partecipato al nostro ciclo di “Racconti dell’isola di Creta”  ci ha portato, memore della storia di Ercole e delle sue dodici fatiche (che avevamo raccontato in primavera) alcuni suoi disegni ispirati alle avventure dell’eroe greco. Grazie mille! Li conserviamo qua con il nostro materiale più prezioso!

Le Muse commosse e felici!

 

 

 

Un mondo in trasformazione, mostra alla Pinacoteca Züst di Rancate

Un mondo in trasformazione, mostra alla Pinacoteca Züst di Rancate
"Sulla panchina di Biolda" Luigi Rossi

“Sulla panchina di Biolda” Luigi Rossi

È in corso alla Pinacoteca Giovanni Züst di Rancate la mostra “Un mondo in trasformazione. L’Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana” . La rassegna curata da Giovanni Anzani ed Elisabetta Chiodini presenta circa un centinaio di opere dipinte da artisti ticinesi e lombardi della cosiddetta “cultura figurativa”. Si tratta di opere dell’Ottocento che ritraggono, come indica il titolo della mostra, un “mondo in trasformazione”: il passaggio dei temi raffigurati dagli artisti dell’epoca dalla pittura di paesaggio, di scene bucoliche e rurali alla raffigurazione di scene comuni in una civiltà che si sta urbanizzando. Abbiamo quindi opere che illustrano le grandi conquiste tecnologiche del tempo: una su tutte “La stazione centrale di Milano” di Angelo Morbelli che ritrae il fermento all’arrivo di un treno a vapore sotto la cupola di ferro-vetro che ancora vediamo alla stazione centrale della vicina Milano.

Cambiamenti di società: da contadina a urbanizzata e industriale. Non solo successi tecnologici, ma anche la concentrazione di persone nella città che cresce: disagio sociale, povertà, abbruttimento sul lavoro sono temi ricorrenti nei quadri esposti. “L’alveare” di Luigi Rossi con una bimba emaciata seduta contro il parapetto di una casa di ringhiera e con alle sue spalle uno spaccato di vita quotidiana di parecchie famiglie, oppure il magnifico “Ritorno dal lavoro” di Pietro Chiesa, che ritrae alcuni uomini sul naviglio che tornano a casa dopo la dura giornata lavorativa con testa china e scarponi ai piedi. E ancora le lavandaie di Mosè Bianchi, che uniscono il lavoro delle donne che lavano con uno scenario dai sapori antichi, bellissimo e bucolico o la piccola bimba triste ritratta in “Venduta!” (Angelo Morbelli) probabile denuncia della conseguenza di un atto di prostituzione minorile

Come dicevo, a queste scene di cambiamento sociale si alternano sale e dipinti che ritraggono la campagna lombarda e quella ticinese con tinte e toni da “mito” (per rimanere in tema con il nostro MitoBlog! 🙂 ).  “La vela” di Franzoni con quella sua aria di barca alla Böcklin di “L’isola dei morti”, il “Tramonto a Bironico” di Berta, con l’albero spoglio che si staglia in contrapposizione alla montagna autunnale, Ludovico Cavaleri e il suo “Dalle montagne del Lago Maggiore” con lo sguardo che spazia su insenature e penisole, sono opere che invitano alla meditazione e al sedersi nel silenzio della sala per gustarsele appieno.

Gli autori considerati dai curatori della mostra sono molti di più: ci sono opere di Pellizza da Volpedo e Giovanni Segantini, per non menzionarne che alcuni. Uscendo dalla Pinacoteca è rimasta, a me, la sensazione che in qualche modo l’urbanizzazione abbia ucciso il vivere bucolico e armonioso… si tratta di un’impressione sbagliata, storicamente parlando e la dura vita contadina non era sicuramente i vestiti bianchi di raso né le donne che leggono libri sdraiate con cappellini in testa come lasciano intendere i meravigliosi paesaggi rappresentati. La nostalgia però rimane lo stesso per un tempo e un luogo dove la natura “madre gentile” ha un potere curativo e calmante che il mondo rapido e vorace della società che diviene industria e progresso rapido cerca di modificare e di far cadere nell’oblio.

Buona visione! Andreas

Qui trovate il flyer “Un mondo in trasformazione”  mentre qui trovate alcune immagini

Il sito della Pinacoteca: www.ti.ch/zuest

 

Il ciclo di Dune: la vita sul pianeta deserto

Il ciclo di Dune: la vita sul pianeta deserto
La Mappa di Arrakis

La Mappa di Arrakis

La civiltà di Dune è una civiltà di sofferenza. La mancanza d’acqua spinge la popolazione autoctona, i Fremen, a una violenza e a una durezza che si giustifica con la difficoltà della sopravvivenza. Tutta la cultura e tutta la civiltà Fremen è contraddistinta da questa difficile condizione di vita: l’acqua è scarsa. Con questa premessa, la presenza degli esseri umani su Dune è discreta e quasi invisibile, l’ecosistema originario non è quasi toccato dal contatto con gli umani. E già questa è una bella differenza con i pianeti più consoni alla vita, dove invece la mano dell’uomo si vede e spesso manipola e distrugge il pianeta che lo ospita. In altre parole, se Dune fosse un pianeta vivente, i Fremen lo disturbano meno di quanto non facciano gli abitanti della Terra con il loro globo terracqueo. La difficoltà di sopravvivere fa sì che il legame essere umano-pianeta divenga molto forte. La terra è restia a dare i suoi frutti, e bisogna conoscerla intimamente per potere entrare in simbiosi tanto da strapparle (o, a volte, da ricevere spontaneamente) quello di cui si abbisogna per non morire. Ogni attività atta alla sopravvivenza va integrata completamente nell’ecosistema, altrimenti non avrà nessuna possibilità di riuscita. Per esempio, coltivare un campo non è possibile, si possono però seminare alcune piante che attirano animali che nessuno di noi si sognerebbe mai di mangiare e che sono fonti di ricche proteine. Un mondo ecologico, insomma, e avverso alla vita. Viene da chiedersi se la necessità, la durezza delle condizioni di vita, la povertà non siano, tutto sommato, un bene per l’ecologia e per la vita. Una catena ecologica integrata e interdipendente, semplice e senza sfruttamenti sembra garantire, in questo romanzo, una vita planetaria stabile e forgiatrice di persone dure e spartane (in effetti ricordano molto gli spartani, e come loro costruiranno una forza militare invincibile). Mi accorgo che volevo parlare di una cosa – la vita nel deserto di Dune – e mi sono perso per strada e ho parlato di ecologia e di crescita delle civiltà. È proprio questa una delle caratteristiche interessanti di questo romanzo: permette a chi lo legge di divagare con la mente e di perdersi in questo mondo sabbioso ricco di terribili insegnamenti sulla vita. Allo spazioporto del pianeta una scritta invita i viaggiatori in partenza a pregare per chi resta, ora che conoscono il pianeta e la sua aridità.

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Il ciclo romanzesco di Dune

Il ciclo romanzesco di Dune
Frank Herbert's DUNE

Frank Herbert’s DUNE

Dopo anni di seduzione a distanza, di occhieggiamenti dagli scaffali delle librerie e delle biblioteche pubbliche, questa estate mi sono deciso e ho letto il romanzo Dune di Frank Herbert. Avevo visto il vecchio film di David Lynch, e ricordavo il mio spaesamento e le perplessità per una trama complessa e piena di concetti da imparare (le Bene Gesserit, i Mentat, i linguaggi settoriali, eccetera). Ricordavo però anche l’affascinate mondo di Arrakis, le dure condizioni di vita sul pianeta deserto, e naturalmente i Fremen e i Vermi Giganti. Così, in vacanza, quando in una libreria di libri usati ho visto il volume, non ho saputo resistere e invogliato anche dai commenti (sulla copertina) di George Lucas “Senza Dune, Guerre Stellari non sarebbe mi esistito” e di Steven Spielberg “Dune è parte integrante del mio universo fantastico” mi sono messo alla lettura.

Quando George Lucas ha affermato che “senza Dune, Guerre Stellari non sarebbe mai esistito” diceva la verità! 🙂 In effetti le ispirazioni che ha tratto dal romanzo di Frank Herbert sono parecchie, e tutte affascinanti. I predoni del deserto sembrano i Fremen, sia nell’abbigliamento che nella ferocia; gli zii di Luke condensano l’umidità come gli abitanti di Dune; il pianeta di Luke ricorda Arrakis, con i suoi territori deserti che celano misteri e saggezza (dove vive Ben Kenobi? E come sopravvive? Il deserto è tabù anche su Tatooine). La stessa “Forza Jedi” di George Lucas è un miscuglio delle arti delle Bene Gesserit e della loro speranza di creare il Kwisatz Haderach (il messia onnisciente e salvatore). Certo, tutti concetti mistici e presenti in molte mitologie e molte religioni, e proprio per questo così affascinanti, sia in Dune che in Star Wars. Anche l’idea di mescolare arcaicità (Dune: nessun computer, banditi da una guerra santa contro le macchine pensanti; GS: la storia si svolge “Tanto tempo fa…”) e ipertecnologia (Dune: le macchine segrete di Ix, le vasche dei Tleilax, dove si clonano esseri umani; GS: le astronavi, le armi) crea quell’atemporalità che affascina nelle due opere. Ma le somiglianze che balzano all’occhio durante la lettura sono molte di più! Personaggi, scene, ambientazioni, riprese e sviluppate con gusto personale da George Lucas. Fa piacere rincontrarle nel libro! Chi ne ha notata qualcuna ce lo faccia sapere!

Andreas

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